All The Way Home: Bruce Springsteen negli anni duemila


In occasione dell’introduzione alla Rock’n’roll Hall Of Fame, Springsteen decise infine di archiviare gli anni novanta come una lost decade, di vendere la villa a Beverly Hills e tornare sulla East Coast, dove il suo cuore era rimasto. Andò con la madre ad uno show con Bob Dylan, Van Morrison e Joni Mitchell, e come racconta nella sua autobiografia: 

“Il prato era un oceano di sorrisi e corpi che ondeggiavano. Anch'io so farlo, pensai, anch'io so regalare questa felicità, questi sorrisi. Tornato a casa, chiamai la E Street Band”. 

Intraprese con gli streeters un Reunion Tour. Li vidi in quell’occasione suonare a Milano al Palatrussardi e scrissi che si era trattato di un grande party, una festa di anniversario e di ben ritrovato con il pubblico. Era evidente che le cose erano cambiate: Bruce e la band non erano gli stessi eroi del rock’n’roll che avevo conosciuto, ma sembravano invece eseguire divertenti cover del proprio materiale. Il Reunion Tour ebbe per me un gusto agrodolce, perché se da un lato mi rendeva felice assistere una volta di più ad un loro concerto, dall’altro mi pareva che ne fosse cambiato lo scopo. I fan non sembravano farsi problemi, felici com’erano di cantare a squarciagola sopra ogni brano dello spettacolo. Il tour fu registrato su un disco che mi ha sempre lasciato indifferente, tranne che nella energica esecuzione di una sola canzone, Born To Run che, paradossalmente, era l’unica a non essere citata sulla copertina.

Intanto il mondo stava cambiando: l’11 settembre 2001 le torri gemelle di NYC furono abbattute nel corso di un attentato particolarmente raccapricciante, e Bruce ci scrisse un instant record, The Rising, comprensibilmente cupo e dal suono sorprendentemente nuovo. C’era un nuovo autore nelle canzoni, a volerlo accettare o meno. 


Tornata in tour, la E Street Band era di nuovo un gioioso spettacolo sempre più costruito a misura di intrattenimento. Il decennio proseguì in un’alternanza fra dischi imperfetti ma sempre macchiati di sofferenza, e di allegri concerti che da un certo punto sfociarono in un endless juke-box tour, spettacoli in cui il cantante perennemente sorridente ed in smagliante forma fisica suonava le canzoni a richiesta del pubblico degli stadi, quando non eseguì interi album dei giorni di gloria al completo. La situazione era chiara: Bruce stava diventando l’entertainer di un pubblico adorante, come era successo decenni prima ad Elvis, ed i fan ne erano estasiati. La morte di un paio dei membri della band, lungi dal deprimere il gruppo, li spinse ad esorcizzare la paura di invecchiare e quella di morire, cercando di recuperare le radici della gioiosa bar band di Asbury Park. Molto divertimento ed energia ma poca creatività. “Una local band a livello mondiale”, come Bruce definì la E Street Band. 

Firmò un contratto multimilionario con la Sony i cui termini non furono resi noti ma che lo spinse a registrare più materiale che in passato. Devil & Dust era un lost album acustico, tanto sfuocato quanto Nebraska era affilato. 

Nel 2006 incise il suo ultimo grande disco, The Seeger Sessions, un atto di amore verso la musica folk americana. Con una band radunata nella nuova casa rurale a Woodstock, Springsteen registrò dodici canzoni popolari del repertorio di Pete Seeger usando strumenti folk come banjo, violino, trombone, contrabbasso, tuba, con un vivace risultato, frizzante e allegro, ottimista e festoso. Ne seguì il tour registrato su Live In Dublin, con versioni a tema di Atlantic City, Further On Up The Road, Highway Patrolman, Open All Night, American Land. Fu l’unico show di Springsteen degli anni duemila in cui ritrovai intatto lo spirito e l’energia dei vecchi concerti. Inutile aggiungere che fu anche il disco meno venduto.

La realtà è che noi, il suo pubblico, eravamo rimasti allo Springsteen che ci aveva insegnato il rock’n’roll, ma lui non era più lì. Aveva un’altra età, un’altra storia e la sua America non era più quella di Chuck Berry, di Roy Orbison e di Mitch Rider & the Detroit Wheels. Se si riparte dall’inizio, mettendo la puntina del giradischi sul primo brano del disco del ritorno, Lonesome Day da The Rising, si può sentire con chiarezza: ci sono gli archi, c’è un’America mainstream rurale. Canzoni diverse, arrangiamenti diversi, età diversa. Era scritto, ma non lo vedevamo. Ci avrebbe messo due decenni, Springsteen senior, a realizzare il disco che andava inseguendo, con quel Western Star che avrebbero definito Southern California pop music e accostato ad artisti come Glen Campbell. Quel disco, che in quest’ottica è il più riuscito della sua nuova fase musicale, è la chiave di lettura dello Springsteen maturo. 


Intanto nel 2007 Magic, un disco prodotto da Brendan O'Brien, appariva come un tributo al suono degli anni sessanta, sia pure con un beat contemporaneo. Il suo limite è nella produzione, che prevedeva la registrazione delle tracce separatamente dai vari musicisti. 

“I musicisti arrivavano, suonavano il proprio strumento e lasciavano le chiavi al portiere” (questa è di Graziano Romani). 

Working On A Dream, registrato nella fattoria di Woodstock, dall’atmosfera malinconica e soffusa, era un disco molto vicino a trovare il suono pop rurale che stava inseguendo. Come Born To Run era stato il canto del ragazzo che si faceva uomo e correva verso la vita, così qui lo stesso uomo si sente più vicino al tramonto che all’alba, si siede sotto il portico della casa e canta la malinconia delle stagioni che passano, la vita e gli amici che non ci sono più. 

Wreckin Ball, prodotto da Ron Aniello, era folk elettrico, moderno, contemporaneo, dove gli strumenti tradizionali si mischiano in uno straniante effetto a sintetizzatori e ritmi elettronici. Le parole del disco sono dannatamente buone, testi asciutti ed affilati che raccontano della Grande Depressione (questa, non quella), di povertà, durezza, perdita, ma anche del riscatto, dell’orgoglio, dell’umanità, ed alla fine guardano al futuro non senza ottimismo, recuperando quel sogno americano che si appanna più nel benessere che nelle prove dure del destino. 

Taglierò il tuo prato, pulirò le foglie 
riparerò il tetto per tenere fuori la pioggia
prendo il lavoro che Dio offre
sono un tuttofare, tesoro andrà tutto bene
L'uragano soffia, porta la pioggia
ci prenderemo cura l’uno dell’altro
come Gesù ha detto che dovremmo
sono un tuttofare, andrà tutto bene
Il banchiere diventa grasso, l'uomo che lavora diventa magro
è già successo prima e succederà ancora
succederà di nuovo, sì, scommetteranno la tua vita
se avessi una pistola, scoverei quei bastardi e sparerei loro a vista
sono un tuttofare, andrà tutto bene

High Hopes, su suggerimento del chitarrista Tom Morello dei Rage Against The Machine cercava di ritrovare un suono più rock, quasi alla Clash, recuperando la vecchia cover dell’omonimo brano degli Havalinas, e di Dream Baby Dream dei Suicide. 



Alla fine, il nuovo cammino lo portò finalmente a destinazione in Western Star, il disco country pop con una copertina con un cavallo da serie TV, un po’ kitsch ma a conti fatti al 100% americana, American Gotic, Aaron Copland. Uno Springsteen vecchio, addolorato e ferito, a cui la vita aveva dato tutto, ma facendoglielo pagare con la ferita della depressione, che si portava ormai sulle spalle da troppi anni. Un dolore di vivere che gli riesce di controllare solo nel bagno di folla degli interminabili concerti degli interminabili tour. E questo spiega molto sulla scelta di piacere dei suoi concerti. 
Un disco cinematografico, difficile da accettare per molti vecchi fan (come me), ma di grande equilibrio, sincero e capace di fare definitivamente di Springsteen un’icona americana, considerando il successo di classifica cui è andato incontro. Una personalità che va oltre il rock’n’roll e scrive di diritto il proprio nome fra le leggende del Nuovo Mondo. 




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