Testimony


Robbie Robertson, chitarrista e autore delle canzoni della Band, se ne è uscito con un corposissimo libro scritto da lui sulla storia del suo leggendario gruppo. Il libro si intitola Testimony, dal titolo di una canzone del Robertson solista, e mai titolo fu più appropriato, perché si tratta di una vera e propria accuratissima testimonianza di tutte, ma proprio tutte, le vicende del gruppo e dintorni.

Vale la pena di ribadire che The Band è uno dei gruppi seminali della storia del rock. Cioè di quelli che ne hanno modificato il corso, influenzando tutta la musica a venire - titolo che può essere assegnato a pochi: Elvis, Chuck Berry, Beatles, Dylan, Stones, Velvet Underground, King Crimson, The Smiths e pochi altri...
The Band cambiò la scena, nei gorni in cui si era scivolati dalla British Invasion alla Psichedelia. Dopo l’uscita del seminale Music From Big Pink (1968), il focus si ribaltò, dall’influenza britannica alla musica Americana, cosa che non è cessata ai giorni nostri (qualcuno ha scritto argutamente che tutta la scena alt.country è The Band che canta come The Smiths).

Clapton avrebbe voluto entrare a far parte del gruppo, e chiuse l’esperienza dei Cream (un altro gruppo che potrebbe essere ricordato come seminale) per gettarsi sulle sonorità bucoliche degli spazi d’America, con Delaney & Bonnie e tutto quello che ne seguì. Gli Stones sterzarono bruscamente dal beat al nuovo suono “americano” da Beggars Banquet ad Exiles, e persino i Beatles si fecero crescere la barba come cacciatori di marmotte.

Il fatto che il grosso del pubblico mainstream sia poco cosciente del posto di The Band nella storia del rock dipende dal loro “basso profilo” negli anni del successo. Dopo una gavetta interminabile, notte dopo notte per piccoli ballabili ad accompagnare Ronnie Hawkins o Levon Helm, e dopo essersi affacciati alla grande scena come band di spalla del Dylan elettrico, il successo li trovò appagati, pigri e riservati. Segregati nella cupa suburbia di Woodstock, senza voglia di copertine, di interviste, né di altri show dal vivo, mentre Robbie inventava con le sue canzoni il rock americano, il resto della band, costituito da personalità di spicco e voci emozionanti (Levon, Richard, Ricky) si diede da fare con alcolici, sostanze e, perché no, quei dollari che fino ad allora erano girati poco, fino all’inevitabile capolinea rappresentato dal leggendario The Last Waltz.

La storia raccontata da Robertson è un incredibile testimonianza su avvenimenti che noi popolo del rock abbiamo vissuto negli anni attraverso i dischi, e che ora troviamo narrati dall’interno, come in un film. Dai giorni della gavetta (i meno interessanti), all’incontro con Dylan, i concerti al suo fianco, la lunga residenza a Woodstock, quasi un esilio nella Big Pink dove con i Basement Tapes ed i primi album del gruppo veniva cambiato il mondo. E poi ancora, i giorni californiani, la Asylum, Before The Flood, le droghe, l’apatia, l’Ultimo Valzer.
Un banchetto così ghiotto da non aver precedenti, se non, per raccontare una scena diversa, in Just Kids e Please Kill Me (i tre libri più intensi del rock).

I musicisti, è noto, non sanno scrivere autobiografie. Robertson sì. Innanzi tutto racconta di musica e canzoni, cosa rara, perché gli altri musicisti raccontano di tutto tranne che di quello, come se il loro lavoro fosse altro. Poi racconta in modo un po’ guascone. Intendiamoci, la sua modestia è proverbiale, da ragazzo di campagna capitato per caso in mezzo allo Stardom, senza mai ritenere di essere stato importante. Con guascone voglio dire che Robbie racconta da affabulatore con un piacevole senso di genuina ingenuità, come se lo facesse al tavolo di un bar davanti a una birra, rievocando con precisione impossibili ricordi di 50 anni fa: chi c’era quel giorno, cosa disse, che disco mise sul piatto, cosa ordinò al bar.
Quando io (e tutti voi) non ricordo neppure che concerti ho visto in vita mia.
Insomma, quella narrata da Robbie è la storia che lascia il passo alla leggenda.
Il romanzo di un periodo che qui alla periferia dell’impero abbiamo vissuto con il cuore e l’immaginazione.

But last but not least:

Assieme alla biografia è uscito un album, pure intitolato Testimony, che ne costituisce la colonna sonora. Fino a qui nessuna sorpresa, se non fosse che il disco non è affatto la mega raccolta di tutto il best possibile, così come sarebbe reso possibile dai progressi della musica liquida.
No, si tratta di un disco vero, di 12 canzoni. Dai giorni di Big Pink alle canzoni soliste di Robbie.
Un disco vero e così bello da essere commovente. Un disco che muove l’anima al livello dei capolavori del rock: un disco per me bello come un Moondance (di Van Morrison, lo specifico per i principianti).
Un disco che dichiara ad alta voce, una volta per tutte, come Robbie Robertson sia stato uno dei più grandi autori della nostra musica, secondo a nessuno. Neanche al suo sodale Bob, qui lo dico e lo sostengo.

Insomma, non potete fare a meno né di Testimony il “romanzo”, né di Testimony il disco. E già che ci troviamo sull’argomento, neanche di Long Playing una storia del Rock, il mio racconto di tutto questo.

Rock on.

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