Iggy Pop, l'highlander torna con Free (la recensione)


Il rock è morto, è scritto sul muro. Gli unici a non volersene accorgere sono gli anziani che non si rassegnano e collezionano dischi come fossero francobolli. Un po’ come mia nonna, che si commuoveva quando alla TV passavano Claudio Villa, mentre io ascoltavo alla radio Supersonic e (poi) Pop Off. Il rock è la musica della seconda metà del XX secolo (gran bei giorni), ma il suo epitaffio (l’ho scritto e ripetuto) l’ha dato Blackstar di David Bowie, al tempo stesso l’unico disco del XXI secolo ed il punto finale.
Ma c’è una eccezione.
L’Highlander.
Iggy Pop.
L’ultimo degli eroi.

Più il tempo passo, più il ruolo di Iggy nella storia si amplifica. I Wanna Be Your Dog con gli Stooges (1969) fu la prima canzone “punk”. All’esplosione del punk, Iggy ne era il padrino, con i due dischi prodotti da Bowie. Che se non erano riusciti a farne una star del mainstream (come ad esempio era stato per Lou Reed con Transformer) almeno lo avevano tirato fuori dalla melma, e gli avevano regalato i due migliori album solisti della sua carriera.
Anche se Rock’n’roll Animal è il titolo del capolavoro di Lou Reed (e prima ancora lo era del bootleg di quello stesso tour con Steve Hunter e Dick Wagner alle chitarre), Iggy è il vero, certificato “animale del rock’n’roll”: istintivo, tutto muscoli, personalità e voce.
Iggy può non essere un autore completo. Ha bisogno di un catalizzatore per realizzarsi. Il suo talento creativo consiste nella capacità di improvvisare i testi delle canzoni che qualcuno gli scrive. Ma la sua personalità è immensa.
Quando da ragazzo volavo sulle ali della nuova ondata, erano Iggy e Debby Harris (dei Blondie) ad eccitare il marasma del testosterone del diciottenne che ero.
I suoi dischi solisti migliori furono di certo i primi cinque. I due con Bowie, i due con James Williamson, ed oggi penso anche TV Eye, il live tratto dai tour di The Idiot e Lust For Life, che pure all’epoca mi aveva deluso - per la copertina ed il sound da bootleg e per le sole otto canzoni, oltretutto con il silenzio degli applausi da una dall’altra. Riascoltandolo oggi mi rendo conto quanto sia realmente punk, e quanto conciliasse il sound sofisticato con Bowie, con il furore del suono degli Stooges. Mi domando oggi cosa pretendessi allora dal disco live di Iggy: Pictures At An Exhibition?

(Lo avevo poi sentito dal vivo in Italia, nel tour di New Values, ma purtroppo non ricordo altro che il caos sotto il palco. Lo avevo persino intervistato, rischiando seriamente di farmi malmenare, nell’ingenuità delle mie domande di ragazzino).

I dischi successivi furono spesso imperfetti, ma da tutti usciva decisa la forza del cantante, e non mancava mai il grande pezzo. Come il debole Soldier con Glen Matlock (l’anima musicale dei Sex Pistols), che conteneva il manifesto di I Need More. Come Party, che forse voleva essere il suo End Of The Century (l’album dei Ramones prodotto da Phil Spector, e che infatti Iggy avrebbe voluto prodotto da Jack Nitsche), dove c’erano Bang Bang, Pumpin’ For Jill e la cover dell’ipnotico lento di Sea Of Love (che abbiamo sentito anche de Tom Waits e da Jimmy Page & Robert Plant, sotto la copertura di Honeydrippers). E così via con album negli anni un po’ più potenti o un po’ più fragili, ma sempre sinceri. Compresi i dischi da crooner, forse poco capiti dai fan, ma spesso bellissimi, come Avenue B, uno dei miei favoriti, o il recente Aprés, che si può vantare dei complimenti di Bob Dylan.

Nel 2016, il catalizzatore di un Iggy Pop di 69 anni fu il vichingo Josh Homme, idolo dei giovani fan dell’haevy metal (o dovrei dire stoner, con i Queen of The Stone Age), che aveva adorato The Idiot di Iggy & Bowie al punto di volerlo rievocare in Post Pop Depression, un capolavoro fatto e finito, nello stesso anno di Blackstar e della morte di David Bowie, e il maggior successo di classifica di Iggy (i cui dischi non hanno mai raggiunto il vertice delle classifiche, ma anche non hanno mai smesso di vendere nei decenni).
Post Pop Depression comprendeva anche una bella appendice live, con il ritorno di Sister Midnight, Sixteen, Funtime e gli altri brani del periodo berlinese.

Oggi, settembre 2019, un Iggy over 70 ed in piena forma, highlander, ultimo rimasto della triade completata da Lou Reed e David Bowie, se ne esce con un altro disco di spessore e di carattere, intitolato Free, libero. Un disco fra acid jazz e crooner, un disco essenziale, minimale come lo furono molti capolavori del passato - solo una sezione ritmica, la gran voce e la tromba jazz di Leron Thomas. Il disco è uscito oggi, e non è una buona pratica scrivere una recensione sull’onda dell’entusiasmo della novità e di due soli ascolti. Ma di certo Free è un gran disco, che lascia il segno, che dice cose nuove, che sperimenta, che infiamma la fantasia. La prima facciata è quella più movimentata, con l’intensa introduzione di Free, con la bella Sonali, che non può non portare alla mente il medesimo jazz di Blackstar (e farci notare quanto la voce di Bowie abbia preso da Iggy, almeno da Low in avanti), e la dinamica James Bond, un grande hit post moderno. Si chiude (la facciata) con un jazz vagamente latino, Dirty Sanchez, che volendo evoca persino Miles Davis.
Il secondo lato si fa più etereo, intimo, fino a suggerire il requiem, per quello che potrebbe essere, ma sono certo non sarà, il disco di saluto dell’Iguana. Glow In The Dark naviga ancora nel mare nero di Blackstar, Page è un pezzo da crooner, We Are The People un recitato che evoca Lou Reed, ed infine Do Not Go Gentle into That Good Night e The Dawn si dissolvono nell’immobilità del silenzio.
Fossi stato il produttore, a tappeto di questa intimità a la Leonard Cohen, avrei messo un bel tappeto di batterie indiavolate alla Jack Liebezeit (quello dei Can).
Dopo che l’ultima nota è stata suonata è impossibile cancellare il disco e non continuare a suonarlo nella mente, con tutte le variazioni del caso.
Free, insomma, mi pare bellissimo. L’unico disco omologato di musica (non uso il termine rock) del XXI secolo dopo Blackstar e Post Pop Depression. Questa è musica che riesco oggi ad ascoltare senza sbadigliare. Ora non mi resta che trovare i testi e riascoltarlo.
Ladies & Gentleman: Iggy Pop. L’art rock. La new wave. Insomma, lui.

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