Who Do You Love


Ho camminato per 47 miglia di filo spinato
con un serpente cobra per cravatta
ho una nuova casa sul ciglio della strada
fatta con la pelle di serpenti a sonagli
Ho un camino nuovo di zecca con in cima un teschio umano
Ho solo 22 anni e non ho paura di morire
Vieni a fare una passeggiata con me, Arlene
E dimmi, chi ami?
Chi ami?
Who do you love?

I classici del rock sono tutti quei brani nella scaletta delle cover band e dei gruppi che si esercitano a suonare assieme, ma anche e soprattutto del repertorio, specie dal vivo, delle superstar. A volte sono brani d’autore, per esempio di Dylan, dei Beatles o magari di John Hiatt. Ma il grosso arriva dagli happy days, quel periodo del rock americano dopo Elvis, Jerry Lee e Little Richard, e prima dei Beatles e della British Invasion. Sono quei dischi di tre minuti di cui canta Springsteen, brani di gruppi minori, magari di un solo successo, ma entrati nella leggenda.
Di tutti, forse il più famoso e certo il più leggendario, è Who Do You Love di Bo Diddley. Un musicista creolo giunto alla Chess di Chicago dal Mississippi (dove si chiamava Ellis McDaniel), che non ebbe mai un vero successo di classifica, al punto che, sconfortato, arrivò a vendere i diritti delle sue canzoni giocandosi così i guadagni futuri, ma che entrò nella leggenda del rock’n’roll.

Who Do You Love è un singolo del 1956, una canzone contagiosa sul ritmo saltellante tipico delle canzoni di Diddley (Diddley Daddy, Mona, Hey Bo Diddley), fra blues urbano e rock’n’roll, un ritmo da jungla africana che evoca atmosfere vudù, e non a caso Who do you love è onomatopeico per “voodoo love” ed i testi sono oscuri come la notte senza luna in Louisiana.
Nella versione originale di Bo la canzone non ebbe successo di classifica, ma si rifece con gli interessi negli anni con una infinità di altri esecutori, diventando un classico al pari dei blues di Muddy Waters e dei rock’n’roll di Chuck Berry.
Lo stesso Bo Diddley fu citato nella canzone From A Buick #6 quando Dylan canta: “She walks like Bo Biddley…”

Già l’anno successivo, il gruppo bianco dei Crickets di Buddy Holly (una delle ispirazioni dei Beatles) se ne uscì con un singolo altrettanto contagioso, Not Fade Away, che si sviluppava sul medesimo ritmo della canzone di Diddley, e che non solo entrava in classifica ma che a sua volta sarebbe diventato un super classico.
La prima versione di successo, sia pure locale (in Canada) di Who Do You Love potrebbe essere quella degli Hawks, con Ronnie Hawkins in veste di cantante di quello che un giorno sarebbe diventato il gruppo di Dylan e soprattutto sarebbe diventato The Band, il catalizzatore della musica Americana. La versione di Hawkins, con l’assolo di Robbie Robertson, era splendida e decisamente oscura e da brividi. In concerto il brano si espandeva e diventava via via più lungo, esattamente come poi accadde nel repertorio dei Grateful Dead di Jerry Garcia, che eseguivano anche Not Fade Away, in medley con Going Down The Road.
Ronnie fu invitato ad eseguire Who Do You Love nella celebrazione The Last Waltz della Band.
I Doors di Jim Morrison avevano una versione tosta e molto rock del pezzo dal vivo, che si può ascoltare su In Concert.

Ma la versione più leggendaria di sempre di Who Do You Love è quella improvvista dal vivo dei Quicksilver Messenger Service, con il dialogo fra la liquida chitarra di John Cipollina e quella di Gary Duncan, che si estende per l’intera prima facciata di Happy Trails, il disco del 1969 che può tranquillamente essere considerato lo zenit della scena psichedelica di San Francisco.
Una eccitante versione acustica di Who Do You Love faceva parte del repertorio di Townes Van Zandt, il cantautore “maledetto” che in Texas è considerato poco sotto Gesù Cristo. La suona in Flying Shoes, e la si può ascoltare anche nel mitico Live At The Old Quarter, Houston Texas.
La canzone fu riportata in classifica nei giorni di new wave dal secondo LP del bluesman elettrico George Thorogood (& the Destroyers) del Delaware, lo stato del New England. La sua è una versione sudata e ad alta gradazione alcolica, ma al tempo stesso impregnata dell’intimità dei piccoli club in cui il gruppo si esibiva prima del successo.
Bo Diddley stesso fu invitato nel 1987 a suonare Who Do You Love nella colonna sonora di La Bamba, il film sulla storia di Ritchie Havens, la prima rock star latina. Lo accompagnavano i Los Lobos, che divennero famosi nel mondo proprio con la loro versione della canzone La Bamba.

Non si possono numerare tutte le altre versioni di Who Do You Love: i Blues Project, Tim Buckley in Dream Letter, i Gov’t Mule nel Georgia Bootleg, ne ho sentita una anche da Carlos Santana. Anche Bob Seger ha registrato un Bo Diddley Medley in quel capolavoro in concerto che fu Live Bullett. Patti Smith ne fece una versione furiosa al Dave Letterman Show.

Bruce Springsteen con la E Street Band ha usato Who Do You Love per aprire la sua She’s The One, anche se più spesso ha suonato Not Fade Away. Altre versioni di quest’ultima sono sull’album d’esordio degli Stones (che dal vivo hanno eseguito anche l’originale di Diddley, che è un buon amico di Ron Wood)  e sull’album psichedelico Motivation Radio di Steve Hillage, il chitarrista del gruppo freak dei Gong.

Una bella cover di Bo Diddley che mi piace ricordare in chiusura, anche se non è di Who Do You Love, è la lunga, sognante e quasi psichedelica Diddley Daddy di Chris Isaak (una grande promessa sfumata del rock). Ed allora come non citare anche The Story Of Bo Diddley degli Animals di Eric Burdon, del lontano 1964, quando tutto stava per succedere?

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