Viaggia veloce chi viaggia leggero (musica nel 2019)


Ben sarebbe strano se when I’m Sixty Four (età che, ben inteso, non ho ancora raggiunto) ascoltassi la stessa musica che ascoltavo quando avevo 16 anni. Veramente a quell’età ascoltavo David Bowie ed il glam rock, ed ancora oggi il suo Blackstar è stato il mio disco preferito degli anni duemila, l’unico rock nuovo che io abbia ascoltato in questo giovane secolo (ed il suggello finale di una colonna sonora che ha accompagnato tutta la mia vita).
Ma le cose sono cambiate. La musica rock non c’è più ed io stesso sono diverso. Non abito più a Woodstock, Val Trebbia e con la conclusione della scrittura di Long Playing (una storia del Rock), una gestazione infinita ed un testamento, ho chiuso un ciclo. La mia testimonianza l’ho data.
Mi rendo ben conto che chi mi faceva l’onore di leggere le mie parole stampate sulle riviste o sul web, lo faceva perché ero capace di raccontare delle emozioni suscitate dalla musica che ascoltavo: Springsteen, DeVille, Graham Parker, Tom Petty, Greg Kihn e tutti gli altri.
Mi leggevate perché ero il cronista del vostro mondo.
Ma ho ancora una storia per voi.

Musica aerea
C’erano una volta i dischi, in vinile. Ma prima ancora, quando non era possibile registrarla, la musica non era legata ad un supporto fisico, non aveva una confezione. La musica era aerea, usciva dal musicista ed era trasportata dall’aria. Poi sono arrivati il grammofono, lo stereo, i vinili, il jazz, il rock, tutta la nostra cultura e la nostra vita. C’era anche la radio, ben inteso, che non era la radio commerciale di oggi, ma Per voi giovani, Pop Off, Supersonic e subito dopo le Radio Libere.
C’era più di un modo di ascoltare la musica, e non tutti passavano attraverso l’acquisto di un disco. I vinili sono diventati CD, si è imposto il digitale, ed infine è arrivato il nuovo secolo, a tutt’oggi eccitante come un elettroencefalogramma piatto. Il rock è uscito dai radar del mondo ed i dischi non li compra più nessuno, se non qualche collezionista attempato e nostalgico. Ma il rock non è collezionismo, credetemi. Il rock significava vivere le canzoni, usarle per ballarle, usarle come colonna sonora del vivere di una generazione.
Oggi la musica è tornata ad essere libera dal supporto fisico. Si chiama musica liquida, esce dal web da servizi come Spotify o Apple Music. Ma dovrebbero chiamarla piuttosto musica aerea, perché non esce dal rubinetto ma scende dal cielo. Scrivo su Spotify, sul telefono, sull’iPad, sul computer, il nome di un artista, di un disco o di una canzone, ed ecco che mi compaiono tutti i suoi dischi, tutte le sue canzoni. Con un click la musica inizia ad essere trasmessa du un diffusore targato Marshall, con un gran sound sboccato da musica in concerto.
Posso navigare: chiedo un artista simile, e dal cielo mi scende una dozzina di nomi.
Esiste una funzione chiamata radio: scelgo una canzone, e chiedo a Spotify di crearci una radio, e si forma una  playlist tutta su quel genere. E funziona, molto bene.
Non è tutto. Posso registrare una cassetta, come ai tempi delle C90, e posso persino passarla agli amici: creo una playlist, ci metto una sequenza di canzoni, le do un titolo, la rendo pubblica e chiunque può ascoltarla.
Sento dire che con tutti i dischi del mondo a disposizione, l’ascolto divente più superficiale. Posso parlare solo per me, non so come l’ascoltino i giovani, ma di certo non ascoltano rock. Io difficilmente ho voglia di ripetere l’ascolto dello stesso disco: c’è più musica al mondo che il tempo che ci resta da vivere. Ed i dischi nuovi che ancora si stampano non aggiungono nulla a quello che è stato creato; la creatività è andata esaurita, dunque perché perdere tempo prezioso ad ascoltare canzoni mediocri? Ma anche così Spotify mi propone settimanalmente un release radar, un radar delle nuove uscite, basato sulla musica che ascolto. Così non rischio di perdermi nulla, hai visto mai?

C’è vita oltre il rock
A me va bene così. Se ho voglia di Stones, di Lou Reed, di Can, di Pink Floyd, di Gov’t Mule, scelgo una canzone, ne attivo la radio, e lascio che la musica scorra.
Spesso ascolto jazz. Prima lo facevo di rado: come potevo perdere tempo con jazz polveroso negli anni ruggenti di Beatles e Stones, di Sex Pistols e Clash, di Springsteen e Ian Hunter, persino di Phish e di Dave Matthews Band?
Ora che l’ondata è finita e che sono più vecchio, metto un brano di Chet Baker (la sua tromba mi riempie il cuore e mi fa tremare l’anima), John Coltrane, Miles Davis, e lascio suonare dischi che magari non ho mai sentito prima e che potrei non ascoltare più. E mi fa stare bene.
Un’altra cosa bella che mi capita, per la prima volta, è che non devo più recensire nulla, neanche a me stesso. Non ascolto per giudicare, ma solo per ascoltare. È un piacere gratuito. A volte la forza dell’abitudine mi porta a confabulare parole che potrei dirvi sul nuovo Roger Daltrey o su Wilko Johnson, ma poi lascio perdere. Amen, io ascolto, gli altri facciano quello che credono, non è più un compito mio fare l’evangelista. Non ho neanche stampato una lista dei preferiti dell’anno. Meglio ancora: non ce li ho neanche i preferiti dell’anno.
C’è vita oltre il rock. Musica da riascoltare, musica da scoprire, musica da lasciar suonare, libri da leggere. E magari da scrivere.

 P.S.: mentre scrivo sto ascoltando il più bel disco di tutti i tempi, Rock’n’roll Animal. Non nella versione stampata in vinile, ma nella playlist con cui ho cercato di ricostruire uno degli show di Lou Reed di quel 1973, un lavoro che la RCA non ha mai ritenuto di dover fare, evidentemente.

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