il mio amico Tom Petty


Innanzi tutto mettiamo in chiaro un punto: Tom Petty è molto più mio che vostro. Io l’ho scoperto proprio con il primo album, sulla recensione di Fabio Nosotti, per cui non venitemi a raccontare del “vostro” Tom Petty. Non è per caso che mi sono fatto tatuare un cuore trafitto sul petto...

Petty è arrivato a cavallo della new wave del ritorno del rock, negli anni del pop commerciale di plastica. Preceduto da Springsteen (che ha insegnato il rock’n’roll a noi troppo giovani per Elvis e Chuck Berry), è arrivato con Patti, con il CBGB, con Greg Kihn Band, con il pub rock, con il punk, con Graham Parker ed Elvis Costello, insomma, con tutto un vento di rock che ci faceva volare anche senza ali.
Lui, con quell’espressione da fuorilegge giunto dal sud per rapinare le banche della west coast, con una ganga di pezzi da novanta, che non erano solo Mike e Benmont, ma anche e soprattutto Stan Lynch (il migliore di tutti i batteristi, che avrebbe abbandonato la scena rock) e (dagli anni ottanta) Howie Epstein.
A riascoltare oggi i dischi del fuorilegge della Florida, oggi che sappiamo che non c’è più, sembra di cogliere una malinconia strettamente legata al suo rock’n’roll, alle sue ballate, una malinconia da accento del sud. Forse il matrimonio difficile, forse una tristezza tutta sua, forse un presagio.

La sua carriera la vedo distinta nettamente in due.

La prima metà, il rock’n’roller del periodo MCA, quello con la band, quello che ci ha donato i capolavori del disco d’esordio (insuperabile), di Damn The Torpedoes, e del solista Free Falling (in profumo di Wilburys), ma anche delle canzoni di difficile gestazione di Southern Accent. Il Petty degli Heartbreakers, ma anche il fratello di Dylan, di Harrison e di Orbison dei Traveling Wilburys, e il leader della band di Dylan. Un periodo al galoppo che si chiude con la maestosa ballata di Mary Jane’s Last Dance.

Con la Warner le cose erano diverse. Un Petty intimo, solitario, schivo, quasi sperduto, capace di qualche grande canzone malinconica come Wildflowers, It’s Good To Be King, Walls, Angel Dream, Swingin’, ma non più degli album compatti della gioventù. Un Petty che cercava un po’ di calore nelle radici, nella nostalgia del passato quando faceva parte di quella band di local heroes dei Mudcrutch.
Sono contento di averlo visto un'ultima volta in un torrido show a Lucca, dove lasciava volentieri il suo ruolo di capobanda ad altri, come Mike - come del resto nel doppio vinile Mojo.

Non so se avesse progetti per il futuro, o se si stesse guardando attorno incerto sul da farsi, quando gli è successo di morire. Non gli è toccato invecchiare in un mondo che non sa più che farsene del rock’n’roll.




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