Happy Days


I sixties si aprivano con la guerra fredda, con il Vietnam e con la speranza tradita dall’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy. Allo stesso tempo furono gli anni del sogno di una generazione che credeva con certezza che avrebbe cambiato il mondo, una generazione che guardava al futuro con ottimismo. Erano gli anni dell’America raccontata (successivamente) in American Graffiti ed in Animal House. La musica nuova aveva fatto piazza pulita del passato, ma già nel 1960, con Elvis Presley a militare, Buddy Holly e Ritchie Valens in paradiso, Jerry Lee, Little Richard e Chuck Berry fuori gioco, il rock’n’roll era stato assorbito dal sistema e inserito nei ranghi della musica da intrattenimento. 
Ciò nonostante è nei primi sessanta che fu scritto il song-book dei classici, i three minutes records che avrebbero segnato la cultura del rock: dalla soul music dei dischi Stax, Atlantic e Motown, al muro del suono di Phil Spector, dalle canzoni romantiche di Roy Orbison al surf dei Beach Boys, a quell’ondata di musicisti da un solo successo come Del Shannon, Gary US Bonds, Mitch Ryder. 
Era il rock di prima della British Invasion, prima dei Beatles e dei Rolling Stones. 
Duane Eddy e i Ventures suonavano alla chitarra elettrica brani strumentali come Peter Gunn e Walk Don’t Run. Mitch Ryder con i Detroit Wheels cantava Jenny Take a Ride, Little Latin Lupe Lu, Devil with a Blue Dress On e Good Golly Miss Molly. Gary US Bonds faceva Quarter To Three e Del Shannon Runaway. Gli idoli dei teenager, con i capelli pettinati con un perfetto ciuffo alla Pompadour, si chiamavano Gene Pitney, Bobby Darin, Neil Sedaka, Frankie Avalon, Fabian, Pat Boone e Paul Anka. I coniugi Gerry Goffin e Carole King scrivevano Will You Love Me Tomorrow per le Shirelles, Locomotion per Little Eva, Up On The Roof per i Drifters e Don’t Bring Me Down, portata qualche anno dopo al successo dagli Animals. 
La crème della scena di quegli anni era rappresentato da Dion & The Belmonts, Roy Orbison, Johnny Rivers e gli Everly Brothers. 

Dion DiMucci era un italoamericano del Bronx, i cui hit sono raccontati da Francis Ford Coppola nel film Peggy Sue Got Married. Nel 1958 scrisse e cantò con i Belmonts un pezzo doo-woop dal titolo I Wonder Why che entrò nelle classifiche nazionali. Dopo A Teenager In Love non c’era in America una adolescente che non fosse innamorata del suo viso pulito e dei suoi modi gentili. Dion entrò negli anni sessanta sciogliendo i Belmonts e scoprendo l’eroina. Ebbe un ultimo successo con The Wanderer, anche se rimase un nome di culto fino al nuovo secolo (fu introdotto alla Rock And Roll Hall Of Fame da Lou Reed). 

Johnny Rivers, un altro italoamericano, nacque a New York City, crebbe a Baton Rouge in Louisiana (dove intraprese la carriera di musicista), e trovò il successo a Los Angeles, in una vita che fu letteralmente la metafora di un viaggio da costa a costa dell’America. 
Musicista fisso del Whisky a Go Go sulla Sunset Strip a West Hollywood, Rivers era un cantante di cover: Memphis Tennessee e Maybellene vendettero più degli originali di Chuck Berry, seguiti da Secret Agent Man, Mountain Of Love, Midnight Special
Mandò in classifica Where Have All the Flowers Gone, un pezzo antimilitarista di Pete Seeger, ed una cover di Dylan (Positively 4th Street) che Sua Bobbità dichiarò di preferire all’originale. 
La sua popolarità fu spazzata dalla British Invasion, anche se Rivers cercò di adeguarsi cantando anche cover dei Beatles (Can’t Buy Me Love, A Hard Day’s Night, Run For Your Life). Anche quando perse il successo di classifica Rivers non cessò mai di incidere dischi - e Last Train To Memphis nel 1998 fu uno dei suoi lavori più riusciti. 

Don e Phil, gli Everly Brothers, erano due fratelli del Kentucky. 
Figli d’arte, i genitori erano cantanti country. Nel 1957 la loro versione di Bye Bye Love, un singolo rifiutato da Elvis Presley, vendette più di un milione di copie. Fondevano country e rock’n’roll con uno stile folk da affabili ribelli. Nel 1960 vendettero otto milioni di copie del singolo Cathys Clown
Belli e sorridenti, avevano un’aria da felici ragazzoni WASP (White Anglo-Saxon Protestant) ma dietro le quinte i fratelli Everly si detestavano, si ubriacavano, si separavano per poi scoprire che faticavano a trovare ingaggi se non si esibivano in coppia. 
Gli Everly Brothers ispirarono tutti i gruppi vocali del rock, dai Beach Boys a Simon & Garfunkel ai Beatles ed i loro cori entrarono nel mito del rock. All’inizio della carriera Warren Zevon fu il leader della loro backin’ band. Negli anni ottanta riemersero per un po’ cantando cover di Bob Dylan (Abandoned Love) e Paul McCartney (On the Wings of a Nightingale) su un paio di bei dischi prodotti da Dave Edmunds.
Only The Lonely
“Nel 1970, ho viaggiato per 15 ore nel retro di un camioncino U-Haul per aprire lo spettacolo di Roy Orbison al Music Fair di Nashville. Era una notte d’estate ed io avevo 20 anni. Lui venne fuori con occhiali scuri, un vestito scuro a suonare una musica altrettanto oscura. Nel ’74, appena prima di entrare in studio per Born To Run, stavo cercando di imitare il suono della chitarra di Duane Eddy, ascoltavo la collezione dei dischi di Phil Spector e All Time Greatest Hits di Roy Orbison. Me ne stavo nel letto, la notte, e le sole luci accese erano quelle dello stereo, ascoltando Cryin’, Love Hurts, Runnin Scared, Only The Lonely e It’s Over che rimbombavano per la stanza. Certo rock’n’roll aiuta a legare ed a stare assieme, ma per me le ballate di Roy sono al loro meglio quando le ascolti da solo, al buio. Nel ’75, quando entrai in studio per registrare Born To Run, volevo fare un disco che avesse le parole di Bob Dylan, il suono di Phil Spector e soprattutto volevo cantare come Roy Orbison. Ma tutti sanno che nessuno canta come Roy Orbison». 
Bruce Springsteen

Ci sono certi musicisti la cui vita...


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