Lucio Battisti revisited


Lucio è stato il nostro Paul McCartney, il nostro Brian Wilson.
Masters è una rimasterizzazione di 60 brani dal suo intero repertorio, ottenuto grazie alla pervicacia di Mogol, a lungo suo amico e paroliere.
Il libretto di Masters cita parallelismi con il soul di Memphis, con Blood Sweat and Tears, con Traffic. Io non ci trovo niente del genere. Come i Beatles in UK, come i Beach Boys in USA, Lucio è stato un genio che si è autogenerato. Seminale, ma senza eredi. Nessun musicista in Italia ha seguito il suo esempio, la sua traccia.
Lo amavamo tutti al Liceo, prima di scoprire Bob Dylan, i Pink Floyd, Finardi e Bennato e tutto il rock e confinare Lucio al Pop.

Credo sia arrivato alla fine il momento di riascoltarlo, e riconoscerlo come il più geniale dei nostri musicisti.
Ne ho scritto su Long Playing, la storia del Rock.
Fra le altre parole, scrivevo: “personalmente non riesco ad ascoltare oggi canzoni come Pensieri e Parole, 29 settembre, Io vivrò, Fiori Rosa Fiori di Pesco, Acqua Azzurra Acqua Chiara, forse perché il loro successo nazional-popolare fu così vasto da colorarne indelebilmente i nostri anni sessanta”. 
Negli ultimi anni mi è capitato di infilare nel lettore soprattutto i suoi dischi elettronici con i testi di Pasquale Panella.
Grazie a Masters sono lieto di ammettere che sono finalmente felice di godere di tutto il repertorio, dai singoli geniali per la Ricordi, al periodo più rock, world ed un po' hippie degli album per la Numero 1, all'era meno comunicativa dei synt (ho fatto l'esperimento di portare in auto L'Apparenza e La Sposa Occidentale per un viaggio di tre ore, e ammetto di averli sostituiti nel lettore con Manu Chao).

Leggi anche: Long Playing Lucio Battisti

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