Manu Chao #1


Ho scoperto Bob Marley nel ’76, su un vinile dalla copertina iconica intitolato semplicemente Live!. L’intera seconda facciata era occupata da (1) quel pezzo di culto che è I Shot The Sheriff, che conoscevamo tutti perché da un anno suonava nei juke-box nella versione di Eric Clapton (che allora non era ancora sedato: c’eravamo vicini ma ancora non lo era).
(2) Da un inno reggae intitolato Get Up Stand Up che risaliva ai Wailers, cioè i tempi in cui nel gruppo di Marley cantava anche Peter Tosh (che avremmo scoperto un paio di anni dopo con una cover dei Temptations in cui era accompagnato dagli Stones.
E (3) da un lento bellissimo intitolato No Woman No Cry, che canzoni così dopo gli anni settanta non ne hanno più scritte.
Da sottolineare che allora praticamente nessuno in Italia conosceva la musica reggae, importata dalla Giamaica dall’etichetta di Chris Blackwell, la Island.
Da quel giorno mi sono messo alla caccia di un musicista bianco che fosse in grado di cantare il R&B come Marley, e l’ho trovato quando ho messo le mani sul doppio dal vivo It’s Too Late To Stop Now di Van Morrison (che in effetti è un disco del 1974, ma io ho comprato solo dopo aver visto l’esibizione di Van Morrison che scalcia nell’aria cantando Caravan nel film The Last Waltz della Band).

Solamente un anno dopo dell’uscita di Live! di Marley è scoppiato il punk, che in breve ha mostrato la sua affinità di quartieri popolari con lo ska, la musica degli immigrati giamaicani a Londra. Ma mancavano pochi giorni agli anni ottanta quando nelle vetrine dei negozi di dischi è comparso un doppio dei Clash dalla copertina affascinante, che avremmo scoperto essere una citazione del primo album RCA di Elvis. Il titolo, lo sapete, era London Calling, e segnò un punto di svolta e di crescita per il movimento punk, almeno quanto Aftermath lo era stato per il R&B degli Stones tre lustri prima. C’era fusione di generi nelle canzoni dei Clash, reggae, dub, world, R&R e naturalmente punk.
Oggi sia Marley che i Clash se ne sono andati (fisicamente) e non mi capita mai di mettere uno di quei loro dischi che allora tanto mi hanno fatto sudare.

Però da quando anche il rock è morto, ascolto molto spesso (questa estate non ascolto altro) un musicista che alle mie orecchie suona come un matrimonio fra Marley ed i Clash.
Ha dato alle stampe solo una manciata di dischi, venduti a milioni, ma si parla di rado di lui negli ambienti rock (anche perché il suo stile è meglio definito dalla parola World) ed è l'antitesi della rock star. È spagnolo, è nato in Francia, canta in una mezza dozzina di lingue compreso l’italiano, si chiama Manu Chao, e c’è più energia e gioia nelle sue canzoni che in metà della mia polverosa discoteca. Politica, lotta alla globalizzazione, molta onestà, molto ritmo, danza, sudore, poesia, dolcezza, reggae e musica latina.
A quanto ne so in vent’anni ha fatto uscire solo quattro LP in studio ed un paio in concerto, e molte canzoni sono sorelle, nel senso che ha questa affascinante abitudine di citare da sé i medesimi ritmi o gli stessi versi.
Ne racconterò presto. Tutti gli album valgono la pena di essere ascoltati. Per ora, per i curiosi mi limito a segnalare La radiolina in spagnolo, Sibérie m'était contée, dolcissimo album in francese, e come testimonianza dal vivo Baionarena. E poi c’è sempre Spotify, e lo sentite tutto.

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