Dopo i Beatles


I Beatles non si erano sciolti perché avevano finito la benzina, ma perché non si sopportavano più. E perché John era affascinato dalle potenzialità della sua nuova vita con Yoko Ono. Quando si separarono i quattro avevano ancora molte buone canzoni da scrivere. L’ultimo album registrato, Abbey Road, aveva un suono moderno e brillante ed arrangiamenti che rasentavano la perfezione, come norma nelle registrazioni curate da George Martin. Ma quando uscirono i primi due album solisti di McCartney e di Lennon, la sorpresa era che quel suono perfetto non c’era più. Entrambe le registrazioni erano elementari e artigianali. 


Paul McCartney alla fine aveva trovato l’amore della sua vita. Aveva conosciuto Linda durante il party di presentazione di Sgt. Pepper, e ne era rimasto subito affascinato, ma c’erano voluti anni prima che una relazione si materializzasse. Linda era americana di New York, fotografa di concerti rock (anche per Rolling Stone), ed era riuscita ad entrare nelle grazie dei musicisti della Swinging London. Prima di fidanzarsi con Paul, aveva avuto un’avventura con John, ed era uscita con un certo numero di Stones (almeno così scrisse la groupie Bebe Buell).  
A più di ogni altro (con l’eccezione di Ringo) a McCartney mancavano i Beatles. Fin da subito cercò di ricostituire un gruppo, anche se per farlo non andò mai alla ricerca di veri talenti. Dopo aver registrato i primi due album, la cui differenza di qualità rispetto ai dischi dei Beatles era allarmante, radunò un gruppo per andare in tour, che battezzò Wings. Paul era alla ricerca di un’atmosfera familiare, la stessa in cui erano cresciuti i Beatles. Acquistò un bus a due piani, lo colorò nello stile degli anni sessanta, mise Linda alle tastiere ed ai cori per evitare di doversi separare da lei nei tour, ed organizzò un giro per i college inglesi e attraverso l’Europa. Era il Wings Over Europe Tour. All’inizio il gruppo suonava solo le nuove canzoni e non i vecchi pezzi dei Beatles, per sottolineare la propria identità, ma quando arrivò in America fu recuperato anche il repertorio classico. Arrivarono i successi di classifica, ed il live Wings Over America li rese popolari presso una generazione che non aveva vissuto i Fab Four, anche se il livello era quello di un gruppo pop. L’unico disco di una cerca consistenza fu Band On The Run, attribuito alla band ma in realtà registrato interamente da Paul (con l’aiuto di Linda e Denny Laine), perché gli altri si erano ritirati per non dover spostarsi a registrare in Nigeria (una scelta bizzarra del Macca, considerato che il disco non aveva nessuna influenza world e che il posto, Lagos, non aveva nessuna attrattiva. Al contrario, l’atmosfera si era dimostrata piuttosto ostile). Da quell’entertainer che era, negli anni ottanta Paul proseguì all’ostinata ricerca del successo di classifica, registrando facili melodie e duetti orecchiabili con Steve Wonder e Michael Jackson. Un tentativo di tornare alle origini fu consumato con Flowers In The Dirt, dove le canzoni erano scritte in coppia con Elvis Costello nel ruolo che era stato di John Lennon. Alla fine però Paul, forse per non sminuire il proprio ruolo, decise di includere nel disco solo quattro delle canzoni registrate dalla coppia. Le altre furono pubblicate da Costello sul suo Spike ed i dischi successivi. 


Nessun album solista di John Lennon fu un capolavoro, ma diverse canzoni ancora lo erano. Più che il musicista di talento che era stato nei Beatles, nella sua carriera solista John lasciava venire a galla il fantasma del folksinger di protesta. Sul bel disco d’esordio c’erano Mother, Working Class Hero e God. Il successivo conteneva Jealous Guy e soprattutto l’inno di Imagine, un hit trasversale che sarebbe divenuta la canzone pop probabilmente più nota di sempre. Gli altri greatest hits della carriera solista furono Give Peace a Chance, Power to the People, Happy Xmas (War Is Over), Mind Games e la cover di Stand By Me tratta dal disco Rock’n’roll, che ripescava il repertorio degli anni cinquanta dei giorni di Amburgo. La vita pubblica di Lennon fu scandita dagli eventi mediatici, i bed-in per la pace, l’attivismo sociale e la lotta contro l’FBI per rimanere in America, nei giorni della presidenza Nixon. Fu proprio a New York, dove viveva su Central Park West, che l’8 dicembre 1980 fu assassinato a colpi di pistola da un fan con turbe psichiche. 


Il miglior album di un Beatle solista fu All Things Must Pass di George Harrison. George era entrato nei Beatles a 15 anni e non aveva mai vissuto esperienze musicali differenti. Dopo i Beatles scoprì il divertimento di suonare con altri musicisti. I primi furono Delaney & Bonnie and Friends con Eric Clapton (con il quale Harrison aveva scritto Badge, un hit dei Cream). Un altro grande amico di George fu Bob Dylan. Con tutte le canzoni che Paul e John avevano rifiutato per i Beatles, George entrò agli studi di Abbey Road nel giugno del 1970. Alla produzione fu chiamato Phil Spector. Phil aveva fatto un lavoro deludente con Let It Be, e coprodusse anche i primi dischi di John, ma in questa occasione mostrò il suo genio: All Things Must Pass era monumentale. La fusione delle evocative ballate inglesi di George, con il perfetto wall of sound di Spector ed i musicisti americani del giro di Delaney & Bonnie, generò il capolavoro. Quattro facciate dell’album contenevano 18 magnifiche canzoni, rese magiche e sognanti dall’immersione in un tappeto di strumenti, cori, fiati e arrangiamenti orchestrali. Il box del disco era completato da un terzo “bonus disc” che conteneva jam strumentali di scarso interesse eseguite con Clapton. Al triplo album seguì un secondo triplo con la registrazione del Concerto per il Bangladesh. Era un concerto a scopo benefico per aiutare i rifugiati del Bangladesh dall’aggressione del Pakistan. Costituì il ritorno sulle scene di Clapton e di Dylan; partecipò anche Ringo, mentre Paul e John si diedero per dispersi. 
Nel resto del decennio George non riuscì a mantenere altrettanto elevato il livello dei suoi dischi. In realtà, ascoltare l’antologia The Best Of Dark Horse dimostra canzoni sopraffine. Semplicemente non erano abbastanza per riempire i dischi. 
Nel 1987 Jeff Lynne (della Electric Light Orchestra), un grande fan dei Beatles, produsse Cloud Nine. Grazie alla passione di Lynne ed un suono assolutamente moderno il disco risultò il migliore da molto tempo. Rappresentò l’inizio di una improbabile collaborazione fra George, Lynne, Bob Dylan, Roy Orbison e Tom Petty che si concretizzò nel supergruppo dei Traveling Wilburys, con due dischi all’attivo ed una quantità di spinoff come il disco Full Moon Fever di Petty. 



Anche Ringo Starr fu l’autore di uno dei migliori album del dopo Beatles, il disco del 1973 intitolato semplicemente Ringo. Era un rock delle origini, lucido e pieno di energie, con canzoni coinvolgenti come Have You Seen My Baby (una popolare cover di Randy Newman), You’re Sixteen (un american graffiti del ’60), un brano offerto da Lennon, I’m The Greatest, ed un paio regalati da Harrison, Photograph e It Don’t Come Easy (quest’ultimo solo su 45 giri), i brani migliori registrati da Ringo. Dimostrandosi un entertainer di razza, Ringo mise assieme a intervalli regolari uno show itinerante intitolato All Stars Band, nel corso del quale una parata di ospiti (come Dr. John, Rick Danko, Levon Helm, Billy Preston, Nils Lofgren, Bonnie Raitt, Joe Walsh, Stevie Nicks, Todd Rundgren, Ian Hunter, Greg Lake) suonava le proprie canzoni, che Ringo intramezzava con i greatest hits, compresi le immancabili With A Little Help From My Friends e Yellow Submarine

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