Long Playing Mink DeVille


Altissimo, sottile, spigoloso, in camicia di lamé e cravattino, una giacca resa lucida dall’uso, un ciuffo da rocker ma capelli unti e lunghi, sguardo latino, portamento burino, serramanico certamente nascosto nello stivaletto di tartaruga, pronto a scintillare alla luce dei lampioni della notte newyorchese, Willie era il tipo che metteva timore a fissarlo negli occhi. Ti avrebbe fatto paura ad incrociarlo in una via deserta. Un junkie, uno spacciatore, un protettore di battone da poco, un piccolo bandito a suo modo elegante, sicuramente il boss dell’isolato, l’infedele boyfriend della Rosalita più desiderata. Dissoluto ed in cerca del riscatto sociale rincorrendo easy money. Il più pericoloso, il più bugiardo, il più vanitoso. 
Un po’ zingaro, un po’ capitan Uncino, un po’ Little Richard. Baffetti, orecchini, sguardo da junkie, gatto blu tatuato sul braccio, movimenti molli ed eleganti, il suo sorriso aveva qualche cosa di particolare. E non parlo solo di personalità e di fascino, che pure non gli facevano difetto, quanto di uno sconcertante collage di denti bianchi e denti d'oro, che si faceva impiantare ogni volta che gli avanzava un po’ di contante.
Il personaggio newyorker di Willy DeVille, in stile Lower East Side, West Side Story e Drifters (il gruppo che cantava On Broadway e Save The Last Dance For Me), fu in qualche modo forgiato da Tootsie, la minacciosa fidanzata di Willy, che dopo essersi data un look a la Ronnie Spector, aveva modellato alla stesso stile il suo uomo, un cantante dotato di una voce straordinaria. 
Mink DeVille
Il gruppo, i Mink DeVille, si ispirava alla New York di Ben E. King, di Phil Spector e di Lou Reed (anche se Willy non l’avrebbe mai ammesso). In cerca di attenzione, attraversarono l’America dalla east coast fino a San Francisco, dove per sbarcare il lunario si adattarono a suonare anche in un gay club. Trovarono infine la propria occasione con l’ondata punk al CBGB. Nel 1976 fu registrato un disco che documentasse la scena punk del locale, a cui parteciparono i gruppi ancora senza un contratto. I Mink DeVille sono presenti con Cadillac Moon, una romantica ballata soul sulla New York di «tutte le notti fino a che non arriva la luce / a fare le cose che si fanno solo al buio». 
Grazie a quella registrazione firmarono per una major. Ne avrebbero passate tante di case discografiche, tutte di prima scelta, dalla Capitol alla Atlantic, alla Polydor. E tanti produttori e discografici che credevano nel talento di Willy, da Doc Pomus, l’autore delle canzoni di Elvis Presley, a Jack Nitzsche, produttore di culto con Phil Spector, ad Ahmet Ertegun, il patron della Atlantic Records, la più importante delle etichette rhythm & blues, fino a Jim Dickinson dei Muscle Shoals in Alabama. Ma sorprendentemente a Willy non riuscì mai di conquistare il cuore dell’America. Non per niente era solito ripetere: “I’m not American, I’m New Yorker”. In compenso si ritagliò un seguito di culto nella vecchia Europa. 
Nitzsche fu il produttore del primo album, Cabretta, un potente disco rock, quello con il twist di Spanish Stroll. Quando sentii per la prima volta questa canzone, con il giro di chitarra e la storia di Rose e sorella Sue e tutto il resto, mi dissi “Lou Reed ha rifatto il colpo!”. Dopo Sweet Jane, intendevo.
Ehi, Jim, sei in gran forma
il dito sul sopracciglio, la mano sinistra sul fianco
Pensi di essere un tale playboy
pensi di essere così furbo
Sorella Sue, dimmi piccola, cosa facciamo?
Mi dice: prendi due candele, accendile, fai una barchetta di carta, accendila e falla navigare
Passeggiata spagnola 
Il soul lento di Can’t Do Without It addolcito dal coro degli Immortals, e la cover di Cadillac Walk, la canzone di quello che sembrava destinato a diventare il Buddy Holly della new wave, Moon Martin. 
Rita che: 
Se ne va in giro quando sale la luna e scende il sole
ha le fiamme nel sangue, il fuoco nel respiro 
ed una rosa tatuata sulla coscia
she drives my my young blood wild / my baby's got the Cadillac Walk
mi tira pazzo, la mia piccola ha il passo della Cadillac
La band era composta da musicisti dagli evocativi nomi di Louis X Erlanger, Ruben Siquenza, Thomas Allen Jr. e Bobby Leonards, oltre a godere della collaborazione di Steve Douglas, il sassofonista di Elvis Presley, Beach Boys e Bob Dylan. 
Il seguito fu Return To Magenta, lucidato dal wall of sound di Spector e pervaso dell’odore dei quartieri latini del Lower East Side e della Bowery, con brani intitolati Soul Twist e Desperate Days. Un suono duro ed aggressivo, strumenti precisi e puntuali, tocchi d’orchestra e di sax, aperture liriche da West Side Story.
Il terzo disco, registrato a Parigi dalla EMI francese, era il capolavoro. Un pachuco di soul, punk, cajun di New Orleans e tracce di rossetto. L’album prendeva il titolo di Le Chat Bleu, il gattino che Willie e Tootsie avevano tatuato sul deltoide. Gli americani si rifiutarono di stamparlo, mentre in Europa diventava disco di mito. Dopo aver registrato qualche canzone per la colonna sonora di Cruising, un duro film noir di William Friedklin ambientato nel mondo dei club gay di New York, con Al Pacino nella parte di poliziotto, Willy azzerò il gruppo. Con un contratto per la Atlantic, l’etichetta della soul music, mise assieme una nuova band, partendo dal tastierista (e fisarmonicista) Kenny Margolis, che già aveva partecipato al gatto blu, accompagnato da ceffi dai nomi di Ricky Borgia, Louis Cortellezzi (al sax), Joey Vasta e Tommy Price. Una band impomatata ed imbrillantinata con giacche e camicie variopinte che ne facevano un crossover fra un gruppo di jazzisti e l’Orchestra Casadei.

Registrarono Coup De Grace, il disco che avrebbe dovuto dare il colpo di grazia al pubblico, con rock’n’roll metropolitani intitolati Maybe Tomorrow, One Good Reason e Love Me (Like You Did Before). Il tour europeo comprendeva finalmente una data, sia pure troncata, a Milano, in cui riuscimmo ad avere un assaggio di uno degli show più caldi in circolazione (l’altro era quello di Bruce Springsteen con la E Street Band) ed in cui ascoltammo per la prima volta l’intro strumentale di Harlem Nocturne (una sigla dei Viscounts). Avremmo poi visto (al teatro Tenda) Willy cavalcare la Gibson con il passo dell’oca di Chuck Berry sul finale incandescente di Lipstick Traces e Spanish Stroll, fino all’ultimo dei bis, la lunga Easy Street, con il coro che salutava «So long, so long», nel tour del successivo Where Angels Fear To Tread, una specie di bis al precedente che comprendeva l’irresistibile danza latina di Demasiado Corazon. Una testimonianza di quello show è in Live In Montreux 1982
Ogni mattina mi sveglio a pezzi
ogni giorno muoio di nuovo
ogni notte divento più debole 
ogni notte piango
Demasiado corazón, troppo cuore
In piedi nell’ombra sotto il cielo
nessuno sa che sto piangendo 

distrutto dal mio amore

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