Long Playing Los Lobos


I Los Lobos sono la quintessenza del suono di Los Angeles. La colonna sonora della terra promessa dove l’America arriva alle rive del Pacifico, la metropoli abitata da un melting pot di americani in cerca del sogno, ed un quaranta per cento di latini provenienti dal Messico a dar colore alle contee dove la lingua parlata è lo spanglish. 
La storia iniziò nei primi anni settanta, quando Cesar Rosas telefonò a David Hildago per chiedergli di mettere assieme una banda. Cesar Rosas era un giovane chitarrista di talento, ma David passava addirittura per un enfant prodige, un piccolo Mozart in grado fin da bambino di padroneggiare ogni strumento musicale. Completavano il quartetto Louie Pérez e Conrad Lozano. Tutti i membri del gruppo si distinguevano per il virtuosismo, sia nel suonare le chitarre che ogni altro stravagante strumento tradizionale. Spesso si scambiavano lo strumento o si alternavano dietro alla batteria. Anche se tutti loro conoscevano i classici del rock’n’roll, su cui erano cresciuti, il progetto dei Los Lobos del Este de Los Angeles era quello di imparare un certo numero di standard da ballo messicani per esibirsi di fronte ad un pubblico pagante alle feste di paese, ai matrimoni e nelle cantine. Nascevano come una banda mariachi, di preferenza acustica ma capaci di imbracciare anche una Fender o una Gibson (quando furono in grado di permettersene una) per ravvivare una festa. Fin dall’inizio affondarono in profondità le radici nell’ambiente sociale che li circondava: erano e sarebbero rimasti una band dell’east di Los Angeles, un gruppo della gente, della Los Angeles latina, quanto per esempio i Grateful Dead lo erano stati per la comunità hippie di Haight Ashbury. Molti dischi degli anni del successo si riferiranno alle storie del vicinato e del quartiere, come The Neighborood, Good Morning Aztlán e The Town And The City. Il covo dei Los Lobos era rappresentato dal Manny Lopez Club, una cantina sull’Atlantic Boulevard dove erano di casa, e dove per ascoltarli suonare le persone pagavano un dollaro e 25 cent, più tutto quello che spendevano in cerveza. Furono i lunghi ed appaganti anni della gavetta, come i Beatles ad Amburgo. 
Per imparare i trucchi del mestiere direttamente dai maestri, capitò loro di viaggiare in pullman a sud del confine, a Veracruz e poi fino a Città del Messico dove, raccontano, furono capaci di lasciare a bocca aperta i musicisti locali. 
Alla fine degli anni settanta si percepiva un’aria nuova sulla scena musicale; una nuova energia rock stava ritagliandosi uno spazio fra la musica della west coast. Nuove band suonavano nei locali della zona di Hollywood. Era la new wave, la nuova ondata, propagata come un terremoto dal suo epicentro sulla costa opposta, il CBGB sulla Bowery a NYC. 

Un compaesano, Tito Larriva, che suonava in un gruppo punk, i Plugz, descrisse ai lupi la nuova scena. Fece di più, procurando loro l’ingaggio per l’apertura di un concerto nella parte occidentale delle città, all’Olympic Auditorium a Hollywood. Sfortunatamente il gruppo per cui dovevano aprire era inglese, i Public Image Limited, ed il loro cantante si chiamava Johnny Lydon, alias Johnny Rotten. Il posto era stipato di punk con creste variopinte, affamati di Sex Pistols. L’ingresso di una band latina scatenò l’inferno, con tanto di sputi e lancio di oggetti contundenti. I Lobos tennero duro per sei canzoni, ma quando si trattò di iniziare a schivare le bottiglie, spensero gli amplificatori e lasciarono in fretta il palco. Le loro famiglie, che li avevano accompagnati nella trasferta, erano in lacrime. Ma i musicisti non erano rimasti indifferenti alla scena, così diversa da quella consueta dei mariachi. Un disastro, prevedibile, destinato a segnare il destino della band: invece di far ritorno a East L.A. con la coda fra le gambe, David, Louie e compagni si diedero alla frequentazione dei locali di Hollywood come il Vex Club, quello dove suonavano i Plugz. La folgorazione avvenne quando al Whisky A Go Go videro lo show dei Blasters dei fratelli Phil e Dave Alvin. I lupi colsero l’affinità con il gruppo, assorbendone lo stile (così come erano abituati a fare con le loro influenza latine), e facendo amicizia con i fratelli Alvin inaugurano una nuova stagione musicale. Avrebbero aperto per i Blasters nello stesso locale sul Sunset Strip, prendendo in prestito il loro sassofonista, l’immenso Steve Berlin, che per qualche tempo si divise fra i due gruppi, scegliendo alla fine di rimanere con i chicanos. I nuovi Los Lobos suonano rapidi e nervosi rock’n’roll, brani come Anselma che li resero popolari. Fu un successo locale immediato, un tripudio di pubblico che da quel momento li nominava paladini della new wave di Hollywood. L’etichetta dei Blasters li mise sotto contratto, per registrare prima un EP, And A Time To Dance, e nel 1984 un long playing, How Will The Wolf Survive, prodotto da T Bone Burnett. Un disco splendido, dove la mitologia e l’energia primordiale del rock a la Creedence si tingeva di quel sapore chicano che fino a quel momento era stato proposto al pubblico rock solo da Ry Cooder. Sui canoni della new wave, le canzoni erano gioielli ispirati ai giorni d’oro del rock’n’roll (Evangeline, Don’t Worry Baby, I Got Loaded), e al sound latino, fino a realizzare con la title track un capolavoro dell’emergente ondata Americana... 



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