The Kids Are Alright


È stato un tempo il mondo, giovane e forte
odorante di sangue fertile
rigoglioso di lotte, moltitudini
splendeva pretendeva molto
Famiglie donne incinte, sfregamenti, 
facce gambe pance braccia

(C.S.I.)

Credo che nessuno dei suoi protagonisti, neanche sotto l’effetto delle droghe più eccitanti, abbia negli anni sessanta immaginato neanche per un attimo che le canzoni che stava registrando sarebbero state ascoltate (e venerate) ancora mezzo secolo dopo. Ma neanche una decade dopo. Who wants yesterday’s papers? Chi leggere i giornali di ieri, chi ascolta le canzoni dell’anno scorso?
D’accordo, c’era questo movimento potente, c’era la Pop Art, il Modernismo, il Beat, c’era questa grande cosa che stava succedendo, ed era una cosa nuova, che riguardava i giovani, l’annunciarsi di un mondo migliore. Era il Rinascimento ed il suo epicentro era Londra, la capitale dell’universo.
Ma le canzoni che i musicisti scrivevano, registravano, cantavano erano, nell’opinione generale - di pubblico, produttori, musicisti, recensori - musica di consumo, da godere, sfruttare, consumare, gettare. (Anche) per questo motivo era prestata poca attenzione ai diritti d’autore e a chi era di chi. Il disco era della casa discografica, che passava dei soldi al manager, che pagava uno stipendio al musicista. Se eri in vetta alla classifica ti veniva acquistata una spider (se eri i Beatles, una Rolls).
Come avranno pensato di campare i musicisti, diventando adulti? Immagino non ci pensassero: a nessun ventenne che fa il surf sulla cresta dell’onda della vita passa per la mente che un giorno sarà vecchio.
I hope I die before I get old, non mi ci vedo a cantare Satisfaction when I’m sixtyfour… 
Nessuno pensava che sarebbe finita. Nessuno immaginava un mondo senza canzoni e senza dischi. Niente più Gloria, Black Magic Woman, Sympathy For The Devil, Born To Run, London Calling.
Il futuro, mi duole il cuore a dire ciò che ci tocca testimoniare, è andato nel senso opposto ad ogni aspettativa. Quella che sembrava l’alba di un giorno nuovo si è spenta in un tramonto di delusioni. Il mondo migliore si è rivelato (almeno ai giorni nostri, mai dire mai) una trappola nelle mani della finanza. Il denaro è l’unico valore che conta in questo grigio inizio di nuovo millennio. Le persone sono schiacciate dalla schiavitù del dollaro (e del suo zombie l’euro), l’occidente è diventato decadente e sterile.
Forse anche per questo, perché tutto è inaspettatamente finito, il ricordo della musica rock è sconfinato nel mito, ed i dischi degli anni cinquanta, sessanta e settanta sono entrati nello stesso Olimpo del jazz e della musica classica: un camposanto di nostalgia.
Ci sono canzoni che ancora oggi fotografano la generazione del beat con un’intensità che invece di perdere colore evoca l’energia dei tempi indimenticabili di un mondo giovane.
The Kids Are Alright, I Can’t Explain, My Generation, You Really Got Me, (I Can’t Get No) Satisfaction, Jumpin’ Jack Flash, Lucy In The Sky, Hey Jude, Let It Be e millanta altri dischetti di tre minuti che rappresentano (ancora) la nostra cultura.
Niente nostalgia: i vinili per me non valgono nulla, e ai concerti dei musicisti che meriterebbero la pensione lascio andare gli anziani. Alle mie orecchie non sono più divertenti di veglie funebri. È la musica che conta, le canzoni, lo spirito del rock. O perlomeno il suo fantasma. E lo dico mentre da un diffusore Marshall ascolto uscire distorta la musica a tutto volume del primo LP degli Who.

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