Ry Cooder


Negli anni settanta Ry Cooder fu per noi un nome leggendario. I suoi erano un pozzo di San Patrizio di musiche mai sentite, che provenivano dalle radici del nostro rock. Cooder era una Università di suoni per noi giovani rocker e punk, e la forza dei suoi dischi era nell'estrarre dal passato e dall'altrove musiche tradizionali, ma di suonarle nel modo più attuale, forte di una chitarra elettrica affilatissima e di una pulizia sonora unica.
(In realtà lo amavamo ancora prima di saperlo, perché sua era la chitarra di Sister Morphine... C'è chi sostiene che addirittura suo sarebbe il riff di Honky Tonk Women)

Da Into The Purple Valley (1972) a Bop Till You Drop (1979) tutti i suoi dischi furono capolavori venerati. Aggiungo alla lista anche un EP dal vivo dei primi anni ottanta che per me era una pietra preziosa, e di cui ho sempre aspettato inutilmente la versione in album completo.
Fu lui a farmi scoprire il folk, il tex mex, il jazz delle origini e forse anche molto soul e rock'n'roll.
Poi si ritirò dal rock, deluso probabilmente dalla mancanza di successo commerciale, per lavorare solo su colonne sonore: pochi, maledetti e subito.
Tornò a sorpresa negli anni duemila, questa volta come autore, della propria amata Los Angeles.

« Quello di Ry Cooder è un nome perso nelle nebbie della leggenda. In veste di session man il suo nome ricorre dalla notte dei tempi, dai dischi di Captain Beefheart, Taj Mahal, Randy Newman, Van Dyke Parks, e gli Stones di Let It Bleed e Sticky Fingers. Suo è il leggendario assolo della slide a metà di Sister Morphine. Cooder entrò nel mito con un poker di album per la Warner Bros durante gli anni settanta. Dischi ognuno diverso nel tema, ed ognuno perfetto. Uno era polveroso folk delle radici, l’altro blues, uno gospel e l’altro tex-mex ed hawaiano. Uno jazz delle origini ed uno ancora rhythm & blues elettrico (il mio preferito, Bop Till You Drop). Architetto sonoro mai accademico o noioso, Cooder era perfettamente in grado di rievocare l’anima di musiche dei tempi andati, nel modo più onesto e sincero. La sua chitarra era affilata, la sua produzione scintillante, i suoi compagni eleganti, la sua voce evocativa, le sue storie romantiche. Negli anni ottanta andò perdendo quella perfetta messa a fuoco, ma ottenne i suoi successi (come Down In Hollywood, Across The Borderline, All Shook Up). Nato e cresciuto a Los Angeles, ha dato un grosso contributo alle colonne sonore dei film di Hollywood, come in The Long Riders o Paris Texas. Quando alla fine si stancò della scena rock, conobbe il suo momento di maggior popolarità con il documentario di musica cubana Buena Vista Social Club. Sempre più scontroso nelle interviste, è tornato al rock negli anni duemila con una trilogia di dischi della sua città, completata da un libro di storie scritte. Con la novità che si firma ora da sé le canzoni che suona. Se l’autore non è al livello dell’esecutore, non è comunque la poesia a fargli difetto »

(Long Playing, il Ritorno del Rock)

Esiste una biografia firmata Aldo Pedron, intitolata Il viaggiatore dei suoni.


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