Giancarlo Susanna la luce arancione

Ho saputo della morte di Giancarlo Susanna, giornalista musicale di vecchia data, sul Mucchio Selvaggio (curiosamente il suo nome sulla pagina wiki del Mucchio non appare, come non appare il mio...), il Buscadero, Rockstar, Rockerilla e innumerevoli altre fino all'Unità, e dj radiofonico, cito per tutti Rai Stereonotte. 
Qualche anno fa avevo in mente di pubblicare un'antologia collettiva di cronisti rock italiani, che avrei voluto intitolare Beatnik, o qualche cosa del genere. Giancarlo mi spedì un racconto intitolato La luce arancione. 
Poi non se ne fece più nulla, ed il racconto è rimasto nel cassetto (o meglio, in una cartella di questo Mac). Lo pubblico oggi qui, in suo ricordo. 
Long may you run... 

La luce arancione

Il bambino trotterellò sul pavimento tirato a lucido del corridoio. Teneva stretto un orsacchiotto biondo vestito con un improbabile grembiulino a quadretti bianchi e blu. La cucina era avvolta dalla luce incerta, azzurrina e un po' malinconica del crepuscolo. La radio era sistemata sul tavolo di marmo accanto alla pentola già pronta per la cena. Sull'apparecchio  di bachelite bianco crema spiccava una manopola circolare rossa e oro con al centro un piccolo rombo in rilievo. Bastava farlo girare verso destra con uno scatto e la radio si accendeva. La manopola su cui erano segnati tutti i numeri si illuminava e diventava arancione. Era una luce tenue eppure calda, rassicurante. Come le voci e le musiche che uscivano dall'altoparlante. Il bambino si arrampicò sulla sedia, si sporse sul ripiano del tavolo, girò l'interruttore. «Signore e signori, buona sera. Vogliate ascoltare 'Ballate con noi’…» La musica, un insinuante, sensuale bayon, entrò nella cucina e qualcosa impercettibilmente cambiò. Era il cuore del bambino che batteva più forte.

Il ragazzo prese il pesante dizionario di greco e lo sfogliò svogliatamente. Non che fosse mai stato uno studente modello, tutt'altro, ma da quando suo padre gli aveva sequestrato la radio a transistor, non riusciva più a tradurre una riga o a concentrarsi su una pagina. La finestra da cui entravano suoni e musiche emozionanti, fino a quel momento spalancata, era stata chiusa con il solito pretesto e la consueta esortazione all'impegno, la consueta esortazione a «non perdere tempo con quelle stupidaggini». Ma la radio aveva comunque lasciato un segno profondo e i Beatles, Bob Dylan, Donovan, i Byrds, Otis Redding e tutta la banda popolavano ormai i sogni del ragazzo. C'era tutto un mondo da scoprire là fuori, un mondo cento volte più bello e affascinante del silenzioso tinello borghese in cui il ragazzo era costretto a studiare. Mille persone da conoscere e mille canzoni da cantare.

L'uomo posò la borsa piena di dischi sul tavolo ricoperto di panno verde. Sistemò il microfono all'altezza giusta e guardò nervoso l'orologio digitale. C'era appena il tempo di preparare i primi due brani e sarebbe partita la vecchia sigla. «Mezzanotte e tre minuti, va in onda come sempre da quasi quindici anni il nostro programma, ideato per chi vive e lavora di notte», disse scandendo con cura ogni parola e cercando di stabilire da subito un contatto con gli ascoltatori. Era strano come la stanchezza, il freddo e il buio dell'inverno scomparissero di colpo alle prime battute della trasmissione. Presentò il pezzo d'apertura e diede un'occhiata al tecnico seduto alla consolle. Tutto a posto, la partenza era andata bene. Per un attimo – soltanto per un attimo – sulla grande vetrata che separava lo studio dalla regìa gli sembrò di vedere la vecchia radio di bachelite bianca. La luce arancione fu giusto un repentino riflesso, ma ebbe su di lui lo stesso effetto di tanti anni prima. Si sentì ancora più tranquillo e sicuro nell'affrontare le ombre.

                                                Giancarlo Susanna

Questo breve racconto autobiografico è il tentativo di ripercorrere in sintesi la mia vicenda professionale, che è legata soprattutto alla radio. È stato pubblicato sulla rivista Maltese (N°22, Maggio/Settembre 1998).

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