Long Playing gli anni ottanta


Furono il decennio ottimista di MTV, dei video e delle canzoni orecchiabili e ballabili. Per la musica rock gli anni ottanta costituirono in un certo modo un capolinea: come era successo al jazz negli anni quaranta, quando il be-bop di Charlie Parker aveva allontanato il pubblico popolare dal jazz per farne una musica intellettuale per ascoltatori sofisticati, così il rock negli anni ottanta si allontanò dai gusti mainstream del pubblico. Il rock perse compattezza come scena organizzata, per dissolversi in una quantità di rivoli ed avviandosi a rivolgersi ad un pubblico di nicchia.
Dal punto di vista della popolarità, gli anni ottanta furono il decennio della disco music e dalla musica pop. Già nel 1978 gli Stones avevano registrato un disco, Some Girls, che era diventato un blockbuster grazie ad un brano disco, Miss You, il loro più grande ed ultimo vero successo. Negli anni ottanta Michael Jackson era l’idolo dei teenager, piazzando 65 milioni di copie del suo album Thriller, cifra che ne fece il disco più venduto di sempre. Il più creativo dei musicisti da discoteca fu Prince, che sui suoi grandi successi, come Purple Rain e Kiss, miscelò il suono funky di James Brown con brandelli di psichedelia e riff di chitarra rock. Madonna era la regina del pop, con 25 milioni di copie di Like A Virgin, seguita dalla ragazza che voleva solo divertirsi, Cindy Lauper.
Della musica new wave, che alla fine degli anni settanta aveva conquistato le classifiche di vendita (in realtà più in Gran Bretagna che in America), restavano popolari solo i gruppi radiofonici. I Police rimasero i beniamini del pubblico fino a quando si sciolsero nel 1983, mentre i Talking Heads fecero il botto con Remain In Light, che si poteva ballare. I Blondie con Parallels Line erano passati senza scomporsi dal punk all’euro-disco. I nuovi dischi dei Dire Straits erano decisamente radio orientented. Puri e duri rimasero i Clash, gli unici a cui riuscì  di piazzare in classifica brani rock’n’roll, come Should I Stay Or Should I Go e Rock The Casbah.
I dischi rock che frequentavano le classifiche ci riuscivano solo ad alcune condizioni: che la linea ritmica fosse compressa e pompata come nella musica da discoteca, e possibilmente sottolineata dai sintetizzatori. Era il big drum sound, che caratterizzava il best seller di Bruce Springsteen, Born In The USA, così come Long After Dark di Tom Petty & The Heartbreakers, e in generale tutti i dischi rock che riuscirono ad agguantare il successo, come quegli degli U2, che conquistarono il pubblico inventando il rock da karaoke degli stadi.
In Inghilterra impazzava il pop di Annie Lennox e Boy George, Phil Collins e Robert Palmer. I ragazzi ascoltavano il synth pop dei gruppi new romantics e tech come Wham, Ultravox, Duran Duran, Spandau Ballet, Depeche Mode, Human Legue, Soft Cell, Japan, The The e la techno e la disco, a cui si era messo al traino anche il David Bowie di Let’s Dance e del Sound + Vision. I giovani più sofisticati ascoltavano le canzoni gotiche dei Cure di Robert Smith, oppure gli XTC, un duo creativo composto da Andy Partridge e Colin Moulding, sospesi fra il culto dei Beatles ed il ritmo tecnologico.
Per la musica rock, gli anni ottanta furono la decade degli Smiths. Il gruppo di Manchester di Morrissey e Johnny Marr ne rivoluzionò definitivamente il modo di cantare, inaugurando la stagione dell’indie rock, che avrebbe raggiunto gli USA con i R.E.M.. Gli Smiths influenzarono ogni band Indie ed Americana a venire, compresi i gruppi dell’ondata Britpop degli anni novanta: Blur, Verve, Oasis, Pulp, Suede, Travis. Sulla stessa lunghezza d’onda degli Smiths furono i Prefab Sprout di Paddy McAloon e Lloyd Cole and the Commotions, che realizzarono un capolavoro per ciascuno. I primi Steve McQueen (il disco con la Triumph Bonneville in copertina) ed i secondi Rattlesnakes. A cui si aggiungevano gli Housemartins di London 0 Hull 4.
Gli anni ottanta segnarono anche lo sbarco del mondo della finanza nel music business. Fino agli anni settanta le case discografiche erano rappresentate da appassionati di musica, come lo erano stati Sam Phillips, Ahmet Ertegün, Mo Ostin, Clive Davis, Jac Holzman, David Geffen, Chris Blackwell e Richard Branson. Nel nuovo decennio la musica divenne puro entertainment, un’industria non diversa da quella televisiva. Le etichette discografiche vennero assorbite una ad una da multinazionali gestite da yuppies, fino a ridursi a tre o quattro grandi gruppi. Il risultato fu di soffocarne ogni alito artistico e di dare il via ad una crisi irreversibile nelle vendite della musica.


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