Long Playing Bob Seger


Pensala in termini di ponti bruciati
pensa alle stagioni che passano
guarda i fiumi che nascono e finiscono
nasceranno e finiranno di nuovo
tutto deve avere una fine
come l’oceano alla spiaggia
come un fiume nel mare...
...è il famoso gran finale

Bob Seger, Detroit, classe 1945 (per essere pignoli: Ann Arbour, una sporca suburbia di Detroit, famosa per la delinquenza e i suicidi), 20 album in mezzo secolo on the road, il rocker più importante di una delle più importanti città del rock. Tre album sono l’asse portante di tutto il suo lavoro, la ragione dell’amore del suo enorme pubblico, il suo lasciapassare per il paradiso: Live Bullett, live album del 1976, Night Moves e Stranger In Town. Tre dischi di ballate sognanti e rock’n’roll di fuoco. Perché alla fine che altro è il rock se non questo?
Il padre di Bob, incasinato da problemi di alcool, lavorava nell’infermeria della Motor Ford Company, fino al giorno in cui se ne stancò e partì per la California dimenticando a casa moglie e figli. La madre tirò avanti come donna delle pulizie mentre Bob affrontava i suoi personali problemi di affetto e difficoltà di inserimento sociale.
La radio era per lui la sola fuga nel mondo dei sogni:
«Vivendo nella parte povera della città, non potevo avere altro che gusti da greaser. Così quando mia madre e mio fratello rincasavano e le stazioni del Michigan riducevano la potenza, mi infilavo la cuffia del transistor e mi sintonizzavo su WLAC di Nashville. Potevi ascoltare James Brown & The Famous Flames, Wilson Pickett, Garnett Mimms & The Enchanters.»

All’età di 15 anni Bob scoprì di avere un talento naturale per le rime e scrisse la prima canzone, The Lonely One, che fu trasmessa da un disk jockey di Ann Arbour. In quegli anni Bob non flirtava bene con la scuola, preferendo le piccole delinquenze giovanili, il rhythm and blues ed il rock’n’roll.
Ciò nonostante è all’Università del Michigan che Bob incontrò Eddie Punch Andrews, l’uomo che fu di fondamentale importanza per la sua carriera e colui che lo spinse alla musica. Andrews era il titolare della Hideout Records, un’etichetta interessata a promuovere gruppi locali che si rifacevano al british sound, in particolare ai gruppi hard rock e a quelli influenzati dal blues. Seger suonò dapprima con gli Omens di Doug Brown, poi Punch Andrews gli propose di scrivere un pezzo per una band di nome Underdogs. Il pezzo non ebbe successo ma Seger decise di ri-registrarlo egli stesso: il singolo si chiamava East Side Story e fece il numero 3 nelle classifiche di vendita locali di Detroit.
Punch divenne il suo manager e Seger incise altri singoli, fra cui una Heavy Music che risultò il singolo più venduto in città nel 1967.

Seger a Detroit era già un local hero con il suo rock’n’roll viscerale che ne faceva un rocker della classe operaia, dei truck driver, della workin’ class. Non a caso uno dei mezzi più diffusi per vendere i suoi dischi fu rappresentato a lungo dalle cassette stereo 8, quelle cartucce che si infilavano nelle autoradio delle auto e dei camion americani.
Gli Underdogs facevano parte della Motown di Detroit e tutto faceva pensare che Seger sarebbe nella scuderia Tamla come il primo cantante bianco dell’etichetta. Se non che Punch Andrews aveva conoscenze alla Capitol e Seger finì li.

«Forse fu un bene, perché nonostante la Motown fosse di Detroit, io non avevo molto in comune con la musica di quell’etichetta. C’era molto più Wilson Pickett che Smokey Robinson nelle mie vene. Ora amo la Capitol, sono come una famiglia per me, ma all’inizio non fu tutto rosa e fiori: avevano sotto controllo i Beatles, i Lettermen, i Beach Boys e me. Quando incisi “2+2=?”, un pezzo anti-Vietnam, mi buttarono letteralmente fuori dall’ufficio e bloccarono la pubblicazione del 45 giri». 

Su consiglio di Punch, Seger mise assieme una band chiamata Bob Seger System che fra il 1969 ed il 1970 registrò tre album per la Capitol Records, tutti di successo nell’area di Detroit. I tre album si intitolano Ramblin’ Gambin’ Man, Noah e Mongrel.

2+2=? finì su Ramblin’ Gamblin’ Man, il primo long playing, in cui domina la voce possente di Bob ed un certo sound che è immagine dell’America del tempo: rock blues, psichedelia, Hendrix, acidi concorrono a fare di questo disco un prodotto oggi molto datato.
Ramblin’ Gamblin’ Man, la canzone, fu il suo primo successo nazionale facendo il numero 17 nelle classifiche dei 45 giri ed entrando in pianta stabile nel suo repertorio futuro. Arrivò anche in Europa, e Bandiera Gialla del duo Arbore/Boncompagni lo programmò per alcune settimane. Passeranno però anni prima che il nome di Seger riesca a uscire di nuovo dall’area locale di Detroit.
Era un eroe locale, ma un benemerito sconosciuto fuori dalla landa industriale del Michigan. Gli album successivi si susseguirono nel più completo anonimato e Seger si rivolse completamente al lavoro sul palco. Arrivò a suonare per trecento sere in un anno, creandosi il mito dell’animale da palcoscenico, dello showman instancabile, del rocker tutto d’un pezzo, fama ripresa in tempi successivi da Springsteen.
Frustrato dal non essere riuscito a bissare il successo di Ramblin’ Gamblin’ Man, dopo un album acustico intitolato Brand New Morning, Seger lasciò la Capitol per incidere per  una etichetta creata allo scopo dal suo manager Punch Andrews, la Palladium, che riuscì ad avere un contratto di distribuzione con la Reprise.
Per la Palladium, Seger registrò un ottimo ruvido selvaggio album di rock’n’roll americano inzuppato nelle Gibson elettriche e nel soul della motown, sostenuto da un groove alla Little Richard e da una sporca roca e robusta voce. L’album si intitolava Smokin OP’s, che in gergo significa fumarsi le sigarette degli altri, metafora del fatto che si trattava di un album composto da nove effervescenti cover, suddivise fra rock ‘n’ roll e ballate, da Who Do You Love di Bo Diddley e Love The One You’re With di Stephen Stills a If You Were A Carpenter del delicato Tim Hardin e Hummin’ Bird di Leon Russell.
Ancora lo sfrenato rock’n’roll di Let It Rock di Chuck Berry (l’artista al quale, assieme a Van Morrison, Bob Seger deve di più in fatto di ispirazione), Turn On Your Love Light (lo stesso R&B che Pig Pen cantava con i Grateful Dead), Someday, ballata di proprio conio che anticipava la vena romantica del futuro, ed un remake del proprio vecchio successo di Detroit, Heavy Music.
Il disco centrava l’obbiettivo di testimoniare il torrido suono live di Seger, un rock robusto delle chitarre in questa occasione colorato anche dalle note liquide di un Hammond forse in eccessiva evidenza nel missaggio e da una sezione ritmica rinforzata da tre percussionisti.
Nel 1973 l’album fu bissato da un Back In ’72 che proponeva una più forte quota di pezzi firmati da Seger stesso. Back In ’72 era un disco prodotto con mestiere sotto forma di un concentrato di rock. Una robusta band, che comprendeva cori soul femminili e persino la chitarra di JJ Cale in bell’evidenza, apriva con una versione di Midnight Rambler degli Allman Brothers Band, tanto per chiarire subito di che pasta fosse fatto il disco. Poi la ballata romantica di So I Wrote You A Song, in una alternanza rock’n’roll e lenti che sarebbe diventata il marchio di fabbrica dei dischi di Seger. Turn The Pages era una delle coinvolgenti ballate che sarebbero entrate a far parte del repertorio di Bob, sottolineata da un gran sax. Una storia on the road che descrive la vita ad alta gradazione rock di Seger.
Seven pagava il conto con il sound del momento, il boogie rock sudista di Allman Bros e Lynyrd Skynyrd. Tra i pezzi, Get Out Of Denver era destinata ad assumere il ruolo del classico di Seger, immancabile bis di ogni show e cover di tante rock’n’roll band nonostante sia ricalcata da Johnny B. Goode del solito Chuck Berry. Poi UMC (Upper Middle Class), un anthem blue collar esplicito sui gusti da greaser dei kids della suburbia. Amarezza, alcool, riscatto, il pieno di benzina ed una strada su cui rollare il blues dei tempi duri.

Punch gli consigliò di mettere assieme una band alla nitroglicerina, la Silver Bullet Band, con cui andare in tour.
Nel ‘75 registrò comunque gran parte di Beautiful Loser con i session men della Muscle Shoals Rhythm Section, limitando i suoi alla registrazione della potente cover di Nutbush City Limits. Ma la Reprise, stanca della mitologia da jeans sgualciti, rifiutò di pubblicare il disco. Bob fece ritorno alla Capitol, che stampò l’album con un discreto successo.
La storia si doveva ripetere con il successivo doppio live, Live Bullett, che la casa considerava una copia del bestseller del momento, Frampton Comes Alive. al contrario l’album si rivelò il primo enorme successo internazionale dell’artista.

«Ma non è finita - aggiunge Punch Andrews - dopo l’hit di Live Bullett, i signori della Capitol rifiutarono anche i nastri di Night Moves perché poco eccitanti rispetto al live. Le case discografiche spesso agiscono senza un briciolo di ragione»... 

leggi tutta la storia su Long Playing, il ritorno del Rock

P.S.: questo pezzo è stato scritto molti anni fa (in effetti non ricordo neanche quando) assieme a Mauro Zambellini.

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