Long Playing Captain Beefheart


All’età di vent’anni Nick Kent, il più iconico dei cronisti musicali britannici, muoveva i primi passi nel giornalismo londinese quando fu incaricato da una fanzine (non era ancora approdato al New Musical Express) di intervistare Captain Beefheart in tour in Inghilterra con la sua Magic Band. I musicisti si spostavano su uno scassatissimo bus, già abbigliati in sgargianti abiti da scena fra il psichedelico e il prestigiatore di provincia, ed un Beefheart dall’atteggiamento spaccone e la personalità magnetica spiegava con convinzione al giovane Kent di quant’egli fosse un genio di fondamentale importanza artistica. Se il giovane cronista ne avesse anche avuto il minimo dubbio, si dovette ricredere quando quell’armata brancaleone salì sul palco e accese gli amplificatori:

“Appena partirono le prime note, il tempo si fermò. Musica come quella non si era mai ascoltata prima”. 
“Le incisioni in studio trasmettevano solo un barlume della maestosità sconvolgente che acquistavano dal vivo… Beefheart possedeva un’estetica aliena assolutamente unica… Nessuno di noi riusciva a credere di ascoltare musica così viscerale e così assurdamente viva”.

Don Van Vliet, alias Captain Beefheart, fu un artista totale. Non solo perché attraversò differenti forme d’arte, dalla scultura, alla musica fino alla pittura, ma soprattutto perché visse la vita dell’artista a tempo pieno: un folle alieno incapace di distinguere l’arte dalla vita quotidiana, come un Vincent Van Gogh d’altri tempi. Già la sua biografia getta le radici del mito. Il Capitano, mai avaro di parole e di auto incensamenti, non perdeva occasione per descrivere i dettagli delle proprie vicende, incurante della loro coerenza. Non è raro che i musicisti raccontino fanfaluche ai giornalisti che li intervistano, un po’ per percularli, un po’ per distinguere le vicende mondane dell’uomo da quelle trascendenti dell’artista. Ma, nel caso del Capitano, è molto probabile che fosse assolutamente convinto delle proprie cronache.  
Raccontava di ricordare ogni dettaglio della propria nascita in quel di Los Angeles, compreso il primo respiro. Non pronunciò una sillaba fino all’età di tre anni, quando già mostrava talento di scultore. Durante una passeggiata con papà e mamma allo zoo di Los Angeles incontrò il “famoso” scultore portoghese Agustiño Rodriguez (di cui la storia dell’arte non conserva memoria), che cogliendo il talento del bambino prodigio lo prese a bottega introducendolo ad uno show televisivo di arte infantile. Ma i genitori (Don era figlio unico) temendo che l’arte potesse fare di Don un omosessuale, lo ritirarono e si trasferirono nel sobborgo di Lancaster, un posto noioso dove il caso volle vivesse un altro eccentrico teenager che avrebbe avuto il suo peso nella storia della musica contemporanea, Frank Zappa. Il Capitano sostiene di non essere andato a scuola, perché soffriva di dislessia, anche se lo contraddicono le fotografie sull’album del diploma. In quei giorni lui e Zappa fecero squadra. A Lancaster le occasioni di trovare una ragazza erano scarse e i due concentrarono le loro attenzioni sui dischi, in particolare di musica soul, blues e doo wop. Il che contraddice un’altra affermazione, quella di non aver mai ascoltato musica prima dei 23 anni. Fu Zappa a coniare il soprannome del capitano, dal personaggio di un’operetta pop che aveva concepito, a sua volta ispirata da uno zio strano di Don, che aveva l’abitudine di urinare senza chiudere la porta del bagno, esibendo uno strumento delle dimensioni di un “cuore di bue”. Zappa suonava la batteria e apprendeva le regole della composizione dall’ascolto dei dischi di Edgar Varese; rilevò uno studio di registrazione artigianale, lo Studio Z, che in un’occasione gli procurò una fugace esperienza delle patrie galere. Captain Beefheart arrivò invece a calcare il palco per caso e controvoglia. Non suonava alcuno strumento e la sua voce non era ancora quella baritonale che avrebbe sviluppato, ma fu invitato da Alex “St.Clair” Snouffer a cantare in suo gruppo, di cui faceva parte Doug Moon alla chitarra. Presto il gruppo avrebbe preso il nome di Captain Beefheart & His Magic Band. Erano i giorni della British Invasion, ed il repertorio era basato sui R&B dei Rolling Stones. Non era facile in California assistere ad uno show del gruppo inglese, mentre la Magic Band era più a portata di mano. In virtù della presenza sul palco del Capitano e della sua voce che evocava Howlin Wolf, la Magic Band si guadagnò un seguito locale, aprendo i concerti per celebrità come Doors e Janis Joplin. Firmarono un contratto con la A&M, che pubblicò due singoli, fra cui una cover di Diddy Wah Diddy di Bo Diddley. Senza un successo nazionale, al momento di registrare il long playing la casa discografica si ritirò. Subentrò la neonata etichetta Buddah della Kama Sutra Records, che accettò di finanziare le registrazioni dell’album d’esordio, Safe As Milk. In occasione di una Teenage Fair, a Don capitò di assistere all’esibizione dei Rising Sons di Taj Mahal, restando incantato dall’affilato stile di chitarrista slide del diciassettenne Ry Cooder, che iniziò a corteggiare per averlo nel gruppo. Quando i Rising Sons si sciolsero, il riluttante Cooder si lasciò convincere a prendere il posto di Doug Moon. Toccò a lui dirigere la band nel corso delle registrazioni di Safe As Milk...



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