Bruce Springsteen il ritorno del Rock


La scena rock del 1972 era decisamente in secca. Il vento del flower power era caduto ed anziché di fiori aveva lasciato odore di bruciato. Gli strilli delle teenager per Dion & The Belmonts, i movimenti sincronizzati dei Drifters, il sudore di Mitch Ryder, il romanticismo di Roy Orbison, l’energia di Ray Charles, l’erotismo delle Ronettes, il giubbotto in pelle di Gene Vincent, il party di Quarter To Three, l’anima di Cupid, l’invocazione di Do You Love Me, la danza di Louie Louie, la gaiezza di Loco-Motion, la seduzione di I Only Want To Be With You, la festa di In The Midnight Hour erano dimenticati, l’ottimismo degli happy days era esaurito. La fisicità di Elvis che ancheggia cantando Hound Dog avevano lasciato il posto all’astratta musica progressiva ed alle zuppiere di cocaina dei musicisti della west coast. Un mondo che si era fatto individualista, cinico e indifferente sembrava aver dimenticato la fisicità, la passione e la voglia di ballare.
Bruce Springsteen spuntava dalla scena delle bar band della costa di Asbury Park. Per lui indossare una giacca di pelle rivestiva lo stesso senso significato liberatorio che aveva avuto per Marlon Brando, James Dean, Chuck Berry, Arthur Fonzarelli. Per Bruce Springsteen e la sua gang, il rock’n’roll non era la strada per il successo. Era la risposta. L’unica via d’uscita per salvarsi la vita. L’unico modo in cui volevano vivere. Per Bruce, come per gli altri musicisti dei club del Jersey shore, versi come Do You Love Me?, Save The Last Dance For Me, Twist and Shout, Follow That Dream, Shout, Everybody Needs Somebody to Love erano i comandamenti. Bruce Springsteen recuperò il rock’n’roll. Il senso del rock delle canzoni di tre minuti stampate sui due lati dei 45 giri.

«Sono al volante, accendo la radio, mi faccio più vicino, tu dici di no, dici che non ti piace, ma ragazza io so che menti, perché quando ci baciamo, ooooh, è fuoco!» 

E fu capace di estenderne il confine con la poesia delle storie di Dylan. Per conferire alle sue canzoni spessore e realismo.
I primi gruppi di Springsteen furono la garage band dei Castilles; la band di chitarre degli Steel Mill, che divennero eroi locali e sconfinarono in California al Matrix di San Francisco; il Jersey Shore sound di Dr. Zoom & The Sonic Boom e della Sundance Blues Band. Infine la Bruce Springsteen Band, nei locali della costa orientale, dove ricorrevano i nomi di Southside Johnny, Miami Steve Van Zandt e Clarence Clemmons. Bruce sapeva suonare la chitarra, sapeva cantare ma soprattutto aveva la personalità. Nel giro dei locali si guadagnò il grado di boss. Il suo sogno era di mettere assieme una big band con i fiati, sul modello di quanto avrebbe fatto Southside Johnny con gli Asbury Jukes.
Bruce sapeva accendere l’entusiasmo del pubblico, e fu così che il manager Mike Appel lo portò a New York City, dove gli aveva procurato un’audizione con John Hammond, il produttore che aveva scoperto Billie Holiday, Count Basie, Aretha Franklin e Bob Dylan. Bruce arrivò a New York in pullman, portandosi appresso una chitarra acustica senza custodia. Quando Appel lo presentò ad Hammond, ebbe la sfrontatezza di dirgli: “Vogliamo vedere se hai orecchio o se fino ad ora sei stato solo fortunato”. Hammond lo fulminò, ma aveva pazienza ed orecchio. Quando Bruce si mise a cantare, Hammond sentì qualcosa. Era il maggio del 1972 quando portò Springsteen in studio per registrare un demo con una dozzina di brani acustici, che comprendevano Mary Queen of Arkansas, It’s Hard to Be a Saint in the City, Growin’ Up, Does This Bus Stop at 82nd Street, per farlo ascoltare a Clive Davis, il boss della Columbia. Dal canto suo Appel faceva firmare a Springsteen un contratto (che il musicista non lesse) sul cofano di un’auto. Sia Appel che Hammond erano convinti di trovarsi di fronte al nuovo Bob Dylan.

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