Long Playing John Cougar Mellencamp


L'ultimo album di Cougar, Sad Clowns & Hillbillies, è davvero di una bellezza sorprendente. Solido, energico, ispirato, rock'n'roll, country, divertente ed a tratti addirittura epico, è un disco che riporta a pieno diritto ai tempi di Scarecrow e The Lonesome Jubilee. In più è in coppia con l'affascinante Carlene Carter (la figlia di June Carter, figlioccia di Johnny Cash, ex moglie di Nick Lowe e mitica compagna fuorilegge di Howie Epstein). Bellissimo.

da Long Playing, il Ritorno del Rock

Ad un certo punto della sua carriera, il soprannome di John Mellencamp divenne Little Bastard, il piccolo bastardo, e questo dovrebbe voler dire qualche cosa. Nonostante provenisse dall’Indiana, uno stato rurale del Midwest, cosa che faceva di lui un hillbilly, da ragazzo John era un appassionato di 45 giri e di musica inglese. Al college fumava marjuana ed ascoltava i Roxy Music. Firmò il primo contratto con la Mainman, lo stesso managment di David Bowie, che gli impose il nome d’arte di John Cougar, orientando le prime registrazioni verso i singoli. Non funzionò, ma quello che la Mainman aveva visto in Mellencamp era un talento naturale per scrivere riff orecchiabili. Era scritto nel suo destino che avrebbe infilato dieci singoli in top ten. Già lo sconosciuto album inglese del 1978 conteneva una canzone, I Need a Lover, che divenne un’hit nelle mani di Pat Benetar. Ma il suo esordio vero fu American Fool, un disco molto americano, che lo mostrava come un Bob Seger da motociclisti, e che piazzò ben due canzoni, l’orecchiabile Jack & Diane e Hurt So Good, in alto fino al numero 1 delle classifiche. Era quello che ci voleva per fornire a Mellencamp la sicurezza e l’autorità di cui aveva bisogno.
I tre album che seguirono sarebbero stati magnifici. Una band americana sulla lunghezza d’onda di Springsteen e di Tom Petty, con un timbro più acustico e in uno scenario più rurale.
Uh-uh sapeva di sobborghi di cittadine del midwest, fra i Creedence ed i Clash, con Crumblin’ Down, Pink Houses e Authority Song. Scarecrow era persino meglio, con una grande sequenza di rock rurali, fra cui  Small Town. Un disco da scena No Depression. Lonesome Jubilee chiudeva il tris, con un lavoro importante, con influenze folk e country, ambientato negli stessi scenari di Darkness On The Edge Of Town.
C’era ancora benzina nel serbatoio: ognuno degli album immediatamente successivi conteneva un paio di ottimi brani, anche se magari avvolti da filler. In Big Daddy c’erano Jackie Brown e Pop Singer, ed il violino di Lisa Germano. In Whenever We Wanted, c’erano la title track ed Again Tonight, come pure la canzone che dava il titolo a Human Wheels era assolutamente splendida. In Dance Naked cantava «Voglio vederti ballare nuda» ed una gran cover di Wild Night di Van Morrison.
Nel frattempo Mellencamp, dopo aver definitivamente lasciato cadere il Cougar, aveva provato a lavorare su un film, Falling From Grace, non troppo ben accolto, dove la canzone Sweet Susan era eseguita da un gruppo composto da Mellencamp, Dwight Yoakam, John Prine, James McMurtry e Joe Ely.
Quando l’ispirazione cominciò a far difetto, Mellencamp si mise alla ricerca delle proprie radici, che erano nel folk americano, con alcuni dischi più presuntuosi che divertenti. Quando sembrava che la sua carriera non avesse più nulla da offrire, ispirato da una delusione amorosa con l’attrice Meg Ryan, Mellencamp registrò Plain Spoken, il suo album migliore da molto tempo, un disco acustico, crudo, ispirato, teso, con una quantità di canzoni evocative. La zampata del coguaro.

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