Greenwich Village Revisited


Lo diceva Willy DeVille: “I’m not American, I'm New Yorker”, a sottolineare la differenza che passa fra gli States, la vasta orizzontale terra della nuova frontiera, e NYC, il verticale affollamento di grattacieli concentrati sull’isola di Manhattan (anche se quando Carolyne Mas, delusa, lasciò la città, dichiarò: “New York è come il resto dell'America, solo più affollata”).
Oggi il Greenwich Village è diventata una zona residenziale esclusiva dei VIP della TV, ma c’era un tempo in cui era un improbabile villaggio anticonformista nel mezzo di Manhattan, un sobborgo dove le costruzioni metropolitane lasciavano il posto alle casette in cui vivevano artisti, pittori, scrittori, poeti, jazzisti, cantautori folk, una vivace e giovane umanità beatnik. C’era un tempo in cui i musicisti arrivavano in treno dal resto dell’America, con una chitarra acustica sotto braccio, alla ricerca di una scena e di un ingaggio in una caffetteria dove suonare per la mancia dei clienti, inseguendo il sogno di essere scoperti dal talent scout di una etichetta discografica. In queste strade, giunto dalle cupe foreste ai gelidi confini del Canada, si presentò un ventenne Bob Dylan, e la sera stessa del suo arrivo già suonava la chitarra nel seminterrato del Café Wah? Sempre nel Village, all’angolo fra Jones Street e West 4th Street, gli fu scattata la fotografia abbracciato alla fidanzata Susan Rotolo, che adorna la copertina di The Freewheelin’.
Dalla porta di Washington Square, il Village divenne una sorta di zona franca, un nazione alternativa indipendente che si guadagnò il soprannome di Little Bohemia. Al Village Vanguard, Charlie Parker inventava il bebop (fu in suo omaggio che nel 1949 a Broadway aprì un locale chiamato Birdland). Al Vanguard potevi ascoltare Sonny Rollins o John Coltrane.
Al Bitter End, al Café Au Go Go, al Gaslight, si esibivano, in cerca di un’occasione, cantautori come Dave Van Ronk, Phil Ochs, Ramblin’ Jack Elliott, Joan Baez ed Eric Andersen, ai quali si aggiunsero Paul Simon e Art Garfunkel, Joni Mitchell, Jackson Browne, Nico, Leonard Cohen. Tutti questi artisti hanno dormito sui divani e sui pavimenti di minuscoli appartamenti le cui finestre si affacciano sulle scale di sicurezza in ferro.

Negli anni settanta al CBGB sulla Bowery si concentrò il nucleo dei musicisti del movimento punk, di cui facevano parte Patti Smith ed il suo gruppo. Bruce Springsteen arrivò dal New Jersey con una chitarra per un’audizione, ed è in locali come il Bottom Line, nei pressi del campus della NY University, che ha rodato la E Street Band. Fu Springsteen a conquistare il cuore di ogni spettatore, ogni critico, ogni musicista che lo vide mettere in scena i suoi epici inni su New York. Se Springsteen, Lou Reed, Patti Smith e la scena del CBGB si presero la gran parte dei riflettori, è nei café come il Cornelia Street che si consumava una scena minore (solo dal punto di vista commerciale) che irradiava una irripetibile energia rock, quella dei songwriter elettrici come Willie Nile, Garland Jeffreys, Steve Forbert, Carolyne Mas, The Roches, Jim Carroll. Una supernova che brillò per un pugno di anni attorno al 1980.

Eroe per un giorno fu Willie Nile (classe 1948, da Buffalo nello stato di New York), figlio d’arte e studente di filosofia. Prese dimora al Village dove fu una presenza fissa per tutti i settanta, fra i club ed il CBGB dove legò con Patti Smith, Television e Ramones. Si fece un nome al punto di potersi permettere di scegliere la casa discografica (la Arista di Clive Davis, la stessa della Smith e di Lou Reed) e nel suo album d’esordio il batterista era Jay Dee Daugherty. Quell’omonimo Willie Nile del 1980 fu un disco con il botto, da non crederci, con ballate romantiche ispirate al pop epico ed a Bruce Springsteen. Un disco elettrico fino al midollo, catturato con un suono live e soprattutto brani da brivido, poesie minimali in rock dall’inno di Vagabond Moon a It's All Over.

«Un inverno, vicino all'acqua, mi innamorai della figlia del barcaiolo, sul sagrato, sulla sabbia fredda della spiaggia / io l'amavo, lei mi amava, come dovrebbe essere, io l’aspettavo e immaginavo i suoi occhi blu / Io rollavo, lei girava, in primavera viaggiavamo, venne l’estate, venne l’autunno, sono passati gli anni anche se li abbiamo combattuti / ma adesso è finita, è tutto finito ora»

La ballata di Across The River, il furore di I’m Not Waiting, il ritmo tribale di Old Men Sleeping On The Bowery.
In Italia quel suo primo disco fece di Willie una leggenda. Gli Who lo invitarono ad aprire i loro concerti. Pete Townshend, che amava la scena new wave, divenne un buon amico di Willie. Anche il secondo disco, Golden Down, era buono, ma non altrettanto. Il terzo non arrivò. Per qualche motivo Willie scomparve per dieci anni. Quando tornò aveva firmato un contratto per la Columbia ma qualche cosa era andato perduto.
Suonò con Costello, Lucinda Williams, Ringo Starr, Ian Hunter. Salì sul palco con la E Street Band. Si mise a frequentare anche l’Italia dove diventò una ispirazione maggiore per i musicisti della scena rock anglofona - i Rocking Chairs fecero una cover di Vagabond Moon sul loro disco prodotto a New York da Elliott Murphy. Nile continuò a gravitare attorno alla scena di Asbury Park, con qualche buon disco, ma canzoni come Vagabond Moon non ne vennero più.

Quando nella seconda metà dei settanta Steve Forbert approdò al Village, giunto da Meridian nel Mississippi, suonava la chitarra alla Grand Central Station in cambio della moneta dei passanti. Passò a suonare l’acustica nei folk club e l’elettrica al CBGB, componendo le splendide canzoni che avrebbero formato il primo disco, Alive On Arrival, per la Nemperor, un’etichetta della CBS. Un disco di intense canzoni folk acustiche newyorchesi, fra i migliori nel suo genere dai giorni di The Freewheelin’ e di Sound Of Silence. Ballate intense come Going Down To Laurel e It isn’t Gonna Be That Way, momenti malinconici di scoraggiamento come Tonight I Feel So Far Away From Home e rock’n’roll gioiosi come You Cannot Win If You Do Not Play. Non vendette molto in America, ma abbastanza in Europa, e Rosanne Cash fece una cover della sua What Kinda Guy (non capita a tutti che la figlia di Johnny Cash registri una tua canzone).
Se una zingara avesse letto la mano di Forbert, gli avrebbe predetto il successo, anche se di un solo giorno. The Oil Song ebbe una certa eco, ma fu Romeo’s Tune ad entrare dritta nelle classifiche. Ricordo Steve, invitato come un pesce fuor d’acqua in una trasmissione televisiva della domenica pomeriggio di casa nostra. Fu un successo mondiale, ma isolato.
Forbert si rivide nel video di Girls Just Wanna Have Fun di Cindy Lauper, nella parte del suo fidanzato, nel momento di maggior successo di Cindy. Nel 1988 Garry Tallent gli produsse un disco per la Geffen, Streets Of This Town, dove in un brano canta: «Ho vinto un sacco di soldi alla ruota della fortuna, credevo di essere seduto su un trono, ma ho sbattuto gli occhi un attimo e tutto se n’era andato / i settanta furono dieci lunghi anni, dieci lunghi anni per cantare una canzone, sono partito in quarta per il nuovo anno, ho sbattuto gli occhi ed in un attimo era finita». Alla fine lasciò New York per fare il cowboy a Nashville.

Nel 1980 Carolyne Mas, con il magnifico secondo disco per la Mercury, Hold On, si guadagnò il titolo di Springsteen in gonnella. Una grande voce, un carattere da rocker, una band potente che comprendeva il chitarrista David Landau, più tardi con Warren Zevon. Il disco non ebbe successo: una distribuzione non convinta, un mancato tour in Europa (dove i suoi dischi erano apprezzati, e una canzone fu un hit in Germania), un manager che se ne fuggì con l’incasso. Carolyne, americana di radici latine, è figlia d’arte. La madre era cantante, chitarrista e fu anche nominata Miss Puerto Rico. Il padre era pianista alla New York City Opera. Tante credenziali non potevano che condurla sulla strada di musicista di professione. Dopo le prime esibizioni al Troubadour a Los Angeles, si trasferì al Village, dividendosi fra il lavoro diurno di cameriera e le esibizioni in club come il Folk City e il CBGB, ed altri minori che portavano il nome di Kenny’s Castaway o Liquor Room (dove era pagata 10 dollari a sera, poco anche per l’affitto di allora del Village), fino a diventare la musicista fissa del Cornelia Street Café.
Seguirono l’Other End, un contratto per la Mercury, ed un grande album nel ’79, l’omonimo Carolyne Mas, con rock’n’roll elettrici come Stillsane (con un grande sax) e Quote Goodnight Quote, e ballate incantate come Snow. Uno dei brani, Sitting In The Dark, in stile music-hall, ebbe una diffusione radiofonica in Germania, ma fu ignorato in patria.
L’album successivo era ancora più affilato e rock’n’roll, con l’esplosiva introduzione di Hold On e Stay True, che però la Mercury trascurò di stampare come singoli. La cover di You Cannot Win (If You Do Not Play) testimoniava l’amicizia con Steve Forbert. In Italia fu nominato uno degli album dell’anno de Il Mucchio Selvaggio, ma in patria non si trovava nei negozi.
Mentre in Germania veniva stampato Mas Hysteria, un live con la copertina da bootleg, che vendette 250.000 copie e negli anni assunse lo status di cult, Carolyne Mas non aveva ricevuto un solo dollaro dalla casa discografica. Arrivò al punto di dover vendersi la Fender e cercarsi un lavoro. L’interessamento di Pete Townshend, che si proclamava uno dei suoi fan, le consentì di registrare un terzo album, Modern Dreams, con nonostante un suono più mainstream non riuscì a portarla al successo. Il punto più basso fu raggiunto quando...

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