CBGB


Quando nel 1967 la Verve, un’etichetta specializzata in musica jazz che non aveva un’idea chiara di cosa stava facendo, stampò l’album d’esordio dei Velvet Underground, quello con la copertina della banana di Andy Warhol, il disco non ebbe nessun riscontro di classifica, nonostante canzoni come Monday Morning o There She Goes Again fossero decisamente orecchiabili. Purtroppo la Verve non aveva fatto accompagnare l’album da nessun singolo. Non furono le musiche, ma le parole a comprometterne la diffusione alla radio e sui media. Ma nell’ambiente artistico del Village, di Soho, la Bowery, Tribeca, l’ambiente che gravitava attorno alla Factory di Warhol, i Velvet erano il gruppo musicale di New York. La banda della città. Il secondo album, White Light/White Heat, fu indubbiamente un album punk ante litteram. Anche dopo che John Cale aveva lasciato il gruppo e la Verve MGM li aveva scaricati, con i loro show al Max’s Kansas City i Velvet erano i padrini indiscussi della scena musicale della città. Significativamente, Lou Reed fu definito il Miles Davis della scena punk di New York.
Era al Max’s che David Bowie, che prendeva appunti per creare Ziggy Stardust, aveva visto lo show dei Velvet Undeground. Aveva fatto la conoscenza di Lou Reed, il che sarebbe stato il primo passo verso la realizzazione di Transformer, ed aveva incontrato Andy Warhol, a cui aveva dedicato una canzone. Al Max aveva anche ascoltato suonare Iggy Pop con gli Stooges, ed oltre ad ispirarsi al suo nome per Ziggy, si propose di produrgli il futuro Raw Power. A New York stava preparandosi un’eruzione.
Dall’America rurale convergevano aspiranti artisti come Patti Smith dal New Jersey e Tom Miller e Richard Meyers dal Kentucky. Patti Smith e Robert Mapplethorpe facevano la fila davanti al Max e dormivano al Chelsea Hotel, nel tentativo di introdursi nel sancta sanctorum degli artisti metropolitani.

L’altra grande band underground della città erano le New York Dolls, un gruppo di vorrei-essere i Rolling Stones, abbigliati da drag queen nello stesso momento in cui David Bowie si presentava vestito in abito femminili sulla copertina (inglese) di Hunky Dory, e Marc Bolan si truccava con i brillantini. I nomi di David Johansen, Johnny Thunders e Sylvian Sylvian sarebbero entrati nella leggenda, ma solo anni dopo. Si esibivano al Mercer Arts Center, dove suonavano anche i Suicide, fino a quando il teatro crollò seppellendo quattro persone. Per renderlo più spazioso era stata imprudentemente rimossa una colonna portante.
Rimasti senza batterista quando Billy Murcia era annegato in una vasca da bagno a Londra, la Mercury diede loro l’occasione di registrare nel 1973 un disco prodotto da Todd Rundgren e caratterizzato da un suono decisamente selvaggio e dalla copertina sottolineata da un lipstick rosa, e parlando del quale Todd (che era stato il produttore, fra gli altri, del bucolico terzo disco di The Band) si difese dicendo di aver avuto assai poco controllo sulle registrazioni. Fra le canzoni spiccavano Personality Crisis, Looking for a Kiss ed una energica cover di Pills di Bo Diddley. Dopo un secondo tentativo intitolato Too Much Too Soon (“troppo e troppo presto”), per il quale la band invitò il produttore del gruppo femminile delle Shangri-Las, e che, al pari del primo, non vendette per nulla, la band restò senza casa discografica. Nei giorni della new wave, il cantante David Johansen avrebbe mosso le acque con degli splendidi dischi rock a proprio nome, fra cui una testimonianza del suo live show, dal titolo Live It Up, in cui eseguiva robuste cover degli Animals, dei Four Tops e delle Ronettes, mostrando una padronanza della materia seconda a nessuno. Ebbe alla fine il suo attimo di successo come Buster Poindexter, un alter ego come entertainer dall’effervescente repertorio di jazz, rhythm & blues e musica latina. Johnny Thunders invece si proiettò nella scena punk di Londra con gli Heartbreakers, il gruppo messo assieme con Richard Hell, fino alla sua morte a New Orleans per cause che avevano a che fare con la droga e gli spacciatori.

I Suicide erano una coppia attiva fin dal 1970 (anche se non riuscì loro di registrare un disco prima del ’77), composta Alan Vega, un cantante di talento psychobilly che si agitava sul palco come un pugile sul ring, ed un tastierista, Martin Dev, che si faceva carico delle percussioni elettroniche. Le loro canzoni robotiche, ispirate ai Velvet Undergorund del secondo disco, anticiparono sia i Kraftwerk che il synth pop degli anni ottanta. Alan Vega era un artista visivo, uno scultore di luci, che fu ispirato a diventare un cantante dopo aver visto Iggy Pop in concerto con gli Stooges. Con Martin Dev, un tastierista jazz incrociato al Project Of Living Artists, mise assieme il gruppo che inaugurò la scena punk newyorchese, ma che fu anche l’ultimo a trovare un contratto. Alla fine il loro manager fondò la Red Star Records al solo scopo di stampare il loro disco. Quel primo album omonimo divenne un cult della scena, ma nonostante il duo considerasse la propria musica come commerciale, non entrò in nessuna classifica. Il secondo album fu prodotto da Ric Ocasek dei Cars. Bruce Springsteen li ascoltò registrare il singolo Dream Baby Dream, e anni dopo ne fece una cover, e fu una delle prime volte che registrò materiale non suo. Immaginifici, i Suicide anticiparono atmosfere cinematografiche alla David Lynch.

A 19 anni Patti Smith rimase incinta, partorì una figlia e la diede in adozione. Quella stessa estate, l’estate dell’amore del 1967, partì in pullman dal New Jersey con in tasca a mala pena i soldi del biglietto, e scese a Washington Square, a New York, nel mezzo del Village. Quella notte dormì sul prato del parco. Trovò un lavoro in una libreria e si imbatté in Robert Mapplethorpe. Entrambi sapevano confusamente di voler essere artisti, ma nessuno dei due aveva un indizio della direzione che avrebbe preso. Nonostante Robert sarebbe diventato successivamente un’icona gay come fotografo di nudi maschili, i due intrapresero una relazione romantica in un appartamento di Brooklyn che divenne la loro casa ed il loro studio d’arte. Iniziarono disegnando, dipingendo e creando collage. Usando una Polaroid regalatagli da un’artista londinese, Sandy Daley, Robert scattava fotografie che i due inserivano nelle composizioni. Scattò anche bellissimi ritratti di Patti, che dal canto suo riempiva i quaderni di poesie. Per un po’ di tempo Robert ebbe un lavoro al Fillmore East, il che permise loro di assistere gratis ai concerti. Jim Morrison fu l’artista a colpire di più l’immaginazione di Patti Smith, e forse il primo a farle considerare la possibilità di calcare il palcoscenico. Per il ventiduesimo compleanno, Robert regalò a Patti il disco degli Stones Beggar’s Banquet, per farle ascoltare Sympathy For The Devil.

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