Storia brevissima della musica Rock (concentrata in un post)


Gli anni cinquanta si erano aperti in bianco e nero. La seconda guerra mondiale era finita solo da un lustro. Erano gli anni del maccartismo, della caccia alle streghe, della bomba atomica, della guerra fredda. La musica jazz si era fatta intellettuale ed aveva consumato il divorzio dalle masse. La musica leggera era una tale lagna che le vendite dei dischi delle major discografiche americane (Columbia, RCA Victor e Capitol) erano in caduta libera.
Ma nelle strade del Southside di Chicago qualche cosa di estremamente vivace stava accadendo. I neri che erano immigrati in città, provenienti dagli stati razzisti del sud ed in cerca di lavoro nell’industria, danzavano ad un ritmo nuovo, quello del rhythm & blues elettrico di Muddy Waters, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf, Sonny Boy Williamson e Willie Dixon. La massa critica fu raggiunta quando il rhythm & blues arrivò il pubblico bianco: il blues ebbe un figlio, ed il suo nome era rock’n’roll.
Il ritmo del rock’n’roll arrivava dai dischi delle etichette indipendenti sparse per tutto il mid-west: dalla Sun di Memphis attraverso cantanti bianchi come Elvis Presley, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Johnny Cash, come da cantanti neri come Chuck Berry della Chess di Chicago, o ancora da Little Richard in Louisiana, Buddy Holly in Texas, Dion & the Belmonts a New York, Ritchie Valens a Los Angeles.
Quando nel 1956 il contratto di Presley venne rilevato da una major, la RCA, il fenomeno divenne nazionale, e poi mondiale. A vedere Elvis in TV all’Ed Sullivan Show c’erano sessanta milioni di americani. A tutti quelli che non avevano ancora compiuto vent’anni, Elvis quella sera cambiò la vita.
Il rock’n’roll diventò la musica della nuova generazione e consumava una frattura definitiva con la generazione precedente. Il big bang di quella esplosione non durò più di un pugno di anni. Alla fine del ’57 Little Richard dichiarò che si ritirava dalla vita di peccato della pop star. Nel marzo del ’58 Elvis partì per il servizio di leva in Europa, durato tre anni; al suo ritorno era un artista convenzionale. In maggio Jerry Lee Lewis venne travolto dallo scandalo del matrimonio con la cugina tredicenne Myra Gale e fu boicottato dall’industria musicale. Nel febbraio ’59 l’aereo con a bordo Buddy Holly e Ritchie Valens precipitò durante un tour, in quello che sarebbe passato alla leggenda come the day that music died. Nel dicembre del ’59 Chuck Berry fu condannato a tre anni di carcere per una accusa di istigazione alla prostituzione legata alla vicenda di una cameriera minorenne Apache.


Naturalmente non fu la fine del rock’n’roll. Sedati i suoi elementi più destabilizzanti, l’industria musicale propose nuovi idoli ai teenager. I primi anni sessanta rappresentarono gli happy days, i giorni in cui vennero registrati molti dei classici a 45 giri della musica rock. A Memphis ed a Detroit nasceva la musica Soul, che più di ogni altro avvenimento sociale avrebbe contribuito ad abbattere le differenze razziali fra bianchi e neri. Sulla west coast i Beach Boys inventavano la California del surf.



Il rock’n’roll ed il rhythm & blues americani erano intanto planati oltreoceano, in Inghilterra. Il fulminante successo di gruppi come i Beatles ed i Rolling Stones inaugurava la Swinging London, replicando nel vecchio continente il big bang della musica rock e incoronando Londra centro del mondo.
Quando i Beatles sbarcarono negli USA, inchiodando la sera del 9 febbraio 1964 ben 73 milioni di americani di fronte alla TV per l’Ed Sullivan Show, quello fu il segnale della British Invasion. Da un giorno all’altro Elvis era il vecchio ed i Beatles il nuovo.
L’America fu invasa da gruppi come Stones, Animals, Who, Kinks, Yardbirds, che monopolizzavano le classifiche di vendita suonando gli stessi blues che avevano imparato dai dischi dei musicisti neri americani. I ragazzi americani si attrezzavano a loro volta con versioni autoctone dei Beatles, come Byrds e Buffalo Springfield.


Estranei alla musica commerciale, nel quartiere bohémien del Greenwich Village a New York si erano andati raccogliendo i musicisti della scena folk acustica americana che si ispirava a Woody Guthrie. A differenza dei cantanti pop, il loro obbiettivo non era scalare le classifiche di vendite; consideravano piuttosto la musica come un impegno sociale e politico, e forse come arte. Il genio fra essi fu Bob Dylan, che trascese il senso politico di quelle canzoni per tingerle di letteratura, di poesia e di introspezione. La musica rock nacque quando Dylan ascoltò i Beatles ed i Beatles ascoltarono Dylan. L’americano aggiunse chitarre elettriche alle proprie canzoni, gli inglesi scoprirono che le canzoni potevano essere letteratura. Gli hit a 45 giri lasciarono lo spazio a 33 giri a largo respiro, in un susseguirsi di pietre miliari che presero il titolo di Rubber Soul, Blonde On Blonde, Revolver, Aftermath, Pet Sounds, Younger Than Yesterday.


Il 1967 fu la summer of love, l’inizio del movimento hippie e dell’utopia di un mondo nuovo basato sulla pace e sull’amore. Dal punto di vista musicale, dal quartiere di Haight Ashbury di San Francisco all’UFO Club di Londra, il ’67 era caratterizzato dalla musica psichedelica, come colonna sonora di sit-in a base di LSD. Fu l’anno del Festival di Monterey (nei pressi di San Francisco) e del 14 Hour Technicolor Dream (a Londra), i cui protagonisti erano da una parte Jefferson Airplane, Grateful Dead, Janis Joplin, dall’altra Jimi Hendrix Experience, Who, Cream, Pink Floyd. I Beatles, che rappresentavano i portavoce di quella generazione, suggellarono l’anno con il seminale Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band.


Bob Dylan non c’era: fermato da un incidente di motocicletta, si era ritirato a vivere nella campagna di Woodstock. Lontano dai riflettori e mentre cresceva la propria famiglia, nello scantinato di una grande casa rosa preparava con il suo gruppo, The Band, la nuova musica americana. Quando nell’estate del 1968 The Band fece uscire Music From Big Pink, un elegiaco e poetico album di musica americana, il rock voltò di nuovo pagina. Quel disco influenzò tutta la scena americana della West Coast, dai Byrds a Crosby Stills Nash & Young, e anche quella inglese, da Clapton (Derek & The Dominos) a Joe Cocker (Mad Dogs & Englishmen), Stones, e un poco persino i Beatles (che si fecero crescere la barba come cacciatori d’orsi).


Alla vigilia del cambio di decade, dai magici anni sessanta ai furiosi anni settanta, veniva stampato a Londra un altro disco seminale intitolato In The Court Of The Crimson King, che dettava la sintassi del genere progressive sinfonico che avrebbe imperversato per un lustro. Contemporaneamente il jazzista Miles Davis registrava un disco jazz rock, Bitches Brew. La musica sperimentale era ovunque: dall’elettronica dei tedeschi, al free rock di Frank Zappa e della scena di Canterbury, al jazz rock dei Weather Report. Il rock non si ballava più, ma si ascoltava seduti e rapiti, meditando ad occhi chiusi. A far ballare i ragazzi degli anni settanta ci avrebbe pensato la disco music.
Il rock stava morendo? Più scorrevano i primi anni settanta, più spesso questa domanda ricorreva sui titoli delle riviste musicali. Era una domanda irritante per un ragazzino entusiasta come me che il rock lo aveva appena scoperto, ma era difficile negare che nei confronti dei magici anni sessanta, il decennio fosse in risacca creativa.
L’energia della swinging London era andata esaurita da un pezzo. I Beatles, che da sempre costituivano la bussola della scena, non c’erano più. L’eroina aveva mietuto le sue vittime, alcuni musicisti erano divenuti pop star, l’utopia del flower power era evaporata. Alla mancanza di idee e di creatività i musicisti sembravano tentare di sopperire con il virtuosismo. Il rock’n’roll era fuori moda, Elvis, Chuck Berry ed i Beach Boys erano un anacronismo etichettato come oldies but goodies, ed i loro discepoli erano farseschi gruppi revival come gli Sha-Na-Na. Non era ancora giunta la new wave a rivestire il passato della dignità di era classica. Il disco con il faccione rosso del Re Cremisi faceva scuola ed i gruppi più popolari del momento erano quelli che si ispiravano a quel genere che solo più tardi avremmo definito Progressive: EL&P, Yes, Pink Floyd, Genesis, Van Der Graaf Generator, Gentle Giant, Jethro Tull, Procol Harum. La condizione necessaria a sopravvivere era aver successo in America.
Gli ascoltatori più sofisticati si spingevano a scoprire il suono underground della Virgin Records, quello di Mike Oldfield, Robert Wyatt, della scena di Canterbury di Caravan, Hatfield & The North ed Henry Cow. La Virgin aveva spalancato le porte anche alla musica elettronica tedesca, mettendo sotto contratto i Tangerine Dream, che con i loro dischi di musica cosmica avevano conquistato il pubblico popolare. I figli del Miles Davis elettrico erano dappertutto: i più rispettabili fra loro erano i Weather Report di Joe Zawinul e Wayne Shorter, i più virtuosi John McLaughlin ed i Return To Forever. C’era anche una robusta scena italiana, la migliore di sempre: dai gruppi sinfonici PFM e Banco del Mutuo Soccorso, a quelli fusion Perigeo e Napoli Centrale, dai rocker Finardi e Bennato, ai cantautori De Gregori e Guccini. Ma l’Italia soffriva in quegli anni di un isolamento musicale: gli artisti stranieri non venivano più a suonare dalle nostre parti per colpa delle contestazioni e degli sfondamenti avvenuti in occasione dei concerti di Led Zeppelin, Lou Reed, Zappa e Van Der Graaf Generator.
Ogni ragazza aveva in casa un disco di Cat Stevens e di John Lennon. In America le classifiche appartenevano alla musica della west coast di CSN&Y ed Eagles, e di Bob Dylan che era tornato in tour con The Band (Before The Flood). Il rock’n’roll echeggiava nelle note a tutto volume dei gruppi hard rock di successo, i Led Zeppelin ed i Deep Purple.


Ma in effetti una vivace scena rock resisteva. Nei locali da ballo inglesi la disco music era di là da arrivare, e i sabati sera erano all’insegna dei dischi di Marc Bolan, David Bowie, Elton John. I ragazzi esibivano jeans con estreme zampe d’elefante, cinture con la fibbia alta due spanne, grandi occhiali e lunghe chiome, ed indossavano stivali con le zeppe, mentre i cantanti si spruzzavano il volto di brillantini. Era il glam rock, il rock delle chitarre. Al cinema Il Fantasma del Palcoscenico di Brian De Palma ne faceva la parodia, come pure glam erano Lisztomania (dove Rick Wakeman trasformava le suonate di Franz Liszt in singoli heavy metal bubblegum) e Tommy di Ken Russell (entrambi recitati da Roger Daltrey).
Nel 1973 la santa trinità del rock era costituita da Rolling Stones, David Bowie e Lou Reed. Nei club rimbombavano i contagiosi giri di chitarra di Brown Sugar, Honky Tonk Women e Jumpin’ Jack Flash, che Bowie imitava con Jean Genie e Rebel Rebel. Anche Vicious di Lou Reed era in debito con gli Stones, mentre la ballata di Walk On The Wild Side faceva il paio con Angie. Elton John spopolava con Crocodile Rock e l’inno era Let’s Stick Together di Bryan Ferry.


In America, sulla west coast, la terra degli aranci sempre in fiore, a Los Angeles confluivano musicisti da tutti gli stati. La vivace scena musicale girava in gran parte attorno ad una casa discografica, la Warner Bros Records, legata alla Warner, la casa cinematografica di Hollywood. Attorno alle etichette della Warner giravano i migliori gruppi americani. Sulla Santa Monica Boulevard un locale, il Troubadour, ospitava i songwriter di talento della città, e chi non era ancora famoso poteva esibirsi il lunedì sera. Qui si potevano ascoltare Linda Ronstadt, gli Eagles, James Taylor, Bonnie Raitt, Van Morrison, Randy Newman, Ry Cooder, Tom Waits, JJ Cale, Jackson Browne e Warren Zevon. A Los Angeles Crosby (dei Byrds), Stills, Young (dei Buffalo Springfield) e Graham Nash misero assieme il primo supergruppo della storia, i CSN&Y.


A New York i Wailers di Bob Marley e Peter Tosh aprirono al Max Kansas City per Bruce Springsteen, portando il reggae nel mondo del rock. Dal canto suo Springsteen firmò per la Columbia come il nuovo Bob Dylan, mentre con la sua E Street Band riportò in vita il rock’n’roll. Il senso del rock delle canzoni di tre minuti stampate sui due lati dei 45 giri. Estendendone il confine con una poesia che dava alle sue canzoni spessore e realismo. Negli anni ottanta American band di belle speranze, come Springsteen & the E Street Band e Tom Petty & The Heartbreakers battevano in lungo ed in largo i palchi delle città degli States alla ricerca del successo. Il rock romantico per danzare e sognare era tornato.
A Manhattan sulla Bowery Tom Verlaine convinceva il proprietario di un bar di musica country & western a lasciar suonare il suo gruppo una sera alla settimana. Il CBGB sarebbe diventato il covo della nuova ondata di tutta la seconda metà degli anni settanta, il punk di Patti Smith Group, Ramones, Television, Blondie, Talking Heads, Mink DeVille.
Erano tutti figli di un disco uscito in sordina a New York nel 1967, intitolato Velvet Underground & Nico, con la famosa copertina pop art con la banana disegnata da Andy Warhol. Quel disco, al momento notato solo da un ristretto gruppo di artisti locali, si sarebbe rivelato la più grande influenza della musica rock dei decenni a venire.


Ma far uscire il punk da un underground carbonaro e renderlo famoso in tutto il mondo fu compito degli inglesi. Un commerciante di vestiti di King’s Road che voleva diventare il produttore di una rock band, e la sua stilista (Malcolm McLaren e Vivienne Westwood) fecero da catalizzatore ad un gruppo coatto ed esplosivo, i Sex Pistols. Chi li ascoltava restava folgorato e fondava un gruppo punk. Fra il ’76 ed il ’77 a Londra non esisteva altro. L’onda urto partì dal 101 Club e dal Marquee, attraversò l’oceano, raggiunse NYC e poi da lì la west coast.
L’epidemia era diventata mondiale. Ogni resistenza era futile. Il popolo del rock fu travolto dall’energia generata dalla nuova ondata, che si ispirava ai giorni del beat degli anni sessanta, e se ne lasciò contagiare volentieri, gettando alle ortiche i vecchi dischi. Noi adolescenti, che il giorno prima eravamo seduti a gambe incrociate sul tappeto di fronte allo stereo ad ascoltare Genesis e Mike Oldfield, scoprimmo che oltre ad una mente avevamo un corpo, e ci piacque. Commercialmente, il 1977 era sembrato un meteorite fatale per tutta una scena musicale che, come i dinosauri sessanta milioni di anni prima, si estinse da un giorno all’altro, per lasciar spazio a teppisti con acconciature appuntite, lacere t-shirt e spille da balia. Come avremmo scoperto, non sarebbe durato: il punk fu l’ultima ribellione concessa dalla società capitalista del XX secolo. Fu l’ultima volta che una generazione di giovani ebbe la coscienza collettiva di esistere.
Di quella scena, i Sex Pistols furono gli Elvis Presley. Con un look che intimoriva e affascinava, un suono che distillava la tribale energia del rock ed uno show che sorprendeva e creava sgomento, rappresentarono una stella cometa per il pubblico ed una epifania per gli altri musicisti.


Gli anni ottanta furono il decennio ottimista di MTV, dei video e delle canzoni orecchiabili e ballabili. Per la musica rock gli anni ottanta costituirono in un certo modo un capolinea: come era successo al jazz negli anni quaranta, quando il be-bop di Charlie Parker aveva allontanato il pubblico popolare dal jazz per farne una musica intellettuale per ascoltatori sofisticati, così il rock negli anni ottanta si allontanò dai gusti mainstream del pubblico. Il rock perse compattezza come scena organizzata, per dissolversi in una quantità di rivoli ed avviandosi a rivolgersi ad un pubblico di nicchia.
Dal punto di vista della popolarità, gli anni ottanta furono il decennio della disco music e dalla musica pop. Già nel 1978 gli Stones avevano registrato un disco, Some Girls, che era diventato un blockbuster grazie ad un brano disco, Miss You, il loro più grande ed ultimo vero successo. Negli anni ottanta Michael Jackson era l’idolo dei teenager, piazzando 65 milioni di copie del suo album Thriller, cifra che ne fece il disco più venduto di sempre.
Della musica new wave, che alla fine degli anni settanta aveva conquistato le classifiche di vendita (in realtà più in Gran Bretagna che in America), restavano popolari solo i gruppi radiofonici. I Police rimasero i beniamini del pubblico fino a quando si sciolsero nel 1983, mentre i Talking Heads fecero il botto con Remain In Light, che si poteva ballare. I Blondie con Parallels Line erano passati senza scomporsi dal punk all’euro-disco. I nuovi dischi dei Dire Straits erano decisamente radio orientented. Puri e duri rimasero i Clash, gli unici a cui riuscì  di piazzare in classifica brani rock’n’roll, come Should I Stay Or Should I Go e Rock The Casbah.
I dischi rock che frequentavano le classifiche ci riuscivano solo ad alcune condizioni: che la linea ritmica fosse compressa e pompata come nella musica da discoteca, e possibilmente sottolineata dai sintetizzatori. Era il big drum sound, che caratterizzava il best seller di Bruce Springsteen, Born In The USA e in generale tutti i dischi rock che riuscirono ad agguantare il successo, come quegli degli U2, che conquistarono il pubblico inventando il rock da karaoke degli stadi.
In Inghilterra impazzavano il pop di Annie Lennox e Boy George, Phil Collins e Robert Palmer. I ragazzi ascoltavano il synth pop dei gruppi new romantics, la techno e la disco. I giovani più sofisticati ascoltavano le canzoni gotiche dei Cure di Robert Smith, oppure gli XTC.
Per il rock, gli anni ottanta furono la decade degli Smiths. Il gruppo di Manchester di Morrissey e Johnny Marr ne rivoluzionò definitivamente il modo di porsi e di cantare, inaugurando la stagione dell’indie rock, che raggiungeva gli USA con i R.E.M.. Gli Smiths influenzarono ogni band indie ed Americana a venire, compresi i gruppi dell’ondata Britpop degli anni novanta, vale a dire Blur, Verve, Oasis, Pulp, Suede, Travis. Sulla stessa lunghezza d’onda degli Smiths furono i Prefab Sprout di Paddy McAloon e Lloyd Cole and the Commotions, che realizzarono un capolavoro a testa; i primi Steve McQueen (il disco con la Triumph Bonneville in copertina) ed i secondi Rattlesnakes. A cui si aggiungevano gli Housemartins di London 0 Hull 4.
Gli Smiths rappresentarono un punto di svolta della musica rock. Come i Beatles, furono determinanti nell’influenzare il suono, e soprattutto il modo di cantare, di ogni nuova band dopo di loro. Per me ascoltare Hand In Glove e Reel Around The Fountain, fu uno shock culturale: non mi riusciva di capire il modo con cui Morrissey stava cantando. Fino a quel momento ogni cantante, che fosse Mick Jagger o Peter Gabriel o Johnny Rotten, si era in definitiva ispirato ad Elvis Presley, cercando di coinvolgere emotivamente il pubblico. Morrissey sembrava cantare come se non gli importasse. Lo stesso, in fondo, si poteva dire anche del chitarrista Johnny Marr. Anche se lo stile ritmico si poteva riportare agli asciutti arpeggi di Andy Summers dei Police o di Dave Knopfler dei Dire Straits, in realtà era lo stile di chitarra più minimalista che si potesse concepire, riducendo, o eliminando del tutto, ogni tentativo di eccitare il pubblico con un assolo. Entrambi furono seminali per i giovani musicisti a seguire. Come disse qualcuno, lo stile Americana (il rock americano negli anni novanta e duemila), era “sostanzialmente The Band che cantavano come The Smiths”.
Gli Smiths esordirono per una etichetta indipendente, ragion per cui furono etichettati come un gruppo indie, e la definizione restò incollata allo stile musicale che ispirarono,

Gli anni ottanta segnarono anche lo sbarco del mondo della finanza nel music business. Fino agli anni settanta le case discografiche erano rappresentate da appassionati di musica, come lo erano stati Sam Phillips, Ahmet Ertegün, Mo Ostin, Clive Davis, Jac Holzman, David Geffen, Chris Blackwell e Richard Branson. Nel nuovo decennio la musica divenne puro entertainment, un’industria come quella dei detersivi o delle automobili. Le etichette discografiche vennero via via assorbite da multinazionali gestite da yuppies, fino a ridursi a tre o quattro grandi gruppi, con il risultato di soffocarne ogni alito artistico, e di dare inizio ad una crisi irreversibile nelle vendite della musica.


Il primato del rock degli anni novanta non andava alle multinazionali del disco, ormai tanto ingombranti quanto agonizzanti, né ai media o ai giornali musicali, sprofondati in una frivolezza che non lasciava spazio alla speranza. Quello che di buono la musica espresse nel decennio fu merito, come spesso accade, degli indipendenti, dei talenti che suonano per passione.
L’ultima generazione di giovani a vivere la musica rock come colonna sonora della propria vita fu quella del grunge, che dalle piovose longitudini del nord ovest deflagrò per tutta l’America e oltreoceano. Ma tutta la buona musica rock del decennio nacque dai circuiti alternativi, nelle cantine e nei college universitari. Evitando case discografiche, manager, produttori, TV e stampa, le giovani band suonavano una routine ininterrotta di centinaia di show all’anno in piccoli spazi e college studenteschi fino a festival itineranti come H.O.R.D.E. e Loollapalooza, battuti in pullman giorno dopo giorno, feste comandate incluse, anzi specialmente quelle, come l’ultimo dell’anno, la festa dell’indipendenza o la notte di ognissanti, che per questi gruppi si trasformarono in appuntamenti comandati. Riempiendo i locali con la sola forza del passaparola, e distribuendo cassette e dischi registrati da minuscole etichette indipendenti, riuscirono a crearsi un seguito, e alla fine ad attirare comunque l’attenzione delle case discografiche e persino a conquistare i primi posti delle classifiche. 

Niente dura per sempre. Ci fu un tempo in cui il jazz era la musica pop che trasmettevano alla radio, la musica per ballare. La musica rock ha monopolizzato la seconda metà del XX secolo. Ma dopo gli anni novanta, dopo il grunge dei teenager ed il groove dei college universitari, ha cessato di rappresentare la colonna sonora del mondo. Nel XXI secolo il rock è appannaggio di un pubblico agé, quello dei capelli grigi che si incontra ai concerti. Si è fatto una musica per nostalgici (della propria giovinezza).


Negli anni duemila i negozi di dischi hanno chiuso, per lasciare posto ad altre, meno convinte, forme di distribuzione musicale, come la musica liquida trasmessa in streaming dal web. Una musica che non necessita di essere posseduta fisicamente: in qualche modo è un ritorno ai giorni della radio. Ma più che in forma di musica registrata, la musica mi sembra sopravvivere dal vivo: a fronte di poche band che possono permettersi di riempire gli stadi, vendendo i biglietti a peso d’oro, c’è un mondo di musicisti che sera dopo sera suonano nei piccoli club. Negli anni classici si suonava in concerto per pubblicizzare i dischi, oggi si registrano dischi per pubblicizzare i concerti.
Non sono i musicisti a mancare. Quella che manca è la scena: riviste, cronisti musicali, trasmissioni radio, un pubblico che ascolti le stesse canzoni nello stesso momento.
Il suono delle band del nuovo secolo si ispira esplicitamente al rock classico dei giorni in cui gli attuali musicisti frequentavano le scuole elementari. Alcuni sono i figli di quei musicisti. C’è un filo conduttore nelle rock band del nuovo millennio: un amore per le radici, un’indifferenza per il mainstream e una tendenza alla prolissità, a testimoniare che registrare in digitale costa meno che sui nastri magnetici negli studi di registrazione di una volta. Il basso costo lascia campo facile a una produzione esuberante e poco selezionata.
Le canzoni del duemila sono tenui, suonate quasi in sordina ed in low fi, bassa fedeltà. Melodie accennate senza indulgere in virtuosismi né assolo, abbellite al massimo da echi gentili di Hammond B-3. I testi sono cupi e pessimisti e murder songs. Niente All You Need Is Love, The Times They Are A Changing o Born To Run. Mi domando se è così che i nuovi giovani vedono il mondo.

Rock Music (9 set 1956 - 10 gen 2016) 

© Blue Bottazzi, autore di Long Playing, una storia del Rock  

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