Long Playing Tom Petty & the Heartbreakers


Bob Dylan definì gli Heartbreakers l’ultima grande American band. Tom Petty & the Heartbreakers venivano dalla Florida, come Gram Parsons, e crebbero a Los Angeles. Per molti anni furono i figli migliori del rock americano. Il leader del gruppo, Tom Petty, era nato a Gainsville, in Florida, il 20 ottobre 1950 da una tipica famiglia blue collar americana. Per un quarto di sangue nativo americano (da parte della nonna paterna), Tom era l’unico della sua famiglia ad essere biondo e con gli occhi chiari. Non era un ragazzo come gli altri: Tom Petty era letteralmente chiamato dalla vocazione del rock’n’roll. Non faceva parte di nessuna squadra sportiva, non conosceva il nome di nessun giocatore di baseball, si lasciava crescere i capelli, il che a Gainsville faceva di lui un outsider, e raccoglieva tutti i 45 giri di Elvis su cui riusciva a mettere le mani. Quando i soldi per acquistarli non gli bastavano, li comperava da un amico che li rubava alla sorella maggiore. Tutto aveva avuto inizio a undici anni, quando uno zio che lavorava nel cinema lo aveva invitato ad assistere ad un ciak di Follow That Dream, il film con Elvis Presley. Nel momento stesso in cui il giovane Petty vide Elvis scendere dall’automobile, fu conquistato dalla sua personalità, dal modo in cui spiccava fra chi lo circondava. Da quel giorno Tom non ebbe altro interesse che il rock’n’roll. La sua tipica routine quotidiana era far suonare tutto il giorno i 45 giri nella sua stanza, per la costernazione del padre. 
L’epifania sopraggiunse il 9 febbraio 1964, la sera in cui i Beatles furono trasmessi dalla TV americana all’Ed Sullivan Show, di fronte a Tom Petty ed altri 73 milioni di spettatori. Quella sera Petty comprese con chiarezza che quello che voleva dalla vita era far parte di una rock band. I Beatles diedero ai teenager la consapevolezza che era possibile farlo (una decade dopo lo stesso compito di evangelismo sarebbe toccato ai Sex Pistols). Così Tom ricevette in regalo la sua prima chitarra elettrica, una economica Kay su cui imparò a formare gli accordi e a metterli assieme per suonare canzoni come Woolly Bully. Si lasciò crescere i capelli, si mise a frequentare gli altri ragazzi con i capelli lunghi e imparò da essi tutto quello che sapevano su come si suona una chitarra. Assieme a tre amici mise assieme la prima band, con una batteria, tre chitarre e un piccolo amplificatore Fender, per suonare brani strumentali come Walk Don’t Run dei Ventures. La band trovò da subito degli ingaggi pagati, e siccome serviva un bassista, decise di farlo lui stesso. La scuola fu dimenticata. Chiese alla famiglia di aiutarlo ad acquistare un economico basso Silvertone, ed il padre tornò a casa con un Gibson: può darsi che non condividesse l’idea del figlio di diventare musicista, ma se doveva provarci, che almeno lo facesse nel modo migliore! Mentre imparava a suonare il basso, Petty prese per sé anche la parte di cantante. Nell’immaginario di Petty (e di tutti i teenager americani) i Beatles avevano eclissato Elvis: il repertorio del gruppo erano i dischi della British Invasion. Più Stones e Animals che Beatles, per la difficoltà di imitare le armonie vocali dei Fab Four. 
Gainsville era una città musicale: ci crebbero fra gli altri Don Felder e Bernie Leadon, degli Eagles e dei Flying Burrito Brothers, e Stephen Stills. Ovunque c’era abbondanza di club in cui suonare. A sedici anni Petty era già un musicista professionista. Prima con i Sundowners, poi con gli Epics, non ebbe mai difficoltà a trovare ingaggi e a conquistare il pubblico. Fin da quando aveva imparato i primi accordi, si era reso conto di essere in grado di comporre canzoni sue, però le scritture per il gruppo richiedevano invariabilmente cover dei successi della classifica.
Per un periodo lavorò come commesso in un negozio di strumenti musicali assieme a Don Felder. Fu qui che conobbe Mike Campbell e Tom Leadon (fratello di Bernie), oltre a Benmont Tench, il più giovane di tutti loro, un piccolo Mozart capace di suonare al piano l’intero Sgt.Pepper. Assieme fondarono i Mudcrutch, in un primo momento con un cantante, Jim Lenehan, che poi fu rimpiazzato dallo stesso Tom. Il primo ingaggio fu in un club di strip-tease, dove suonavano le canzoni di Petty spacciandole al proprietario come gli hit del momento. I Mudcrutch erano con evidenza destinati al successo, ci volle poco perché divenissero gli eroi locali. A Gainsville erano così popolari che riuscì loro di organizzare, per ben tre volte, un festival locale, un love-in a cui parteciparono fino a quindici band, e che attirava pubblico persino dagli stati confinanti. Un coltivatore di pepe produsse loro un singolo, Up In Mississippi Tonight, che fu stampato come Pepper Records. I loro tour arrivarono fino a Macon, in Georgia, patria degli Allman Brothers Band, all’epoca il gruppo più popolare di tutta la Cotton Belt. 

Giunse così il momento in cui realizzarono che più di così a Gainesville i Mudcrutch non avrebbero potuto crescere. Dal momento che il loro obiettivo era di diventare grandi come i Beach Boys, i Byrds, i Buffalo Springfield, i Flying Burrito Brothers, nel 1974 intrapresero un viaggio verso l’ovest, con destinazione Los Angeles, la terra promessa, alla ricerca di un contratto discografico. Prima di partire, un riluttante Tom acconsentì di sposare la fidanzata Jane. 
I Mudcrutch portarono con sé un nastro registrato in casa, da proporre ai talent scout. Quattro adolescenti sudisti nella grande città, incautamente la prima etichetta a cui si rivolsero fu la Playboy Records, che fu l’unica a rifiutarli. Trovarono interesse sia alla Capitol, che propose loro di registrare un demo, che alla MGM, che voleva incidere un singolo, ed erano molto vicini a firmare per la London, che era stata l’etichetta americana dei Rolling Stones, quando ricevettero una telefonata da Danny Cordell. Danny era un produttore inglese, quello di A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum (il grande successo londinese dell’estate del 1967) e With A Little Help From My Friends di Joe Cocker. Si era trasferito a vivere negli USA dove aveva fondato un’etichetta indipendente, la Shelter, assieme al pianista Leon Russell. L’etichetta aveva gli uffici a Los Angeles, ma gli studi di registrazione erano a Tulsa in Oklahoma, a casa di Russell. Della scuderia Shelter facevano parte J.J. Cale ed il bluesman Freddie King. Denny si dichiarò entusiasta del nastro che aveva sentito e diede ai ragazzi un anticipo abbastanza cospicuo da convincerli a firmare un contratto. I Mudcrutch viaggiarono così fino a Tulsa, per registrare un singolo, Depot Street / Wild Eyes, che però non entrò in classifica. 
A questo punto la Shelter si dichiarò interessata a confermare il contratto al solo leader, Tom Petty, e la band si sciolse. Ma Petty aveva chiaro un progetto: chiese alla Shelter di poter formare un proprio gruppo, per il quale riconvocò Mike Campbell alla chitarra solista e Benmont Tench alle tastiere, a cui aggiunse per la sezione ritmica due fra i migliori musicisti di Gainesville, Rob Blair al basso e Stan Lynch alla batteria. Propose per la band il nome Tom Petty & the King Bees, ma il manager suggerì l’irresistibile The Heartbreakers. Sebbene fosse un gruppo di esordienti, comprendeva tre dei migliori strumentisti d’America. Stan Lynch, un batterista eccellente, capace di sostenere senza esibizionismo un ritmo come solo i più grandi, da Charlie Watts a Keith Moon. Benmont Tench, il più completo tastierista rock a stelle e strisce. Mike Campbell, un chitarrista rock di prima grandezza. 
Il disco d’esordio fu prodotto da Cordell e registrato a Hollywood. Il suono, asciutto ed essenziale, in netto contrasto con quello tutto lustrini dei gruppi rock di quegli anni, anticipava quello della new wave, che di cui si cominciava a sentir parlare in quei giorni. Gli Heartbreakers si ispiravano ai gruppi inglesi della British Invasion, ma soprattutto ai loro discepoli, i Byrds e le garage band americane. Con cinque canzoni sotto i tre minuti per lato, per un totale di una secca mezz’ora, l’omonimo Tom Petty & The Heartbreakers era fresco ed eccitante come i dischi beat degli anni sessanta. 
Rockin' Around (With You) sembrava volare sui tamburi di Lynch. Breakdown era un hit irresistibile, su un ritmo ipnotico rinforzato dal piano elettrico e dall’organo, ed abbellito dall’assolo di Gibson. Sulla seconda facciata Mistery Man e Luna evocavano la stagione psichedelica. American Girl era un urgente jingle jangle così ispirato ai Byrds, che quando Roger McGuinn lo ascoltò alla radio, lo prese per una sua canzone. Quando capì che così non era, ne fece una cover sul suo album Thunderbyrd
«Era una ragazza americana, cresciuta sulle promesse / non poteva fare a meno di pensare che ci fosse un po’ più di vita da qualche altra parte / dopo tutto era un gran mondo con un sacco di posti per correre, e se anche avesse dovesse morire provandoci, aveva una promessa da mantenere» 
Sul vento della new wave, il disco mosse l’interesse soprattutto del pubblico e della stampa rock inglese, tanto che la Shelter si convinse a finanziare un tour europeo, con tanto di apparizione televisive a Top Of The Pops ed un giro per un festival in Galles e al Rockpalast in Germania, dove registrarono la lunga psichedelica Dog On The Run. I giovanissimi Heartbreakers che suonavano Anything That’s Rock’n’Roll a Top Of The Pops avevano un look glam da Slades, ma erano freschi come i gruppi della new wave. In Inghilterra cominciarono ad annusare il profumo del successo, tanto che tornati in patria si stupirono di constatare di essere ancora degli sconosciuti. 
Le riviste inglesi avevano montato ad arte una polemica attorno a certe dichiarazioni di Petty che prendeva le distanze fra gli Heartbreakers ed i gruppi punk. Come tutti gli americani, Petty aveva un debole per le canzoni di Costello, ma dichiarò «Non sarei mai riuscito a chiamarlo Elvis». Una polemica che gli aveva fatto sfiorare lo scontro fisico con Johnny Rotten, che evidentemente non era a conoscenza di che pasta di attaccabrighe sudista fosse fatto Stan Lynch. Quando Petty lo aveva preso nella band, aveva messo come condizione che non picchiasse mai gli altri membri. 
Lentamente, sull’onda della fama inglese, i singoli arrivarono in classifica anche negli USA, dove alla fine il disco fu certificato d’oro. Il fascino contagioso di Tom Petty & The Heartbreakers iniziava a mietere le sue vittime. 
Il tempo che ci era voluto ad arrivare in classifica aveva fatto in modo che il nuovo disco, You’re Gonna Get It, non fosse registrato che nel 1978. Petty non aveva comunque composto abbastanza canzoni nuove, e l’album finì per essere una raccolta di due singoli, I Need To Know e Listen To Her Heart, accompagnati da otto filler. Fortunatamente entrambi entrarono in classifica. 
Quando la Shelter (e tutti i suoi artisti) furono rilevati dalla MCA, Petty diede prova del suo carattere di sudista della Florida con il serramanico nello stivaletto. Chiese di rilevare il proprio contratto, minacciando in caso contrario di non registrare mai più un album in vita sua. Dopo un braccio di ferro, la MCA rinegoziò il contratto alla sua gallina dalle uova d’oro, fondando appositamente per lui una etichetta nuova di zecca, che già dal nome, Backstreets (il titolo di una canzone di Bruce Springsteen) dichiarava la speranza che riponeva nella nuova scena rock americana. 
Per Damn The Torpedoes (“Dannati siluri. Avanti tutta!”) fu convocato l’enfant prodige della produzione, Jimmy Iovine, che aveva prodotto Easter del Patti Smith Group e fatto da tecnico del suono alle registrazioni di Darkness On The Edge Of Town. Non era niente di meno che un capolavoro. Canzoni a tinte forti che evocavano le spiagge e le highway californiane, originali quanto lo erano state quelle dei Beach Boys nel decennio precedente, suonate da una band che sulla linea di fuoco di tastiere, chitarre e batteria era fra le più potenti d’America. Solo nove, secche robuste canzoni poco sopra i tre minuti, cinematografiche, orecchiabili, romantiche, che profumavano di beat, automobili che corrono lungo la spiaggia, American Graffiti, rock’n’roll della nuova onda. Chiudeva il disco Louisiana Rain, un malinconico country rock che dichiarava le radici della band nei Flying Burrito Brothers. Damn The Torpedoes aveva fascino da vendere. E vendette, facendo il numero due in America (mentre il primo posto era occupato da The Wall dei Pink Floyd), arrivando a guadagnarsi tre dischi di platino, e conquistando il resto del mondo. 
Quando si trattò di dargli un seguito, Tom Petty era una star internazionale. Hard Promises fu registrato negli stessi studi di Hollywood, con lo stesso produttore e la stessa formazione, ma ne venne fuori un album del tutto diverso. Il registro passò dal rock’n’roll alle ballate country rock losangeline in stile West Coast. Non proprio gli Eagles o i Fleetwood Mac, ma poco ci mancava. Petty si trovò a scrivere una serie di ballate, e la band a registrare delle canzoni decisamente più lente. La stessa batteria di Lynch passava in secondo piano, degradata da protagonista ad accompagnamento ritmico. Le belle canzoni erano la ballata di The Waiting, che prendeva il titolo da una frase di Janis Joplin, “il tempo che vivo è quello sul palco, tutto il resto è solo attesa”. Il rock ritmato di A Woman In Love era il singolo. La ballata incantata di Insider era stata scritta su richiesta del produttore Iovine, per passarla alla sua amica Stevie Nicks. Stevie, che era diventata una star mainstream con l’album Rumours dei Fleetwood Mac, stava lavorando sul primo album solista, Bella Donna, ed era comprensibilmente preoccupata di riuscire a trovare una canzone trainante. Tom scrisse per lei questa ballata, ma era troppo lenta per ricavarne un singolo. Non era la canzone in cui la Nicks sperava, ed anche a Tom dispiaceva perderla. Alla fine Stevie si limitò a cantarne le armonie. Per non venir meno alla sua promessa, Tom le diede un rock’n’roll dal titolo Stop Draggin' My Heart Around, che si sarebbe piazzato in classifica molto meglio dei singoli di Hard Promises. Dal testo di Insider, fu ricavato il titolo del nuovo album. 
Si racconta che la Nicks fosse così affascinata dagli Heartbreakers da aver chiesto di entrare a far parte del gruppo. «Non ci sono donne negli spezzacuori» fu la risposta di Petty, che all’epoca era ancora sposato con Jane, da cui aveva avuto due figlie, Adria e Kimberly. Era un matrimonio complicato dalle lunghe assenze di Petty e dalla crescente depressione di lei. 

Il tour di Hard Promises fu molto lungo. Così lungo da far venir meno al bassista Ron Blair la voglia di continuare a suonare. Si chiamò fuori, non solo dagli Heartbreakers ma dal music business ed appese il basso al chiodo. Nel frattempo Tom Petty stava producendo un disco di Del Shannon, un vecchio rock’n’roller che nel 1961 aveva avuto un successo con Runaway (una canzone riportata in classifica da Bonnie Raitt). Nella band di Shannon, suonava il basso Howie Epstein, che era anche un ottimo cantante. Stan Lynch legò subito con Epstein, e lo fece anche il resto della band. Andò a finire che Petty gli chiese di entrare negli Heartbreakers. Shannon si arrabbiò, ma Howie prese al volo la proposta. Il suo apporto al gruppo fu determinante anche nelle armonie vocali. Epstein era “il più figo della band”, ma il suo problema era la dipendenza dalle droghe. Si fidanzò con Carlene Carter, la figliastra di Johnny Cash, che usciva dal matrimonio con Nick Lowe. Howie e Carlene vissero una storia d’amore decisamente rock’n’roll e sopra le righe, sia dal punto di vista artistico che umano. Come la volta in cui la polizia del New Mexico li arrestò a bordo di un’auto rubata. Il disco che Epstein produsse alla Carter entrò nelle classifiche country...   


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