Long Playing Tom Waits

Una delle prime cose che scrissi per il Mucchio Selvaggio fu una traduzione dei testi di Blue Valentine. Il mio nome stesso viene da quel disco. Fra i lettori, ci fu chi si fece promettere che avrei scritto un articolo intero su Tom. Lo faccio solo ora, dopo quasi 40 anni, come capitolo di Long Playing, una storia del Rock. Per farmi perdonare, lo pubblico anche qui, su BEAT.
Ah, è un pezzo scritto a quattro mani, con un'altra grande appassionata di Waits.



«Sono nato sul sedile posteriore di un taxi nel parcheggio di un ospedale mentre il tassametro scattava. Sono nato che avevo già bisogno di una rasatura e ho urlato: Times Square, e schiaccia su quell’acceleratore!» 
Tom Waits, piccolo e male in arnese, con una barbetta caprina, borsalino sulle 23, è il Jack Kerouac del rock, il Charles Bukowski delle canzonette, il Kurt Weill dei concerti. È nato a Pomona in California un paio d’anni dopo la fine della guerra, in una fredda notte di dicembre del 1947, sul sedile posteriore del taxi che portava la madre in ospedale. Era figlio di due insegnanti. Il padre, di origini scozzesi, era insegnante di spagnolo, la madre aveva origini norvegesi. Tom si dimostrò dotato di un orecchio musicale naturale, che lo rendeva in grado di strimpellare qualsiasi strumento, incluso il pianoforte a muro del vicino di casa. Quando i genitori di separarono, Tom si spostò con la madre nella contea di San Diego, non lontano dal confine con il Messico. Il più noto dei suoi mestieri da teenager fu quello per la Napoleone Pizza House, per via delle due canzoni che ci avrebbe dedicato. Tom non era tipo da flower power e Grateful Dead: gli piaceva ascoltare i classici, da Bing Crosby a Bob Dylan, l’hot jazz di Louis Armstrong ed il dinoccolato cool jazz californiano di Chet Baker. Non solo pizzaiolo, sbarcò il lunario in cento modi: da lava-auto a camionista, da barista a guardia costiera. Come un Joe Fante in beat, è in quegli anni di lavori manuali che mise a fuoco i personaggi delle sue canzoni, osservandoli nel mondo che lo circondava. Un mondo inzuppato di una fauna di perdenti alle prese con ricordi dolorosi, affitti da pagare e bottiglie vuote di bourbon, che fa del suo meglio per restare a galla e sopravvivere alle delusioni di storie d’amore sepolte nel fango. Grassatori, protettori, prostitute, giocatori, vagabondi, emarginati urbani, con il comun denominatore della necessità di libertà. Girovaghi per i quali la strada è l’unica via di fuga. 
Il linguaggio con cui Tom Waits raccontava queste storie era quello delle ballate sporche di jazz, con l’accompagnamento di un pianoforte scordato e una voce roca di sigarette. I primi passi nel mondo della musica li mosse attorno a quel covo di cantautori che risponde al nome di Troubadour, a West Hollywood sulla Santa Monica Boulevard, un posto dove una volta alla settimana lasciavano suonare agli esordienti qualche canzone senza pagarli. Per sbarcare il lunario aveva trovato un posto come portiere al caffè di fronte, l’Heritage, dove gli riuscì di suonare il suo primo spettacolo retribuito, 25 dollari più le mance. Al Troubadour trovò un manager in Herb Cohen, lo stesso di Tim Buckley e di Warren Zevon. La sua personalità musicale era straripante, ed un contratto fu firmato con per l’Asylum Records. Waits era in grado di scrivere grandi canzoni, per cui l’idea del produttore Jerry Yester fu di farne un cantautore di successo. Il primo disco, Closing Time, ora di chiusura, fu registrato in dieci giorni del 1973 da una band composta da contrabbasso, batteria, piano, chitarra e tromba. Waits avrebbe voluto dare all’album un taglio più jazz, mentre Yester preferì restare nel solco della West Coast e, per sovrapprezzo, di ammorbidirlo con una sezione di archi. Il singolo del disco era una ballata orecchiabile, Ol’55, la storia beatnik di una Oldsmobile del ’55 che il protagonista guida sull’autostrada, sentendosi meglio mano a mano che si allontana da casa. Un tema ricorrente nelle sue canzoni, quello della fuga. 
La canzone non entrò in classifica, ma fu ripresa dagli Eagles sull’album On The Border, che finì in Top 20, procurando a Waits un guadagno in royalty ed una visibilità fra gli addetti ai lavori. Furono diverse le canzoni del primo album ad essere interpretate da altri artisti. Tim Buckley fece Martha, la lirica ballata di un uomo che telefona all’amata dopo quarant’anni per dirle che la ama ancora. Anche Rosie portava un nome di donna; fu cantata dieci anni dopo dai Beat Farmers: 
«Ti ho amata Rosie dal giorno in cui sono nato e ti amerò fino al giorno in cui morirò”. 
Le canzoni erano ballate, valzer del sud, serenate vecchio stile, con qualche violino di troppo. Ragion per cui per il secondo album Waits cercò un produttore più in linea con la sua idea di jazz, e lo identificò nel mitico Mr. Bones Howe, che già aveva lavorato con leggende americane come i The Mamas & The Papas. 
Già dall’attacco di New Coat Of Paint (che inizia con un colpo di rullante come Like A Rolling Stone di Dylan), si capisce che l’obbiettivo di The Heart Of Saturday Night era centrato: 
«Diamo una mano di pittura a questa vecchia a triste città». 
Canzoni per il cuore del sabato sera, dalla intensa San Diego Serenade: «Non ho visto il mattino, fino a che non sono stato sveglio tutta la notte / non ho visto davvero la mia città fino a che ne sono stato lontano / non ho sentito la melodia fino a che non ho avuto bisogno della canzone / non ho visto la east coast fino a che mi sono spostato all’ovest / non mi sono mai accorto del tuo cuore fino a che non hanno cercato di rubarmelo / non ho mai visto le tue lacrime fino a che non sono scivolate lungo il tuo viso». 
Please Call Me Baby è una di quelle canzoni con il cuore in mano: «Chiamami baby, ovunque tu sia, fa freddo fuori per la strada, non voglia che tu muoia di freddo sotto la pioggia / Lo so, non sono un santo, ma se caccio i miei diavoli magari spariscono anche gli angeli».
Entrambe le facciate del vinile si chiudevano con un’ode al sabato sera: «Cercando il cuore del sabato sera» e «Il fantasma del sabato sera, dopo ore alla Napoleone’s Pizza House».   
Anche se ancora i dischi non vendevano, Waits si faceva notare con i concerti che coprivano gli States da costa a costa, da New York a San Francisco. Ragion per cui per il successivo Nighthawks At The Diner (titolo ispirato al quadro di Edward Hopper) si pensò di mettere in scena l’imitazione di una tipica serata dal vivo. Il documentario di un concerto non era sufficiente per Waits, che preferì registrare il disco come se si trattasse di un film. Riempì di tavolini e sedie una sala del Record Plant di Los Angeles, ed invitò un pubblico a cui cantare uno show di canzoni tutte nuove. Storie beatnik come possono essere raccontate da un affabulatore un po’ brillo, su un sottofondo di piano bar. Storie di amori come temporali, notti di nebbia, nottambuli alla tavola calda, cameriere, scapoli che si vantano, luci al neon, tassisti, birra calda e donne fredde. Su quattro facciate, una sola canzone vera e propria, la dolce ballata di Nobody: «Nessuno, nessuno ti amerà come potrei farlo io, perché nessuno perché nessuno è così forte, nessuno è così forte».


Il successivo Small Change era ancora più jazz. Non tutte le canzoni erano all’altezza del disco del sabato sera, ma Tom Traubert’s Blues la era. La voce di Waits si era fatta più roca e le sue storie più dannate. La foto di copertina mostrava Waits nel camerino di una spogliarellista (probabilmente è Cassandra Peterson della commedia Elvira) e per accompagnarlo in tour sul palco, assunse veramente una spogliarellista. Con una backin’ band band che chiamava Nocturnal Emissions fece un giro del mondo, dall’America alla Germania, dall’Olanda fino al Giappone, da cui tornò con una fidanzata dagli occhi a mandorla. 
Una sera a Philadelphia era ospite in TV del Mike Douglas Show, ma non lo videro. Douglas lo trovò coricato sul pavimento della portineria degli studi televisivi, dove non l’avevano lasciato passare, scambiandolo per un barbone. 
Nel 1977 era arrivato il punk, ma Waits continuava ad essere popolare perché il suo aspetto era più punk dei punk. Concepì un album registrato dal vivo in studio, per piano e orchestra. Sulla copertina abbracciava la bigliettaia del Troubadour, che stringeva un passaporto, a sottolineare il titolo Foreign Affairs. Il disco si apre con uno strumentale sognante di due minuti, Cinny’s Waltz che trasporta l’ascoltatore nell’atmosfera jazz di una commedia in bianco e nero proiettata in una fumosa sala di periferia. Quando arriva la tromba di Jack Sheldon il tema sfuma nella malinconica ballata di Muriel, illuminata dalla luce di un lampione: 
«Muriel, quante volte sono andato via da questa città per sfuggire al tuo ricordo? Non sono mai arrivato oltre il primo whiskey bar / Compro un altro sigaro e ti vedrò ogni notte / Hey Muriel (hey ragazzo, hai da accendere?)». 
Muriel introduce un duetto con la straordinaria Bette Midler. 


Bette era la Divine Miss M, che aveva fatto gavetta nei bagni turchi per gay e partecipato a produzioni off-broadway (oltre che ad una versione teatrale di Tommy). Con la sua voce potente cantava i classici della musica americana, da In The Mood di Glen Miller a Uptown e Da Doo Ron Ron delle Chrystals, fino a Bob Dylan. L’album Bette Midler del 1973 prodotto da Barry Manilow è un capolavoro da non ignorare, ma ciò nonostante la Midler avrebbe conosciuto maggior celebrità come attrice che come cantante. 
Waits e la Midler erano una gran coppia nel duetto di I Never Talk To Stranger, che ispirò a Francis Ford Coppola il suo Sogno lungo un giorno: «Fermami se l’hai già sentita, mi pare ci siamo già incontrati, non credo di sbagliare» «È solo che ti ricordo qualcuna che ti era cara, e credi che io ci caschi, e comunque io non parlo con gli estranei». 
Quando entra la potente tromba che annuncia Jack and Neil, California Here I Come (un tributo a Jack Kerouac e Neal Cassady), l’album sta volando a grande altezza. Un disco troppo sofisticato per avere successo nelle classifiche del pop. 
In un ristorante italiano di Los Angeles, Waits era riuscito a far colpo sulla cameriera, una ragazza sensuale e ribelle fuggita di casa dall’Arizona, Rickie Lee Jones, che lo stregò. Soprattutto perché era in grado di bere più di lui. In quel periodo d’oro, il nucleo del loro gruppo di bisbocce era costituito da Tom, Rickie e Chuck E. Weiss. Waits era attratto dalla libertà dei modi e dalla sfrontatezza della Jones e dal fatto che lei potesse essere una adeguata compagna di follie. Rickie faceva cose tipo obbligarlo ad uscire di notte, ubriachi fradici camminando a zig zag, perché si era comprata un paio di scarpe nuove con il tacco a spillo e voleva indossarle subito. 
Waits e Rickie Lee Jones appaiono assieme sulla copertina dell’album Blue Valentine, e la foto patinata di loro due distesi sul cofano dell’auto alla luce dei neon nella notte, è di per sé già un film. Quella copertina fu per me così irresistibile ci ricavai il mio nome di cronista musicale, nei tempi in cui scrivevo per il Mucchio Selvaggio. 
Blue Valentine è un disco in blues di storie della notte, registrato a San Francisco con una gran band. Le canzoni sono storie, un po’ film ed un po’ novelle americane. Red Shore By The Drugstore fotografa una lei che sotto la pioggia aspetta il suo fidanzato indossando le scarpette rosse che piacciono a lui; che però è stato beccato dalla polizia mentre rubava un gioiello per lei e non arriverà all’appuntamento. Christmas Card From A Hooker In Minneapolis è un racconto di Natale, ma senza redenzione finale, su una cartolina fitta di bugie che lei gli scrive da Minneapolis. Romeo Is Bleeding è una murder song su un pachuco di nome Romeo. Una storia noir è anche la canzone di una ragazza che possiede solo una borsetta di coccodrillo e 29 dollari, che viene aggredita per strada, derubata e ridotta quasi in fin di vita: «Le sirene sono solo l’epilogo, gli sbirri arrivano sempre troppo tardi, è una fortuna che lei sia ancora viva, il dottore ha sussurrato all’infermiera, ha perso solo una pinta di sangue, 29 dollari ed una borsetta di coccodrillo». 
La title track evoca sensi di colpa: «Lei mi manda biglietti tristi per San Valentino, per ricordarmi il mio peccato mortale / ci vuole un bel po’ di whiskey per cacciare via questi incubi, ed ogni notte mi strappo il cuore a pezzi e muoio un po’ di più». 
Il successo era ormai alle porte. L’album dell’anno successivo, Heartattack and Vine, era rock e vivace, quasi la versione diurna di Blue Valentine. Un liquido organo Hammond e una chitarra bluesy sottolineavano le canzoni, la più famosa delle quali è Jersey Girl, che sarebbe stata presa in prestito da Bruce Springsteen: 
«Non ho tempo per i ragazzi all’angolo, che stanno in strada a fare casino / Non voglio una prostituta sull’ottava strada perché stanotte la passerò con te / Giù alla spiaggia va tutto bene, tu e la tua bambina di sabato sera / Tutti i miei sogni si realizzano quando cammino in strada al tuo fianco, cantando sha la la, la la la”.
La prima esperienza cinematografica di Waits fu quando il regista Francis Ford Coppola gli chiese di scrivere la colonna sonora del film One From The Heart (Un sogno lungo un giorno) con Nastassja Kinski, una specie di musical onirico ambientato a Las Vegas. Coppola era stato ispirato del duetto di I Never Talk To Strangers con Bette Midler, ma per qualche ragione non volle utilizzare quel pezzo. La Midler non era disponibile e per il duetto Waits ripiegò su Crystal Gayle. La colonna sonora finì per risultare piuttosto banale, e neanche il film può dirsi riuscito. Però sul set (Coppola aveva messo a disposizione di Waits un ufficio ed un pianoforte) Waits conobbe la futura moglie, Kathleen Brennan, che ci lavorava in veste di sceneggiatrice. Da quel giorno Kathleen si prese cura di lui, divenne la sua musa e soprattutto coautrice delle sue future canzoni. “Un bel giorno lei è stata tanto incosciente da bussare, ed io sufficientemente astuto da aprirle”. Ai giornalisti, facendosene beffa, racconterà le versioni più assurde del suo colpo di fulmine, compresa quella che Kathleen fosse una suora in procinto di prendere i voti.


A questo punto della sua carriera musicale, il songwriting in jazz era stato sfruttato a fondo e gli risultava difficile immaginare di poter inventare altre canzoni originali sul pianoforte. Non a caso gli ultimi album erano andati facendosi più elettrici e arrangiati. Waits era alla ricerca di un suono diverso per le nuove canzoni. Il nuovo progetto, Swordfishtrombones, fu un’esplosione di inventiva. Waits era evaso dallo steccato del genere che si era imposto, libero di creare senza confini prefissati. Ispirato dalla follia del vecchio disco Trout Mask Replica di Captain Beefheart, non solo il suono di Swordfishtrombones si faceva astratto, ma persino gli strumenti: nella lista compariva ogni tipo di percussione, dalle marimba alle campane e le percussioni balinesi, e di fiati, comprese le cornamuse, pianole e oggetti non concepiti come strumenti. Nelle parole di Waits, era: “un’orchestra di rottami”. Il titolo stesso evoca uno strumento musicale che puzza di pescheria, oppure un pesce che fa molto rumore. 
Il primo manager di Tom Waits era stato Herb Cohen, che era anche il manager di Captain Beefheart, per cui è difficile che il cantante non gli fosse già noto. In ogni caso Waits racconta che fu la moglie a introdurlo ai folli lavori del capitano. Più che canzoni fatte e finite, le tracce del nuovo disco erano esplosioni di frammenti sonori le cui schegge vagano in ogni direzione. Le battute del blues venivano sostituite da ogni tipo di ritmo sincopato, compresi polka e filastrocche. I testi raccontavano di Dave il macellaio, di vagabondi randagi, soldati, marinai, donne che se ne vanno con il primo venuto e di chi trasuda sofferenza alla ricerca di un goccio di liquore, oppure perché ne ha bevuto troppo.
Il titolo di una canzone, Johnsburg Illinois, si riferiva al luogo di nascita di Kathleen: «C’è una zona sul mio braccio dove ho scritto il suo nome accanto al mio»
Faceva la prima comparsa il personaggio di Frank, che negli anni sarebbe cresciuto fino a ritagliarsi un’opera tutta sua. Un tipo tranquillo che tanti anni prima «aveva appeso gli anni più belli ad un chiodo e vendeva arredamenti usati per ufficio». Frank si ritrova a vivere con una moglie che è un rottame aeronautico, un piccolo insopportabile chihuahua di nome Carlos e una cucina con forno autopulente. Una notte Frank si fa una bevuta, compra una tanica di benzina, appicca il fuoco alla casa, osserva il suo passato bruciare, sale in auto, accende la radio e punta a nord. Alla fine della canzone, tanto Waits che il pubblico si domandavano che fine avrebbe fatto Frank. 
La Asylum rifiutò il disco, che però piacque a Chris Blackwell della Island, che divenne la sua nuova casa discografica. Ed il disco vendette più copie di ognuno dei precedenti. Quelli furono gli anni dello zenit dell’ispirazione artistica di Waits. 
Si spostò a vivere sull’altra costa, a New York. Il seguito, Rain Dogs, era una versione appena più ortodossa del nuovo corso musicale. Al disco invitò a partecipare una quantità di musicisti, fra cui John Lurie (l’attore, che è anche un musicista), Larry Taylor (Canned Heat), Marc Ribot e Keith Richards dei Rolling Stones, che marchiò la canzone Union Square con il tipico riff della sua chitarra ritmica. 
“A New York puoi salire su un taxi e iniziare a copiare su un bloc notes tutte le parole che leggi mentre giri la testa: le insegne delle lavanderie, i centri sociali, le assicurazioni, le vetrine dei negozi coi cartelli dei saldi. Alla fine ti ritrovi un testo”. 



Nel frattempo la canzone Franks Wild Years era diventata un’intera opera teatrale, anzi un operachi romantico in due atti, per dirla con le parole di Waits, che andò in scena al Briar St. Theatre a Chicago, Illinois nel giugno del 1986. La scelta di Chicago fu obbligata dal fatto che il circuito teatrale newyorchese si rivelò impenetrabile per un non addetto ai lavori. 
Franks Wild Years nacque dalla curiosità di Waits (e di Kathleen) di scoprire cosa ne era stato di Frank dopo che aveva dato fuoco alla casa. “Immaginavo che fosse finita male, ma ero curioso di scoprire come. Il copione è un incrocio fra Eraserhead e It’s A Wonderful Life. Per farla breve, si tratta di una storia sul fallimento dei sogni”. 
La piece iniziava con Frank seduto su una panchina a East St.Louis mentre si mette a nevicare e lui comincia a pensare che morirà di freddo, e attraverso una sequenza di canzoni romantiche e una trama circolare, si concludeva nella stessa stazione ferroviaria dove tutto aveva avuto inizio: «È stato un treno a portarmi qui, ma nessun treno può riportarmi a casa». 
Era un capolavoro, che ebbe un seguito in Big Time, per il quale Waits concepì uno spettacolo con caratteristiche teatrali ed ulteriori effetti aggiunti in post produzione. Fu girato un film con canzoni tratte da Frank’s Wild Years e dagli altri due album della trilogia. Diciotto delle canzoni del film finirono nel disco, che divenne così una sorta di edizione alternativa ed espansa della storia di Frank. 
Ora Waits era molto popolare in tutto il mondo, sia come musicista che nel mondo del cinema, in cui si era trovato spesso ad essere convocato sia come attore (di dozzine di film, fra cui Down by Law, La Leggenda del Re Pescatore, Dracula, Coffee and Cigarettes, La Tigre e la Neve) che come autore di colonne sonore. Con Frank’s Wild Years il suo campo d’azione si era allargato al teatro, dove continuò a lavorare con Alice, dall’opera di Lewis Carroll, ed i musical The Black Rider, Bone Machine e Woyzeck / Blood Money
I dischi successivi, registrati per l’etichetta indipendente ANTI, dimostravano che la fase più brillante della sua creatività era alle spalle e le canzoni migliori erano già state scritte. Per fortuna le vendite andavano meglio che nei giorni migliori, in cui era riuscito a sbarcare il lunario solo grazie alle colonne sonore ed ai diritti d’autore delle cover eseguite da musicisti popolari come Eagles, Bob Seger, Rod Stewart e Springsteen. Anche i concerti degli ultimi anni si erano fatti rari ed elitari, specie riguardo il prezzo dei biglietti, a dispetto della qualità. Ma il folle Tom Waits era comunque già entrato nella leggenda. 

Nota: questo capitolo è stato scritto assieme alla giornalista e scrittrice beat Eleonora Bagarotti. Ci sono stati giorni in cui io e lei scrivevamo di rock fianco a fianco. Spero non le dispiaccia che io abbia deciso di usarlo.
Playlist
Tom Waits: The Heart Of Saturday Night (1974) 
Tom Waits: Foreign Affairs (1977) 
Tom Waits: Swordfishtrombones (1983) 
Tom Waits: Rain Dogs (1985) 
Tom Waits: Frank’s Wild Years (1987) 
Tom Waits: Big Time (1988) 
(tratto da Long Playing, una storia del Rock - lato B - Il Ritorno del Rock) 

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