Long Playing Jeff Buckley


Nei tre anni che avevano seguito l’uscita dell’album Grace per la Columbia (1994), Jeff Buckley era diventato l’idolo della generazione rock degli anni novanta. La sua voce tenorile era eclettica e affascinante, il suo stile era libero di spaziare oltre i confini tradizionale delle canzoni, in un sinfonico crepuscolo sonoro che incorporava romanticismo, rock delle chitarre, blues acustico ed il jazz della sua Gibson.

Jeff era figlio di Tim Buckley, un atipico cantautore degli anni sessanta, considerato una mancata promessa quando morì di overdose di eroina la sera del 29 giugno del 1975, proprio al termine di un tour. Nel corso della sua breve carriera, Tim aveva registrato nove dischi, attraverso tre distinte fasi musicali: quella di cantautore folk del Greenwich Village, dalle sfumature fiabesche e sognanti, culminate nell’album Goodbye and Hello. Quella di cantante visionario dalle sfumature jazz, degli esperimenti sonori di Lorca e Starsailor. Ed infine quella di cantante funky di un gruppo di Los Angeles, sul modello dei Blood Sweat & Tears (gruppo che in effetti sul disco d’esordio aveva registrato una canzone di Buckley), dopo che la sua carriera si era affossata e la casa discografica, l’Elektra, lo aveva licenziato.

Jeff era nato quando Tim era solo diciottenne. Sposato ancora teenager alla sua fidanzata del liceo, Mary, erano fuggiti entrambi da famiglie opprimenti. Purtroppo Tim aveva presto scoperto di preferire alle gioie della famiglia la libertà bohemien del musicista, abbandonando Mary alla vigilia della nascita del figlio. Sul suo primo omonimo disco, una canzone faceva riferimento alla nuova fidanzata Janie, mentre la successiva I Never Asked to Be Your Mountain era una giustificazione rivolta alla moglie Mary. Infine Dream Letter parlava al figlio mai visto, più dal punto di vista teorico che come progetto di vita.
«Il tempo vola, stavo pensando al mio passato… per favore dolcezza ascolta le mie preghiere / Dormi nei miei sogni questa notte, perché tutto quello che ti chiedo di sapere è di te e di mio figlio / È un soldato o un sognatore, è il piccolo uomo della mamma? Ti è di aiuto e ti chiede di me?» 

Jeff era cresciuto nella vistosa assenza del padre, che aveva incontrato in una sola occasione a otto anni, di cui oltretutto conservava ricordi nebbiosi. Tanto che per tutta l’infanzia il suo nome fu Scott Moorhead, dal cognome del patrigno. La sua vita di bambino fu un costante girovagare da una casa all’altra in California, nelle ristrettezze economiche, con la madre ed il fratello Corey, eredità di un secondo malandato rapporto di Mary.
Ma quello di cui Tim aveva fatto dono a Jeff era uno straordinario talento musicale, come autore, come chitarrista, e soprattutto come cantante dalla duttile voce tenorile. Crebbe nell’amore della musica, dai Led Zeppelin di Physical Graffiti, al progressive di Yes e Genesis, l’hard rock dei Kiss, fino al blues di Robert Johnson ed il fusion dei Return To Forever di Chick Corea e Al di Meola. Fu quest’ultimo chitarrista il suo modello musicale alla scuola di musica che frequentò a Los Angeles dopo le superiori.
Di questo padre cantante, convitato di pietra di tutta la sua infanzia, Jeff imparò ad apprezzare i dischi dopo la sua morte. In particolare la coppia sperimentale di Lorca e Starsailor. Assente al suo funerale, volle partecipare al tributo intitolato Greetings from Tim Buckley, il 26 aprile 1991 alla St. Ann's Church a Brooklyn. Fu in quell’occasione che il mondo musicale apprese dell’esistenza di un Buckley jr, dotato di un talento paragonabile (o forse superiore) a quello del genitore. Galvanizzato dall’impressione che aveva fatto ai presenti cantando I Never Asked To Be Your Mountain, Phantasmagoria in Two e Once I Was, Jeff mise assieme un gruppo sul modello dei Led Zeppelin, i Gods and Monsters con Gary Lucas, con cui suonò solo per due concerti prima di mettersi in proprio, conquistandosi un seguito a New York nei caffè del Greenwich Village, come il Cornelia Street, ma soprattutto al Sin-é, un locale irlandese di cui divenne il musicista fisso, dove la sua fama locale crebbe fino a riempirlo di pubblico che si fermava ad ascoltarlo fin dalla strada.
Il repertorio di quei giorni può essere ascoltato su Live at Sin-é che, uscito per la prima volta come EP di quattro canzoni, crebbe fino alle trentaquattro della ristampa in Legacy Edition, dove si possono ascoltare cover di Van Morrison (The Way Young Lovers Do), Leonard Cohen (Halleluia), Ray Charles, Billie Holiday, Led Zeppelin, Dylan, e persino Édith Piaf e un pizzico di Jim Morrison e Miles Davis.
Al Sin-é, Jeff fu corteggiato dagli A&R di RCA, Arista e Sire, fino a decidersi a firmare un contratto con la Columbia Records, l’etichetta di Bob Dylan. Radunato un gruppo, per la Columbia Jeff incise ai defilati Bearsville Studios di Woodstock un disco d’esordio ad alto budget, intitolato Grace, con il produttore Andy Wallace (nel cui curriculum figurava il suono di Nevermind dei Nirvana).
Con un suono potente, sognante, evocativo e notturno, Grace riscosse ottime recensioni, e se pur partì lentamente nelle vendite finì per divenire un cult per la generazione in camicia di flanella dei teenager degli anni novanta. Fu dichiarato uno dei dischi preferiti da David Bowie, da Robert Plant (che di Jeff fu una delle influenze maggiori), da Jimmy Page e persino da Bob Dylan e Paul McCartney, mentre Lou Reed espresse il desiderio di collaborare con lui.
Jeff portò il disco in tour per due anni in ogni parte del mondo, e Grace finì per divenire un best seller in Australia, in Europa ed infine negli USA stessi, purtroppo in larga misura dopo la morte del suo autore, grazie anche alla stampa come singolo della cover di Halleluja di Cohen, che Jeff eseguiva nell’arrangiamento di John Cale, dei Velvet Underground.

Il contratto per la Columbia gli aveva messo a disposizione mezzi illimitati per registrare e per girare in tour, ma allo stesso tempo gli trasmetteva una enorme pressione. Il seguito avrebbe dovuto intitolarsi My Sweetheart the Drunk ed essere prodotto da Tom Verlaine, che Jeff aveva conosciuto durante una collaborazione a Gone Again di Patti Smith. Le session di registrazione a New York non soddisfecero Jeff, come neppure quelle successive nella più defilata Memphis, nonostante, ascoltate oggi, si dimostrino perfettamente all’altezza. Cosa pretendeva di registrare Jeff, Born To Run?
Dopo una session all’inizio del 1997, quando la band fece ritorno a New York, Jeff preferì fermarsi a Memphis, nel Tennessee, sul Mississippi, per rifinire la scrittura delle canzoni. Fu proprio sulle rive del fiume che si ritrovò, nel pomeriggio del 29 maggio, mentre in compagnia di un roadie, Keith Foti, stava cercando il posto dove il gruppo avrebbe dovuto provare. I due scesero in una spiaggia sassosa del Wolf River, di fronte a Mud Island, dove il canale navigabile entra nel grande fiume. Ascoltavano la musica dei Dead Kennedys sul boom box di Keith, quando Jeff, vestito e indossando gli stivali, entrò nel fiume, mettendosi a galleggiare e cantando Whole Lotta Love. Non era né ubriaco, né sotto l’effetto di droghe, solo molto incosciente. Il fiume non era balneabile, per i diversi incidenti per cui era tristemente famoso fra la gente del posto. Quando l’onda sollevata da una chiatta lo sommerse, Jeff scomparì nelle acque limacciose. In corpo fu ripescato sei giorni dopo. La sua vita era durata solo due anni di più di quella del padre.

(da Long Playing, una storia del Rock - lato B - Il Ritorno del Rock) 


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