Neil Young Peace Trail


Neil Young un tipo originale lo è sempre stato, anche da giovane, figuriamoci adesso che è vecchio e non ha certo bisogno di vendere dischi. Da anni la sua produzione si è fatta a dir poco eccentrica. Non ha più voglia il Neil di affilare le canzoni, abbellirle, arrangiarle, registrarle come si deve. Piuttosto, butta lì le canzoni una sull'altra, con tante parole e accordi un po' sempre quelli, le registra di corsa dal vivo in studio in pochi giorni, buona la prima e senza sovraincisioni, e li fa uscire tutti, i dischi che registra, fosse anche in una cabina del telefono, in una produzione che definire ridondante è poco.
Così ogni volta che esce un disco nuovo, bisogna capire se omologarlo come tale, o ignorarlo come esperimento. Il fascino non viene mai meno, ma a volte è dura.
Peace Trail non fa eccezione, registrato in quattro giorni o giù di li, dal vivo in studio in trio, con un grande Jim Keltner che in mancanza di istruzioni inventa il ritmo come un jazzista free. E sì, è un disco omologabile, il primo dopo Psychedelic Pills e Americana. Un paio di brani sono da scartare, ma la maggior parte sono affascinanti, le solite cavalcate elettriche sognanti di Young con le liriche battagliere come negli anni sessanta.
Lo ammetto, non mi dispiacerebbe che per una volta ci fosse un produttore, e che il disco venisse abbellito un poco come ai tempi di After The Gold Rush. Ma Neil Young è così, grezzo e da scoprire, e Peace Trail è molto piacevole, a lasciarlo correre sullo stereo di casa o dell'auto.

★★★

Long may you run, Neil. 

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