John Hiatt: il songwriter dei songwriter


“Non sono mai salito su un palco senza l’aiuto di cocaina o di alcool”

Il songwriter dei songwriter, è così che chiamano John Hiatt. Un musicista che ad una potente voce da nero aggiunge uno straordinario talento di autore. Le sue canzoni hanno conosciuto una innumerevole quantità di cover da un esercito di musicista, paragonabile come numero a quelle firmate da Bob Dylan, Lennon/McCartney o Randy Newman.
Classe 1952, di Indianapolis nel midwest, Hiatt crebbe con la sua dose di difficoltà. Un fratello suicida, un padre morto di malattia e qualche guaio passato per una Ford Thunderbird rubata. A undici anni, dopo aver ascoltato Stevie Wonder alla radio, perse ogni interesse per la scuola, lo studio, il baseball e tutto quello che in generale interessava i suoi coetanei, coltivando l’unico obiettivo di diventare un cantante di successo. Scrisse la prima canzone a dodici anni su una Gibson Lady Guitar del ’47, chiuso in una stanza di casa. A tredici anni cominciò a bere alcolici. Scoprì il blues vedendo i bianchi ed inglesi Yardbirds all’Ed Sullivan Show in TV. Iniziò a suonare nel giro dei club locali, fino a quando a diciott’anni, rendendosi conto della facilità con cui gli riusciva di scrivere canzoni, comprò un’auto usata e la guidò fino a Nashville.
A Nashville lavorò come autore per un salario di 25 dollari alla settimana. Scrisse almeno duecento canzoni, si mise a suonare con un gruppo chiamato The White Duke, e gli riuscì di firmare un contratto con la Epic. Con l’anticipo ricevuto per un singolo, registrò un intero album, dalle venature country, intitolato Hangin’ Around the Observatory. Né quel disco né il successivo ebbero successo, e anche se i Three Dogs Night registrarono una cover di Sure, I’m Sitting Here e Conway Titty fece Haevy Tears, la casa discografica lo scaricò.
Si entrava nella seconda metà degli anni settanta e l’America era sotto attacco: era giunta la seconda British Invasion, quella della new wave. Hiatt rimase colpito da This Year's Model di Elvis Costello, ed adeguò il proprio stile a quello nervoso e vivace dell’artista inglese. Da Nashville si trasferì sulla costa occidentale, a San Francisco, dove Leo Kottke, per cui apriva i concerti, gli procurò un contratto con la MCA.
Le canzoni del nuovo disco, Slug Line, erano belle ed energiche, lucide ed asciutte, e non mancavano le intense ballate soul, che sarebbero diventate la sua cifra stilistica. I Neville Brothers fecero una magnifica cover di Washable Ink, mentre un’altra canzone finì in American Gigolò. Nel 1980 uscì il film Cruising di William Friedklin, un torbido noir poliziesco con Al Pacino, ambientato nel mondo gay di NYC, con una colonna sonora notevole, in cui facevano bella mostra alcuni brani dei Mink DeVille, Germs e Mutiny. Una potente canzone dark, Spy Boy, era di John Hiatt, mentre un’altra sul nuovo Two Bit Monster si intitolava I Spy (For The FBI). Due canzoni, It Hasn’t Happened Yet e I Look For Love, vennero registrata da Rosanne Cash, la figlia di Johnny Cash, che l’anno successivo fece anche Pink Bedroom. La Cash era cognata di Nick Lowe (che ne aveva sposato la sorella Carlene Carter), e la situazione mise Hiatt in contatto con Nick, che fra l’altro era il produttore di Costello. Nick produsse per Hiatt la seconda facciata dello splendido Riding With The King, registrata a Londra con i Rockpile, uno scintillante disco di soul bianco che John canta con una magnifica voce da nero. La title track verrà addirittura ripresa in un duetto da B.B. King con Eric Clapton. Non male per un bianco dell’Indiana che scrive ballate.
Nel successivo Warming Up to the Ice Age, Hiatt duettava con Elvis Costello. Registrò un duetto anche con Rosanne Cash, The Way We Make a Broken Heart, ma la Geffen non lo fece uscire, ed anzi lo scaricò sciogliendo il contratto. Era la terza casa discografica a licenziarlo. La Cash registrò la canzone per sé, arrivando al numero uno della classifica country.
Confuso, deluso, schiavo della vodka e della cocaina, Hiatt lasciò la casa di Topanga Valley, Los Angeles, abbandonando la moglie con una figlia Lily di un anno, per andarsene in giro ad autodistruggersi su una Camaro nera, in compagnia di una ragazza olandese. In quei giorni anche il suo analista lo liquidò: “Mi disse che non poteva fare niente per me, che ero un drogato e avevo bisogno di una comunità”.
La moglie Isabella si suicidò, lasciandolo solo ad allevare Lily. Un’esperienza tragica che lo forzò a ripulirsi da alcool e droghe. Fu il primo tour affrontato da sobrio, un’esperienza che Hiatt descrisse come terrorizzante.
Hiatt aveva sempre scritto delle splendide canzoni, ma quelle che scrisse in quei giorni erano speciali. Intime, profonde, biografiche, toccanti. Nick Lowe gli procurò trentamila dollari dalla britannica Demon Records di Jake Riviera per registrare un disco. Arrivò Ry Cooder, uno dei migliori chitarristi americani, che aveva eseguito Across The Borderline di Hiatt per il film The Border, e nella band del quale Hiatt aveva suonato a Los Angeles, e portò il mitico batterista Jim Keltner. Con quella cifra la band poteva permettersi di pagare soli quattro giorni di affitto degli Ocean Way Studios. Registrarono una dietro l’altra dieci canzoni, che finirono tutte in Bring The Family. Il suono era sincero, essenziale, puro, le canzoni mostravano l’anima senza trucchi né belletto né arrangiamenti, la voce era drammatica e profonda. Semplicemente un capolavoro, che finalmente fu premiato anche dal mercato americano. Quattro canzoni del disco conobbero cover di molti artisti, fra cui soprattutto Have A Little Faith In Me, che in America divenne una specie di inno non ufficiale dei matrimoni: “Potessi avere un dollaro per ogni volta che qualcuno mi ha detto che quella canzone è stata suonata al suo matrimonio, sarei un uomo ricco”. 
Quattro anni dopo quel quartetto si sarebbe ricreato per fondare un gruppo, i Little Village, per un tour ed un disco, che però non funzionarono. Pare che i quattro non andassero più d'accordo.
Il periodo magico durò per una trilogia di dischi, i suoi migliori, che proseguì nello stile asciutto, intenso ed autobiografico di Bring The Family con Slow Turning e Stolen Moments. Grandi canzoni, intense, sincere ed al tempo con un background di letteratura americana. In Stolen Moments si respirava una nuova tranquillità, momenti rubati di felicità. La canzone Georgia Rae era dedicato alla nuova moglie.
«Devo iniziare a trasformare quello che rimasto congelato per anni, in un fiume di lacrime?» 

Un duro dall’animo fragile, un artista unico, un songwriter sopraffino e di culto. Un piccolo grande eroe laureato del rock’n’roll. I dischi successivi proseguirono con con un robusto mix di rock del sud, soul nero e canzoni d’autore. Più che gli album, si ricordano canzoni come Perfectly Good Guitar, I’ll Never Get Over You, Native Son, I Can’t Wait, Graduated. Bob Dylan, Bruce Springsteen, Willie Nelson e Willy DeVille cantarono le sue canzoni, Bonnie Raitt andò in classifica con la sua Thing Called Love, e fece un duetto in I Can’t Wait.

Negli anni duemila, Hiatt cedette un po’ il passo, registrando dischi di cui vendeva i diritti a label indipendenti, per guadagnare il denaro per registrare il lavoro successivo. Ora abitava in un ranch in Tennessee, e gli ultimi dischi erano orientati alle radici del rock americano, blues, folk ed ancora, di quando in quando, qualche ballata commovente. Non c’era più traccia del soul di cui era stato maestro. In Master Of Disaster era prodotto dal mitico Jim Dickinson dei Muscle Shoals Studios, ed accompagnato dai The North Mississippi All-Stars dei suoi figli Luther e Cody.
E la figlia Lily è diventata una musicista.


(tratto da Long Playing, una storia del rock, lato B: il ritorno del Rock) di Blue Bottazzi - in uscita © 2016

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