lunedì 21 novembre 2016

Long Playing: Nick Cave


Nick è il sofferente, tormentato, disturbato, irrequieto, rissoso poeta del lato oscuro del rock’n’roll. Figlio illegittimo di Leonard Cohen. Elvis dell’universo parallelo. Al pari di Cohen, Nick non è nativo della terra del rock: canadese è il padrino, autraliano il figlioccio. Improbabile punk della terra dei canguri, cui è sopravvissuto con l’aiuto della letteratura, da Dostoevskij a Samuel Beckett, e, aimè, delle droghe. Cowboy cinematografico da film noir, riflesso del bandito locale Ned Kelly.
Il suo ego lo trasportò in modo naturale dal ruolo di corista della chiesa anglicana a quello di cantante della band della scuola, il gruppo che sarebbe divenuto The Boys Next Door, i ragazzi della porta accanto, di cui faceva già parte il suo partner musicale di una vita, Mick Harvey, il figlio del pastore. Nei negozi d’importazione di Melbourne erano arrivati i dischi dei Sex Pistols e dei Ramones (ma anche Stooges e New York Dolls), a suggerire al gruppo quale musica suonare. I Boys Next Door si impegnarono a fondo per guadagnarsi una reputazione punk, ai limiti della legalità. Il giorno in cui il padre moriva in un incidente automobilistico, Cave era in arresto per ubriachezza molesta. O forse era il contrario: i Boys Next Door erano punk per procurarsi un'ancora di salvezza dalla propria asocialità.
In quei giorni lontani Nick si innamorò della sua musa, la rossa Anita Lane. Nonostante l’atteggiamento disfattista e l’abuso di alcool e sostanze, il gruppo riuscì a divenire professionista. Suonavano concerti, facevano da spalla ai gruppi inglesi in tour, e registravano dischi per un’etichetta indipendente con sede in un negozio di dischi.
Quando la scena musicale di Melbourne cominciò ad andar loro stretta, il gruppo si scoprì in un cul de sac. Un gruppo punk australiano, i Saints, era riuscito a portare un disco nelle classifiche inglesi. Il piano fu di emigrare nella terra promessa del punk, compiendo a ritroso la strada dei padri. Con quel progetto in mente, Cave, Mick Harvey, Rowland Howard (chitarrista e coautore del materiale) e compagnia, risparmiarono ogni penny di un anno di concerti e nel ’79 decollarono dall’Australia.
Ma quando raggiunsero Londra, ciò che trovarono si rivelò lontano dalle aspettative. Il punk era morto, e a farla da padrone erano la disco music, i gruppi neo romantici armati di sintetizzatori e le canzonette da classifica come quelle dei Wham di George Michael. Quello era il genere musicale che suonava nei club e che le case discografiche pretendevano. L’unico gruppo in città che generò in loro una certa empatia furono i Joy Division di Ian Curtis (che in quei giorni sarebbe arrivato al passo estremo del suicidio).
Per sopravvivere nella metropoli, i ragazzi dovettero adattarsi a modesti lavori manuali. Ma alla fine l’occasione di qualche show si materializzò, e Nick ebbe l’occasione di colpire il pubblico con l'esuberanza della sua energia live, l’avanti indietro sul palco, i salti, le piroette, il rotolarsi sul pavimento e tutto il resto del repertorio - in parte mutuato da Iggy Pop.
Per dare un segnale di rinnovamento anche a sé stessi, i “ragazzi della porta accanto” mutarono il nome in Birthday Party.


Non c’era un gran che di australiano nella loro immagine: lo stile era un punk sguaiato, gotico e oscuro. I testi di Cave, influenzato da Anita, si andavano facendo più complessi e letterari, mentre il suo aspetto alieno e disordinato gli donava un ché di giovane vampiro di New Orleans. Il punto di svolta per i Birthday Party fu entrare nelle grazie del disc jockey della BBC John Peel, che li invitò a registrare alcune canzoni che poi trasmise regolarmente in radio. Ottennero così un contratto discografico per una minuscola etichetta indipendente, che finanziò un disco e diede loro l’opportunità di intraprendere un tour, non solo in Inghilterra ma anche in Europa (in Italia suonarono al Piropiro di Imola). Arrivarono fino agli Stati Uniti, per suonare a New York e Chicago di fronte a qualche decina di spettatori. A New York strinsero amicizia con Lydia Lunch, attirata (artisticamente e sessualmente) dall’aspetto minaccioso di Nick. Nonostante un seguito di culto e recensioni incoraggianti, i Birthday Party non furono mai capaci di agguantare il successo. Alcool, droga e la mancanza di ogni disciplina professionale minarono le chance del gruppo, e alimentarono le tensioni fra i membri, in particolare fra Nick (che come cantante veniva acquisendo un ruolo di frontman) ed il chitarrista Roland Howard, autore di parte delle canzoni. Per la difficoltà di mantenersi nella costosa capitale inglese, il gruppo si trasferì a Berlino, in cerca di un’esperienza simile a quella che avevano vissuto alla fine degli anni settanta David Bowie ed Iggy Pop. Una delle ultime registrazioni prese il titolo di The Bad Seed, il seme cattivo. Quando Mick Harvey ne ebbe abbastanza e se ne andò, il gruppo onorò un ultimo tour australiano nell’83 e chiuse i battenti.
Prima di sciogliersi, i Birthday Party avevano firmato un contratto discografico con la Mute Records, che si trasferì al cantante. La sua prima iniziativa fu un evento di tre spettacoli a NYC e Washington D.C. assieme a Lydia Lunch e Marc Almond (dei Soft Cell). Uno show cacofonico ed atonale nello stile della scena No Wave. Poi Nick rintracciò Mick Harvey e assieme a lui ed al chitarrista Blixa Bargeld (degli Einstürzende Neubauten di Berlino, la città in cui vivevano) mise assieme un gruppo che lo accompagnasse, che in breve fu battezzato The Bad Seeds.
Il primo album venne registrato ai Trident di Londra e, da una canzone di cui aveva scritto i testi Anita Lane, prese il titolo di From Her To Eternity, “da lei all’eternità”. Anche se Anita partecipava ai cori del primo nucleo del gruppo, il rapporto fra i due era all’epilogo. Fu la prima di una serie di dolorose delusioni amorose immortalate nelle canzoni di Nick. From Her To Eternity divenne il tormento della sua perdita. Come manifesto, l’album di esordio si apriva con una versione apocalittica di Avalanche di Leonard Cohen. A cui fece seguito in ordine serrato una serie di splendidi dischi che costituisce una miniera di oscuri gioielli, un pozzo di classici underground, di orgasmo in musica. Abbandonata la sintassi punk, Nick ispirava le proprie sofferte ballate (spesso scritte a quattro mani con Harvey) al pop epico a la Gene Pitney, all’Elvis decadente di Las Vegas, al Johnny Cash più apocalittico, alla brutalità del blues e delle storie folk del Mississippi di Robert Johnson e John Lee Hooker. Nelle sue canzoni teatrali ricorrono temi biblici, gotici, letterari tanto quanto i blues del crossroad. Sul secondo album svettava Tupelo, un teso ritmo tribale dedicato a Presley.
Kicking Against the Pricks, un successivo disco composto di cover, era una dichiarazione delle proprie fonti, zeppo com’è di pezzi di Johnny Cash, Velvet Underground, Gene Pitney e blues oscuri.

Il suo stile di vita era bohémien: quando non era in tour con i Bad Seeds, Nick era chiuso nella propria cameretta di Berlino, una stanza tappezzata di immagini religiose e fotografie di donne nude e formose, a battere incessantemente sulla macchina per scrivere quello che sarebbe diventato il suo primo romanzo, scritto nello spazio di un intero lustro, il farneticante And the Ass Saw the Angel (E l’asina vide l’angelo). E a leggere la Bibbia per trarre ispirazione dalle storie del Vecchio Testamento, quando non era in giro sulle tracce di qualche spacciatore di eroina, nel modo che Lou Reed canta in Run Run Run.
Berlino aveva adottato i Bad Seeds, ma la prima ondata di popolarità al di fuori del giro ristretto del pubblico dei club fu loro offerta dal regista tedesco Wim Wenders, che nel film Il cielo sopra Berlino fa comparire il gruppo nella trama della storia d’amore fra l’angelo Damiel e la trapezista Marion. E nel film successivo, l’ambizioso Fino alla fine del mondo, si serve della loro canzone (I’ll Love You) Till The End Of The World. Evidentemente la musica di Cave ha un carattere molto cinematografico, perché da allora finì nella colonna sonora di innumerevoli film.
Nonostante fosse molto vicino a realizzare i propri obiettivi artistici e di notorietà, Cave sprofondava nelle sabbie mobili dell’eroina, e doveva solo alla buona sorte e ad una robusta costituzione il fatto di trovarsi ancora fra i vivi. In qualsiasi paese si trovasse, collezionava arresti che lo portavano vicino ad una detenzione in carcere, mentre la stampa, con cui era in pessimi rapporti, lo dipingeva (non ingiustamente) nel cliché del drogato. Per evitare l’arresto, accettò un periodo di disintossicazione, che diede risultati insperati.
Il tour del Brasile del ’90 lo fece innamorare della città di Sao Paulo e della bella giornalista Viviane Carneiro, che volle sposare. A Sao Paulo si stabilì per un paio d’anni, il tempo di generare il figlio primogenito. Due anni spesi comunque in lunghi tour in giro per il mondo, ed a registrare due dischi, di cui uno in California. Non aveva imparato il portoghese, e nonostante il fascino del paese sudamericano, non era riuscito ad integrarsi in un modo di vivere che trovava cieco alle sofferenze della parte povera della popolazione. A quel punto della sua vita con Viviane ed i figli Luke e Jethro, aveva il denaro per acquistare una casa a Londra. Con i Bad Seeds aveva già registrato sette album, tutti di qualità crescente, e quelli di maggior successo dovevano ancora arrivare. The Good Son conteneva le magnifiche The Weeping Song e The Ship Song. Henry’s Dream (prodotto dal David Briggs di Neil Young): Straight to You e Jack The Ripper. Let Love In, che forse di tutti è il capolavoro: Do You Love Me?, Nobody's Baby Now, Red Right Hand e I Let Love In.
Ballate oblique, sulla precarietà della situazione umana, la fragilità della felicità e la rapidità con cui il male si infiltra nella vita delle persone. Una canzone lasciata fuori da Let Love In, Henry Lee, era una murder song, un genere particolarmente confacente alla fantasia di Cave. Finì per costruirci attorno un intero album, particolarmente curato grazie ad un budget sostanzioso, che forte di un suono patinato ed orecchiabile, diventò il suo disco di maggiore successo. L’accattivante singolo Where The Wild Roses Grow, cantato in coppia con la cantante pop australiana Kylie Minogue, trascinò l’album nelle parti alte delle classifiche musicali di tutto il mondo. A detta di Nick, cantare un duetto con la Minogue era stata la sua ossessione per anni, realizzata alla fine con una canzone in cui il suo personaggio uccide quello di lei. Una cover di Bob Dylan, Death Is Not The End, era cantata in coppia con l’amico Shane MacGowan, il piccolo grande poeta irlandese (con cui aveva già condiviso altre canzoni fra cui una cover dello standard americano Wonderful World).


La canzone Henry Lee fu realizzata in duetto con la cantante inglese PJ Harvey, una sorta di Patti Smith dell’underground che nonostante una voce fragile era molto popolare fra i teenager. La Harvey non era priva di fascino, e Cave, per sua sfortuna lo subì, innamorandosi di lei. Un amore a fondo perduto, che sarebbe durato una stagione, ma che gli spezzò il cuore e gli ispirò quello che da molti è considerato il suo capolavoro, The Boatman’s Call. Un disco che Nick definisce il più personale fra tutti quelli da lui registrati. Un disco di canzoni d’amore, molto intimo, quasi un disco solista per pianoforte e voce. In quel disco non c’erano trucchi: le canzoni svelavano il suo cuore e la sua sofferenza senza trucchi, senza cerone, e senza adottare il filtro della letteratura e della metafora. Senza altro scopo che lasciare sgorgare l’ancestrale canto dell’anima. The Boatman's Call è un disco minimale, delicato, immediato. Suonato al pianoforte, con arrangiamenti minimi e con il minimo apporto della band. Un disco lirico, rassegnato ed immensamente malinconico. Le note si riducono a pochi tocchi sui tasti bianchi e neri del piano, una triste cantilena: “io non credo in un Dio interventista / ma se lo facessi dolcezza mi metterei in ginocchio e gli chiederei di non intervenire su di te / e se proprio sentisse di dover dirigerti, di dirigerti fra le mie braccia”
In People Ain’t No Good, la gente non è buona, Nick chiede all'amante perduta di mandare una dozzina di gigli bianchi al loro amore defunto.
Nella liturgica Bropton’s Oratory canta: “vorrei anch'io essere fatto di pietra / nessun Dio nel cielo, nessun diavolo nel mare poteva mettermi in ginocchio come hai fatto tu”. 
Canzoni in cui l’amore sacro e l’amore profano sembra confondersi in delirio: “c’era un uomo che diceva cose meravigliose, anche se non l'ho mai incontrato / disse chi cerca trova, bussate e vi sarà aperto. / Sei tu quella che ho sempre atteso?”
Where Do We Go Now But Nowhere è il ricordo di un carnevale a New Orleans: “in un albergo coloniale abbiamo scopato fino all'alba, e poi fino a notte ancora / il sole sorge e tramonta, ruotando all'infinito senza andare da nessuna parte / la gattina che giocava e mi faceva le fusa in grembo ora mi graffia sul viso con le unghie di un orso / ti porgo l'altra guancia e tu la colpisci”
Black Air è eseguita solo con l’accompagnamento di un harmonium, come una mesta confessione: “l’altra notte i miei baci sono andati a dei capelli neri / nel mio letto, la mia amante, i suoi capelli avevano il nero della mezzanotte / e il suo mistero stava nei capelli neri / ed i suoi capelli neri incorniciavano un viso felice fatto a cuore”.
Idiot Prayer è scandita dal ritmo cupo di una batteria: “una preghiera idiota di parole vuote / l’amore è cosa per gli uccelli / noi abbiamo quello che ci meritiamo, mia piccola colomba di neve, stanne pur certa”.
Far From Me si consuma sulle note di un organo che suona più gioioso del testo: “per te sono nato e per te sono cresciuto / per te ho vissuto e per te morirò / per te sto morendo adesso perché tu eri la mia piccola e pazza amante / in un mondo dove ognuno fotte l'altro tu sei così lontana da me”.
L’album si chiude con Green Eyes, un brano nero come la pece, giocato su un piano ubriaco, una chitarra messicana ed una fisarmonica: “baciami ancora / baciami ancora e baciami / infila le tue mani fredde sotto la mia camicia / a questo vecchio stronzo inutile con la sua figa scintillante non importa di farsi male / occhi verdi, occhi verdi”.

The Boatman’s Call è lo zenit della parabola di Cave. Passeranno quattro anni prima del seguito. Il furore viene diluito da ballate letterarie, di stampo romantico e dalla tinta pre-raffaelita. Quello che è ormai inevitabilmente perduto in ispirazione, viene sostituito dall’intensità dell’esecuzione. Dei Bad Seeds entra a far parte un folle violinista dall’aspetto biblico, Warren Ellis, che si conquista il posto di partner musicale della nuova fase di Cave, mentre un po’ alla volta ne escono, fisicamente, Blixa Bargeld e Mick Harvey. Un tentativo in estremis di tornare all’energia del punk con il side project dei Grinderman non funziona.
All’apice della popolarità Cave non disdegna di apparire come un Bryan Ferry nel patinato Push the Sky Away, sulla cui copertina fa bella mostra di sé nuda la modella Susie Bick, ora sua moglie e madre dei figli gemelli Arthur ed Earl.
Quando Arthur muore, a soli quindici anni, cadendo da una scogliera a Brighton, dove la famiglia si è spostata a vivere attirata dalla sua tranquillità in riva del mare, Cave sublima il dolore in Skeleton Tree, disco cupo e monolitico, dalla immobile tristezza.

(da Long Playing, una storia del rock, lato B: il ritorno del Rock) - in uscita © 2016