mercoledì 21 settembre 2016

The Beatles Eight Days A Week


Ho visto i Beatles dal vivo. Mi mancavano, ed ora non dovrò più soffrire di complessi di inferiorità nei confronti di chi poteva raccontarmi di aver assistito negli anni sessanta a un concerto di Beatles, Who o Rolling Stones. Li ho visti il 15 agosto 1965 allo Shea Stadium di NYC; eravamo in 55.000 spettatori, più una dozzina dentro il cinema. Le ragazze urlavano da sentirsi male, ed i poliziotti si davano da fare per mantenere l'ordine attorno al piccolo palco. Facevano un po' tenerezza: si fossero trovati dietro le transenne di uno show di Iggy Pop probabilmente si sarebbero messi a piangere. Gli amplificatori erano da 100 Watt, come un buon impianto domestico. Il che significa che io e gli altri undici nel cinema abbiamo sentito le canzoni enormemente meglio di ogni altra persona nello stadio.
I Fab Four hanno suonato per 30 minuti; non ho contato le canzoni, probabilmente sono state una decina o una dozzina al massimo, suonate molto veloci, tanto da risolversi spesso in due minuti.
Però i Beatles erano molto simpatici, coinvolgenti e al pieno dell'energia, con quel groove che li contraddistingueva da ogni altra band della British Invasion (i loro cinici cugini, i Rolling Stones, esclusi).
Hanno però fatto bene a lasciare le scene un anno dopo, al termine dello show il 29 agosto 1966 al Candlestick Park di San Francisco. Non l'avessero fatto dubito che avrebbero mai registrato un disco come Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band.

Questi trenta minuti dal vivo allo Shea Stadium sono stati il bis del film di Ron Howard (quello di Happy Days) sui Beatles in concerto, nei cinema italiani questa settimana: Eight Days a Week, The Touring Years. 
Un film molto carino, simpatico, molto ben montato, che offre una bella idea di cosa fu la Beatlemania  e di chi furono John, Paul, George e Ringo. Non un film realizzato per i fan, nel senso che non è un film che racconta la storia, ma una bella cosa divulgativa, magari per le nuove generazioni. Che però nel cinema in cui ero seduto io non c'erano, anzi, io ero probabilmente il più giovane degli spettatori. Pazienza, magari in USA è andata diversamente.
La storia va dall'esordio discografico della band nel 1962 al ritiro dai concerti nel 1966, senza dimenticare una scena dal concerto sul tetto della Apple in Savile Row il 30 gennaio 1969.
Ce n'è abbastanza da essere soddisfatti, anche se Howard si è concentrato talmente sui quattro da aver escluso del tutto il contesto. C'è la Beatlemania, ma non sono mostrati neppure sullo sfondo la Swinging London, la British Invasion, gli altri gruppi, i Rolling Stones. Non è affatto citato l'incontro con Bob Dylan (e con The Freewheelin'), che tanto influenzò la band, almeno quanto loro influenzarono Dylan, realizzando assieme la sintassi della musica rock.
Ecco, un giovane che veda Eight Days a Week potrebbe non avere un indizio dell'esistenza della musica rock; potrebbe pensare piuttosto ad un documentario su un fenomenale gruppo di musicisti per teenager.
Avrei dovuto fare il regista.