martedì 14 giugno 2016

Le stelle sono tante (recensioni #1)


Una volta le recensioni musicali erano necessarie. Servivano per aiutarci a scoprire dischi e musicisti che non era facile ascoltare altrimenti. Le prime riviste esistevano già prima del rock, all'inizio erano fogli di informazione per addetti ai lavori. Per esempio Variety, una rivista americana di inizio secolo per chi faceva dello spettacolo, oppure Melody Maker in UK.
La prima vera rivista rock fu Rolling Stone a San Francisco. Il suo senso era di raccontare una scena musicale e culturale in piena esplosione, quella dell'estate dell'amore. Fu seguita da Creem, la rivista scorretta dove scriveva Lester Bangs. San Lester Bangs.
Per la stessa ragione dieci anni dopo in Italia nasceva Il Mucchio Selvaggio. Era la rivista che raccontava del rinascimento musicale della scoperta del rock americano e della new wave. Magari era scritta a volte in modo approssimativo, ma era amata dai lettori, e anche da chi ci scriveva (come me), perché era una miniera d'oro.
A quei tempi le recensioni non solo erano necessarie: erano preziose.

Un po' alla volta le cose sono cambiate.

Intanto la scena rock si è dissolta, ed agonizza. L'ultimo fenomeno collettivo è stato il Grunge (e se vogliamo, più di nicchia, anche quello che io definisco il Groove di Phish, DMB, Blues Traveler e compagnia). Stiamo parlando di anni novanta.
Nel nuovo secolo esce qualche buon disco, a volte nessuno, a volte molti - come quest'anno, ma in ogni caso si tratta di fantasmi underground. Il pubblico popolare non compra più dischi, e paga il biglietto solo per vedere le marionette di rockstar bollite che non hanno più nulla da dire da molto tempo. Di conseguenze nessuno sente la necessità di una giornali che faccia la cronaca di una scena che non c'è. Riviste come Mojo e Uncut sono fogli per onanisti.
Poi i dischi oggi si ascoltano con facilità sul web, attraverso Spotify, Apple Music e YouTube. Non c'è necessità di qualcuno che ce li racconti.
Infine il web stesso, che all'inizio ci era apparso come il seme di una nuova comunicazione universale, ha soffocato la carta stampata. Non perché il popolo legga oggi sul web, ma perché ha smesso di leggere del tutto. Due righe copiaincollate su FaceBook ed una foto su Instagram coprono il 99% delle necessità.
Non c'è più il recensore perché in democrazia ognuno è recensore di sé stesso. Se ti piacciono i Queen e Zucchero, poi scrivere sulla tua pagina che sono dei geni e tanto ti basta.

Non che nemmeno una volta fossero comunque in molti a leggere davvero. Quando negli anni ottanta il New Musical Express (la più autorevole rivista musicale britannica, quella di Nick Kent, San Nick Kent) si accorse che le vendite iniziavano a calare, incaricò a una società un sondaggio su quali fossero gli articoli preferiti dai lettori. Il risultato fu che la maggior parte degli acquirenti, sottolineo la maggior parte, in realtà gli articoli non li leggeva: si limitavano a sbirciare i titoli, le foto e le didascalie.
I blog stessi, ed io fui uno dei primi a gestirne, sia musicali (Texas Tears) che informatici (il primo si intitolava RAM, poi MacLovers, che in un'occasione fu citato anche dal Sole24Ore), sono stati soffocati dalla "comunicazione" più diretta di FaceBook.

Venuta meno la necessità delle recensioni, e ancor di più venuta meno l'autorevolezza dei recensori, in un'ambiente dove chiunque può pontificare, la stampa rock è deceduta e quella poca sopravvissuta è in coma.
Non leggo le recensioni, e quelle che leggo non mi piacciono. Mi piace però chi sa scrivere, e sa scrivere di musica. Io li chiamo scrittori Beat. Come mi piaceva leggere un Gianni Brera scrivere di calcio e ciclismo, anche se non mi piacciono né calcio né ciclismo, questi cronisti musicali mi piacciono perché scrivono bene.

Ci sono alcuni di questi "scrittori Beat" fra noi, anche se pochi. In quelle non frequenti occasioni in cui è ispirato e non routinario, è un piacere leggere le frasi assolutamente romantiche e a fuoco di quel vecchio cowboy di Mauro Zambellini. Mi piace leggere i libri pieni di amore di Eleonora Bagarotti. Adoro lo spirito noir di Paolo Vites, anche se pare che faccia del suo meglio per cercare di soffocarlo.

Personalmente, io continuo a scrivere (e leggere) perché fa parte del mio DNA. Mi definisco un cronista rock (non un critico musicale, perché la natura stessa del rock non contempla un livello di critica: si può essere critici letterari, o di musica classica o jazz, ma non di rock'n'roll. Sarebbe come arbitrare una partita a pallone nel cortile), ma mi sento uno “scrittore di nicchia”, come una volta ebbe a definirmi casualmente un'amica, forse come consolazione.

Una volta ho sentito dire dal direttore di una rivista: “Ci piace sentirci tutti Lester Bangs, ma non lo siamo”. Non gli ho risposto, perché in effetti io mi sento Lester Bangs, non meno di quanto Bob Dylan si sentisse Woody Guthrie. Un modello bisogna pur averlo, ed anche one believer - anche se sono io stesso ;-)

Ho una lunga lista, tredici libri allo stato attuale, in gestazione. Sono prolifico, potrei scriverli in un solo anno, se potessi farlo a tempo pieno. In realtà ho delle bollette e degli alimenti da pagare, il che comporta che la parte efficace della mia giornata è sprecata negli affanni di un differente lavoro. E poi ci sono le donne, che amo da sempre, ma che da sempre mi ripagano in miele e fiele in parti uguali. Sfortunatamente, a differenza della maggior parte degli artisti, io scrivo quando ho una musa, non quando sono malinconico.
Quello che forse sto cercando di dirvi è: siete fortunati, avete questo blog gratis, persino senza quelle odiose pubblicità del web. Non avete conosciuto personalmente Hemingway, ma potete conoscere me ;-) Ve lo dimostrerò (forse).


P.S.: prosegue con Recensioni #2