sabato 11 giugno 2016

It's Too Late To Stop Now... vol II, III & IV


A metà degli anni settanta c'era in atto una transizione tra la musica della mente e quella del corpo. In oscuri locali di periferia come il Southend Kursaal a Canvey Island gruppi come i Dr. Feelgood già facevano danzare le platee, ma sui nostri giradischi giravano i long playing dei Tangerine Dream e dei Caravan, dei Genesis e di CSN&Y.

“Marco di dischi lui fa la collezione 
e conosce a memoria ogni nuova formazione 
e intanto sogna di andare in California 
o alle porte del cosmo che stanno su in Germania”

Un giorno mi capitò in mano, prestato da un amico - come spesso accadeva, il disco Live! di un gruppo giamaicano, Bob Marley & The Wailers, marchiato Island. Era un sound impressionante, un livello di comunicazione dall'anima del musicista all'anima dell'ascoltatore che non avevo ancora mai sperimentato. Certo non da Emerson, Lake & Palmer. 
Acquistai Rastaman Vibration, ed improvvisamente tutti i miei dischi mi sembrarono inadeguati. Pensai una cosa non dissimile da quella che aveva pensato Sam Phillips vent'anni prima (anche se io allora non lo sapevo): volevo trovare un cantante bianco che cantasse con l'anima di Bob Marley. 
Eravamo alle porte di un rinascimento musicale, quello che per essere raccontato portò in Italia alla fondazione de il Mucchio Selvaggio, e di dischi meravigliosi per nutrire la mia anima da quel giorno ne avrei trovati a bizzeffe. Mi basti pensare a quando portai a casa Darkness On The Edge Of Town
Ma il cantante bianco che cantava con l'anima di Bob Marley lo scoprii al cinema una sera del 1978, quando con un amico andai a vedere L'Ultimo Valzer, il film di Martin Scorsese sul concerto di addio che The Band aveva tenuto al Winterland di San Francisco il 25 novembre 1976.
Quando sul palco salì un tizio piccoletto con i capelli un po' goffo, che si mise a cantare una canzone divina, Caravan, scalciando nell'aria. Lui e Muddy Waters furono la mia scoperta di quella serata. 
Il giorno dopo acquistai il suo disco di quei giorni, Wavelenght, che mi sembrò magnifico, specie nella lunga elegia finale di Take It Where You Find It. Era lui il cantante che sapevo dover esistere in qualche parte del mondo anche prima di averlo ascoltato. 
La consacrazione del mio amore per Van the Man avvenne quando mi procurai It's Too Late To Stop Now, un disco registrato direttamente dal vivo per rassicurare noi mortali dell'esistenza di un Paradiso. 
In quegli anni scoprii tutti i leggendari dischi dal vivo della musica Rock, quelli che da soli basterebbero a raccontare l'arte della mia generazione: 

Live Bullet di Bob Seger & the Silver Bullet Band (da non credere alle proprie orecchie); 

At Fillmore East degli Allman Brothers Band (no, lo confesso, il disco che acquistai fu Wipe the Windows, Check the Oil, Dollar Gas, ma siccome non conoscevo ancora Fillmore East lo amai alla follia); 

Waiting For Columbus (mamma mia!); 

Winterland 78 (dell'uomo che fece rinascere il rock'n'roll, e che mi aiutò a diventare Blue Bottazzi; che vidi all'Hallenstadion di Zurigo nella ormai mitizzata spedizione del Mucchio Selvaggio; che mi fece da faro per un paio di decenni; e che si perse nel nuovo secolo. Allora era il ministro del R&R, ha voluto trasformarsi in un entertainer, forse per bisogno di essere amato, forse per denaro. Ma c'è una linea sottile fra un entertainer ed un clown. Penso al pancione di Elvis in tutina bianca a Las Vegas...)

Rock'n'roll Animal di Lou Reed e Live Dead chiudono la lista, ma in effetti li conoscevo già. 

Non sono gli unici dischi dal vivo magici del rock. Sul mio libro Perché non lo facciamo per la strada ho fatto una lista lunga tre pagine dei grandi dischi dal vivo. Ma quelli che ho citati sono l'Olimpo. 

It's Too Late era un album doppio. Oggi viene stampato un cofanetto di ben tre CD, intitolato It'S Too Late To Stop Now... volumes II, III & IV, carico come un uovo di niente meno che altre 54 canzoni da quel leggendario tour del 1973 di Van con la Caledonia Soul Orchestra. Non è nemmeno più stampato dalla Warner Bros. 

È di una bellezza dolorosa. È come se tu potessi entrare in una macchina del tempo, non solo per ritrovarti a rifare l'amore con il primo amore, ma per farlo anche come non l'avevi mai fatto. 
Non so se sono contento; è bellissimo e mi fa soffrire, per i quarant'anni che mi separano da quella mia gioventù. Lì dentro c'è tutto. Qui fuori è un'altra cosa. Magari bella, magari brutta, ma è un'altra cosa. 
Take me back!