domenica 15 maggio 2016

Blackstar: Donny McCaslin Fast Future


A novembre dello scorso anno, Bowie pubblicò on line il video del suo nuovo singolo, Blackstar, uno spiazzante ed affasciante film in miniatura della durata di dieci minuti, su una musica persino più affascinante e più spiazzante. Quando lo mostrai alla mia ragazza, alla vista del teschio nel casco dell’astronauta, commentò: “Bowie si mostra morto”.
Con la supponenza dell’esperto, le spiegai come l’astronauta non fosse Bowie, ma il Major Tom di Space Oddity, la canzone del 1969 che evidentemente Bowie stava citando in questo cupo seguito.
Quando si dice rifiutarsi di vedere.
Nè io né gli altri fan lo ascoltammo quando in Blackstar ci cantò della sua malattia, della sua sofferenza, della sua morte, dello spegnersi della sua stella terrena, per trasformarsi in una stella nera. E ci siamo lasciati prendere di sorpresa dall’evento mediatico della sua fine.
Blackstar prendeva commiato da noi, e lo faceva in chiaro, a tutte lettere. Forse addirittura l’album migliore di Bowie, persino con una incredibile carriera lunga cinque decenni alle spalle, Blackstar era il dono di Bowie per tutti noi, suoi orfani. Un album di commiato, che chiude il cerchio della narrazione partita appunta con Space Oddity; ma al tempo stesso una rinascita, così carico di nuove vibrazioni da apparire come la promessa di un futuro a venire (nella recensione scritta di getto lo definii “il primo album del XXI secolo”) - una contraddizione spiazzante per un disco d’addio.

L’ascolto di Fast Future, il più recente album di Donny McCaslin (uscito nel 2015, prima dunque di Blackstar) ci regala qualche indizio in più sulla natura di Blackstar.
Donny McCaslin, un nome così alieno per il pubblico rock che non l’ho ancora mandato a memoria, è la quarantanovenne stella del nuovo jazz di New York, e suona il sassofono in Blackstar. Meglio ancora, è il leader dell’intero gruppo che accompagna Bowie in Blackstar, gli altri essendo Jason Lidner ai synt e tastiere, Tim Levebre al basso e Mark Guiliana alla batteria. Donny suonava con la Maria Schneider Orchestra anche nel singolo precedente di Bowie, il cinematografico Sue (Or In A Season Of Chryme) del 2014.
Nel corso della sua carriera Bowie ci ha sorpresi molte volte. Inventando di fatto Glam Rock ed Art Rock nel giorni di Ziggy Stardust, inglobando il soul di Philadelphia in quelli di Young Americans, con il rock deco della trilogia Low / The Idiot / “Heroes” (no, non mi sto confondendo) riecheggiata mirabilmente in The Next Day. Battendo talvolta persino vicoli ciechi come con i Tin Machine. L’asso nella manica in ognuna di quelle occasioni è stata lo spazio che l’artista ha concesso ai grandi musicisti che gli hanno fatto da gregari, come per esempio Mick Ronson, Carlos Alomar, Iggy Pop, Brian Eno, Reeves Gabrels.
Il genio musicale si circonda di grandi partner: pensate a Miles Davis con John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley, Art Blakey… Il grande musicista assorbe dall’ambiente, e funziona da catalizzatore e da direttore d’orchestra. Donny è stato per Blackstar quello che Mick Ronson fu per Ziggy Stardust.

L’ascolto di Fast Future, il disco di McCaslin, è struggente, perché il suono del sassofono di Donny ha un suono molto personale, ed è il suono che amiamo in Blackstar. È da Fast Future, o meglio da Donny e la sua ganga, che si sprigiona gran parte della sensazione di novità dell’ultimo disco di Bowie. Ho creato una playlist formata dall’alternanza dei brani di uno e dell’altro disco (con l’accortezza di lasciare la lugubre canzone Blackstar in chiusura e commiato) e il risultato è straordinario: una sorta di Blackstar extended.
Non che si tratti di dischi simili, anzi. Blackstar è fantascientifico, notturno, malinconico, tetro. Fast Future è solare e in qualche modo persino world. Non perché risuonino tamburi o nenie orientali, ma per un suo echeggiare il più grande dei gruppi di fusion jazz e rock, ovvero i Weather Report di Zawinul e Wayne Shorter. Dei Weather Report, Donny ha preso la capacità di utilizzare l’elettronica, ed il fraseggio malinconico del sassofono di Wayne Shorter.
Fast Future porta in grembo il sapore di jazz metropolitano e contemporaneo che rappresenta l’elemento di novità di Blackstar, che Bowie ha fuso con le melodie di Hunky Dory per generare il capolavoro d’addio.

I brani sono dieci, tutti strumentali e tutti praticamente perfetti. A partire dall’affascinante title track, all’elettronica No Eyes, la più vicina alle suggestioni rock, la lunga Love and Living, che pare proprio un tributo ai Weather Report, Love What Is Mortal, una ballata d’amore.

Un disco che mi ha stregato.