sabato 9 aprile 2016

Quando il rock era progressivo


All’inizio la musica progressiva non era quella che è adesso. Anzi, era l’esatto contrario di quella che appare essere il progressive oggi.
Nel 1967, la Summer Of Love, la musica superava i confini ed abbatteva gli steccati. Ascoltando Bob Dylan, i Beatles avevano scoperto che le canzoni potevano essere più di musica per l’intrattenimento leggero, ed ascoltando i Beatles l’avevano scoperto tutti gli altri gruppi rock al mondo (compreso Bob Dylan). Mentre in America l’ondata psichedelica di basava sempre comunque sulla sintassi dei pezzi folk e sulle dodici battute del blues, a Londra esplodeva l’invenzione, un po’ per merito dei Fab Four, un po’ per il genio di Syd Barrett, un po’ per quello di Jimi Hendrix, e un po’, chissà, per l’aria che si respirava.
Superata l'estate psichedelica, e mentre The Band codificava il genere americano, a Londra si entrava in un’era Cambriana ribollente di invenzione e di cross over dei generi, che dal suggerimento bachiano della Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum, si estendeva alle suggestioni jazz dei Trinity di Brian Auger e Julie Driscoll, la furia iconoclasta dei Nice di Keith Emerson, i temi gotici dei Van der Graaf Generator, la stesura della sintassi sinfonica dei King Crimson di In The Court, la rivisitazione dei cori americani east e west coast degli Yes, il teatro dei Genesis di Peter Gabriel, il folk elettrico dei Jethro Tull, la musica cosmica dai nuovi Pink Floyd ai gruppi sperimentali teutonici, il free rock della scena di Canterbury.
Erano giorni di sperimentazione, il cui scopo era inventare nuovi scenari musicali.
Come tutti i movimenti davvero vitali, durò il tempo di un esplosione. Nel 1973 ogni gruppo aveva detto quello che doveva.
Ricompensati da un bel riscontro commerciale, specie sul lucroso mercato americano, le nuove star del prog continuarono a suonare ancora per qualche anno, lasciando che gli effetti speciali e il brivido a buon mercato del virtuosismo prendessero il posto della creatività, registrando logorroici best seller di plastica buoni per i supermercati, almeno fino all’avvento del punk che ne fece, almeno temporaneamente, piazza pulita.

Dagli anni ottanta, dai Marillion in avanti, passando per il prog pop dei Genesis di Phil Collins e degli Yes di Los Angeles di Chris Squire e Trevor Rabin, fino al heavy metal prog di Dream Theatre e compagnia (a volte americana, svedese, tedesca…) è tornato un genere definito neo-prog, che della musica progressive originale è proprio il contrario: pop, fermo, immobile, pesante, conservatore, opaco, drammatico, lugubre e dalle melodie orecchiabili, tutt’altro che sperimentale.

Questo pensavo ascoltando un recente cristallino e piacevolissimo disco di un duo voce e tastiere costituito da Jon Anderson, che degli Yes veri fu l’insostituibile cantante, e Rick Wakeman.
Jon ha una voce cristallina che raggiunge il cielo, mentre Wakeman, che pure è autore in proprio di una quantità di lavori assolutamente kitsch, è un tastierista notevole, come ho avuto modo di scoprire ascoltandolo suonare dal vivo. Da solo sostiene l’intera macchina sonora degli Yes, che senza di lui si inceppano e non funzionano.
Quando qualche anno gli Yes si ritrovarono a suonare probabilmente per far fronte ai rispettivi debiti personali, ad un certo punto Anderson si ammalò e dovette fermarsi; gli altri non lo aspettarono, e non si fecero scrupolo di sostituirlo addirittura con il cantante di una cover band.
Ristabilito, Jon registrò, senza clamore, questo piccolo delizioso gioiello assieme all’amico Wakeman, intitolato The Living Tree. Non sono tanti i lavori riusciti degli ex membri degli Yes (uno dei più robusti gruppi britannici nella formazione classica nel breve periodo fra il 1971 ed il 1972), ma questo lo è, al pari di quel lavoro di rinascita che era stato The Ladder nel 1999 - assieme agli show documentati in Live At Montreux del 2003 e Songs From Tsongas del 2004, entrambi con la formazione classica.
Segnalo il disco all’attenzione degli amanti di Jon Anderson (ma non il corrispettivo live omonimo), mentre a chi non avesse mai ascoltato, magari per motivi anagrafici, gli Yes originali, consiglierei di partire da The Yes Album. Giorni prolifici.

vedi: cronologia del rock progressivo

vedi: il progressive italiano

vedi: cronologia della scena di Canterbury

vedi: Canterbury Tales

vedi: cronologia del rock underground tedesco


10 capolavori della scena Progressive:

King Crimson > In The Court Of The Crimson King (1969)
Pink Floyd > Atom Heart Mother (1970)
Caravan > In The Land Of Grey And Pink (1971)
VDGG > Pawn Hearts (1971)
Soft Machine > Third (1971)
PFM > Photos Of Ghost (1972)
Jethro Tull > Living In The Past (1972)
Banco del Mutuo Soccorso (1972)
Yes > Close To The Edge (1973)
Mike Oldfield > Tubular Bells (1973)
Genesis > The Lamb Lies Down On Broadway (1974)
Gentle Giant > Free Hand (1974)
Robert Wyatt > Rock Bottom (1974)


Dischi da ascoltare degli Yes: 

The Yes Album (1971)
Fragile (1971)
Close To The Edge (1972)
Steve Howe: Beginnings (1975)
Jon Anderson: Olias Of Sunhillow (1976)
The Ladder (1999)
Live In Montreux (registrato 2003)
Songs From Tsongas (registrato 2004)