sabato 23 aprile 2016

Prince


Si pecca di anacronismo a pensare che il nostro senso critico sia stato sempre quello attuale. Molta musica, molti generi e molti artisti sono stati sdoganati solo con il passare degli anni e degli eventi.
Innanzi tutto lo stesso rock quando è nato era considerato musica pop, musica leggera buona per una stagione. Nel ’57 o nel ’64 nessuno, tanto meno gli artisti, avrebbe pensato che qualcuno avrebbe ascoltato un 45 giri di Elvis Presley o dei Beatles dopo un decennio, figuriamoci mezzo secolo - e la cosa valeva anche per il rhythm & blues di Chicago di Muddy Waters e Howlin’ Wolf.
Fu quando i Beatles ascoltarono Dylan, e Dylan ascoltò i Beatles, che venne fuori un’idea del rock come (contro) cultura e che si formò l’identità in cui io e voi ci riconosciamo a tutt’oggi.
Quando i Beatles conquistarono l’America, Presley e i soci del rock’n’roll vennero considerati fuori moda. Agli inizi degli anni settanta solo gli impomatati rocker in giacca di pelle compravano i dischi di Chuck Berry e di Gene Vincent (a parte probabilmente Keith Richards, Bob Seger e Ian Dury). Il rock’n’roll significava American Graffiti, fino a che non ci pensò la nuova ondata del punk a recuperare i 45 giri degli anni cinquanta e sessanta, e a consacrarla come Era Classica.
Furono i dischi dei Blues Brothers a fare conoscere a molti di noi il soul della Stax e della Atlantic (come nel decennio precedente erano stati quelli di Cream, John Mayall, Animals e Rolling Stones a far conoscere ai nostri fratelli maggiori i maestri del blues). Fino all’uscita del film Blues Brothers, James Brown era l’artista di cui si ballava Sex Machine in discoteca, ed infatti il grande artista nero girava per le sale da ballo nazionali fra l’indifferenza generale.

Nel 1984 ascoltai Purple Rain di Prince. Fino ad allora era pressoché sconosciuto dalle nostre parti, anche se si era sparsa la voce di un disco doppio intitolato 1999 che qualcuno idolatrava. Prince aveva l'immagine della versione oscura di Michael Jackson, e come tale etichettato come musica da discoteca, ma quel disco era impressionante. Mi portò alla mente artisti sofisticati come Todd Rundgren e Frank Zappa, ed ebbe l’effetto di sdoganare alle mie orecchie il ritmo funk. Quell’anno lo stesso Springsteen, indiscusso eroe ed ambasciatore degli anni ottanta, se ne sarebbe uscito con versioni dance di Cover Me, Dancing In The Dark e Born In The USA.
Sul disco di Prince c’erano canzoni come Darling Nikki, When Doves Cry e sopra tutte la title track, Purple Rain, ballata elettrica di evidente bellezza. In quei giorni ascoltavo (e scrivevo de) i dischi di John Mellencamp, Van Morrison, Tom Waits, Blasters e Del Fuegos, ma Purple Rain mi colpì al punto di osarne scriverne sul Mucchio, in un pezzo assieme ad un altro gruppo da discoteca, gli inglesi Bronski Beat, il cui Smalltown Boy si ascoltava in continuazione, assieme al disco d’esordio di Sade (con una cover di Why Can’t We Live Together di Timmy Thomas) e Body and Soul di Joe Jackson, il disco l’ex punk rocker avrebbe influenzato tutta la scena lounge. Per molti lettori fu una sorpresa.
Nel 1985 vivevo a Milano, e quella musica mi sembrava adatta come soundtrack metropolitana. L’anno dopo Prince se ne uscì con il singolo Kiss, che sembrava l’hit di un androgino James Brown (anche se il resto dell’album, Parade, era piuttosto pop).
Prima della fine del decennio l’artista avrebbe definitivamente conquistato molti cuori di rocker con il suo capolavoro, il doppio Sign Of The Times, ed una puntata italiana del suo tour.
Poi ho perso i contatti e non credo di averne più sentito parlare, a parte vicende come il Black Album ritirato alla vigilia dell’uscita, e qualche cover, come Manic Monday delle Bangles.
Oggi, a sorpresa, Prince ha condiviso il destino di Michael Jackson. Da quel che leggo è rimasto dentro molti cuori, compreso quello di un regista come Spike Lee.