domenica 13 marzo 2016

New York State Of Mind (Dion, Southside Johnny, Darlene Love)


New York è sempre stata una città musicale; come potrebbe essere altrimenti per una metropoli dove vivono venti milioni di persone? Il solo nome della città evoca il bebop di Charlie Parker, il jazz del Birdland, West Side Story di Leonard Berstein, l’Atlantic Records di Ahmet Ertegün, il rock’n’roll latino di Doc Pomus, Leiber & Stoller, Drifters, Ben E. King, le Crystals, le Ronettes, Dion & the Belmonts. Naturalmente la scena folk del Greenwich Village da cui emersero Bob Dylan e Simon & Garfunkel, il Max Kansas City dei Velvet Underground, la scena del CBGS’s di Ramones, Television, Blondie, Talking Heads e Mink DeVille, e prima di essa quella del Mercer Arts di New York Dolls e Suicide, il ritorno del rock di Bruce Springsteen e Patti Smith, la nuova scena dei cantautori di Willie Nile, Jim Carroll, Steve Forbert, Carolyne Mas e Garland Jeffreys…
New York è una città che evoca una nostalgia cinematografica, per i film in bianco e nero di Woody Allen, e quelli neo realistici di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Robert De Niro, Al Pacino, la Brooklyn di Spike Lee, di Stregata dalla Luna, Saturday Night Fever con John Travolta alias Tony Manero, di Smoke con Harvey Keitel e la Coney Island dei Guerrieri della Notte.
E allora lasciamoci cullare un po’ dalla nostalgia delle puttane dell’ottava strada, del fumo che esce dai tombini, del panorama del ponte di Brooklyn, degli Yellow Cab…

Sono usciti negli ultimi mesi almeno tre dischi che evocano la NYC della nostra fantasia. Uno è Soultime! (già recensito qui) dei nuovi Asbury Jukes di Southside Johnny, un disco molto cinematografico, nel senso che potrebbe essere la colonna sonora di un film come Rocky; un ottimo disco di soul bianco, magari Philly Sound, ma insomma pur sempre soul metropolitano. E anche piacevole e orecchiabile, con qualche potenziale hit (se fossimo ancora negli anni settanta) come l’ottima Looking For A Good Time.


L’altro è Introducing Darlene Love, prodotto da Little Steven / Steve Van Zandt, un vero e proprio atto d’amore verso la cantante di Christmas (Baby Please Come Home), ma anche di incisioni per gli altri gruppi di Phil Spector. Una cantante così leggendaria negli USA che non c’era Natale che non fosse invitata in TV al Late Show di David Letterman. L’album è molto vario, nel senso che scivola anche nel pop e nello zuccheroso, con tanto di duetto, ma alcune canzoni sono splendide (come il rock’n’roll di Painkiller ed il soul di Little Liar, identica ad una canzone di Little Steven per Southside Johnny) ed una è semplicemente irresistibile, una Forbidden Nights opera del genio di Elvis Costello, che è impossibile non mettersi a danzare - e per la quale è stato girato un video divertente che finisce sulla spiaggia di Asbury Park.


Il terzo disco è il nuovo di Dion DiMucci, una leggenda musicale del Bronx fin dai tempi di I Wonder Why e A Teenager In Love, e a cui il regista Coppola ha pagato un tributo di riconoscenza in Peggy Sue si è sposata, e che Lou Reed ha introdotto con un discorso alla RnR Hall Of Fame. È Dion che registrava Born To Be With You con Phil Spector, che Bruce e Miami Steve andavano a studiare mentre a loro volta registravano il disco che sarebbe diventato Born To Run. Uno dei suoi migliori dischi fu Yo Frankie nel 1989, con ospiti importanti della scena rock. Questo New York Is My Home è persino meglio. Un disco robusto, pieno di forza e di dignità, senza lustrini e senza trucchi, ma pieno di sano e solido rock’n’roll, suonato con rigore e con energia. Il brano che da il titolo è cantato con Paul Simon, fra gli altri i miei preferiti sono quelli più romantici, come Visionary Heart, dove la voce di Dion da il meglio; ma anche rock’n’roll classici in stile Chuck Berry come The Apollo King sono un piacere.

Sono quei three minutes records, come li ha chiamati Bruce Springsteen, che amiamo.