domenica 20 marzo 2016

Iggy Pop Post Pop Depression


Dei propri ricordi non ci si può fidare ciecamente, ma a memoria direi che The Idiot, all’inizio del 1977, costituì con ogni probabilità il mio incontro con la new wave, la nuova ondata che portava il punk e tutto il resto. Quell’estate seguirono la scoperta dei Sex Pistols, Dr. Feelgood, Eddie & The Hot Rods, Jam, Blondie, Ramones, Television & compagnia. Nessuno conosceva Iggy Pop (ne avevo già letto il nome su una noiosa biografia di Mick Jagger, che lo liquidava come una brutta copia del cantante degli Stones). Nessuno conosceva Iggy Pop, dicevo, ma quel disco non passò inosservato perché era prodotto da David Bowie, la cui stella era appena tornata a splendere grazie alla registrazione di Low. Fu shock, fu amore a prima vista: andai a scavare nel suo passato, mi procurai Stooges, Fun House, il bootleg Metallic KO, Raw Power; quando uscirono Lust For Life e Kill City la mia ammirazione non aveva confini. Lo vidi in concerto nel ’79, occasione in cui ebbi anche l’occasione per una turbolenta intervista, molto ingenua - da parte mia (dopo tutto avevo vent’anni).
Quello che non potevo sapere che da quel momento il meglio di Iggy era stato già scritto. New Values, per la nuova casa discografica, era appena non male, il live TV Eye penalizzato da una registrazione di qualità illegale, Party doveva essere prodotto da Phil Spector (come End Of The Century dei Ramones), ma la cosa non si realizzò. Blah Blah Blah era di nuovo prodotto da Bowie, ma non funzionava. Un po’ alla volta Iggy tornò in ombra, o quasi. American Cesar aveva qualcosa, ma era prolisso. Avenue B, un'inedita versione crooner di Iggy, mi piacque, ma non incontrò.

Intanto gli anni sono passati velocemente, il millenio si è esaurito, il rock’n’roll pure. Lou Reed se n’è andato, David Bowie anche. Il fato deve aver deciso di essere un po’ in debito con noi rocker, se ha fatto incontrare Iggy Pop con Josh Homme (il leader di un gruppo haevy metal di Palm Desert, in California, le Queens of Stone Age) per realizzare questo Post Pop Depression.
Rock’n’roll Animal è il titolo di un disco di Lou Reed, fra quelli che amo di più nella sua produzione solista. Ma il vero Animale del Rock’n’roll è Iggy. Lou è un grande poeta metropolitano, un intellettuale. Bowie è un grande artista. Ma Iggy è un Animale, nel senso più istintuale del termine. Iggy non è intellettuale, e non è un artista a tutto tondo. È un coacervo di muscoli, scheletro, pelle, voce ed energia allo stato puro. Animalesco. Iggy è la forza bruta, la potenza incontenibile che ha bisogno di un elemento catalizzatore per creare. Per creare i suoi capolavori ha avuto necessità, nel tempo, dei fratelli Asheton, di James Williamson, di David Bowie. Di un medium capace di focalizzare la sua fiamma, tanto difficile da imbrigliare che per molto tempo ha bruciato CONTRO lui stesso.
Prima che fosse troppo tardi, e sicuramente quando non ne nutrivo alcuna speranza, Iggy ha incontrato questo Josh Homme, che ha sia il talento, che un amore speciale per la vecchia collaborazione berlinese di Iggy e Bowie di quando avevo diciannove anni, The Idiot.
Il risultato è andato oltre ogni ragionevole speranza. Post Pop Depression sta a The Idiot quanto The Next Day sta a Heroes.

Post Pop Depression è un disco di una tale bellezza, di una tale energia, da riportarmi anima e corpo ai giorni della new wave, quando pogavo su tante meravigliose canzoni che sembrava non si sarebbero esaurite mai. Non è un omaggio a Bowie, si badi bene, perché quando Post Pop Depression è stato concepito e realizzato, l’autore di Black Star era ancora fra noi. È semplicemente riuscito così, per un simple twist of fate.
È perfetto. Nove canzoni, quaranta minuti, un suono asciutto, minimale, vibrante di energia, senza fronzoli ma anche senza elementi irrisolti. Un’energia vibrante, una gioia per le orecchie e per il corpo. Belle le musiche, belli gli arrangiamenti, belli i testi. Grande, granitica, la voce. Un disco che non si nasconde mai dietro il volume, il caos, lo scontato, la facile recitazione di sé stesso. Niente Stooges, niente teatro.
Break Into Your Heart, Gardenia, American Valhalla sono le nuove China Girl, Dum Dum Boys, Nightclubbing, ma senza debiti con il passato. Sono orecchiabili e danzabili come le canzoni nei giorni della new wave, sono instant classic, classici contemporanei. Tutte sono grandi, senza un momento di quiete, fino al gran finale della lunga e romantica Paraguay, che si apre con parole che si prestano bene ad essere il manifesto di Iggy: “Gli animali selvaggi lo fanno. Non si domandano perché, fanno semplicemente quello che devono fare”. 
Potrei raccontarvi di ogni canzone, ma a che pro? Lo lascio fare a voi. Ascoltatelo. Post Pop Depression è un capolavoro raro, come non se ne fanno più.