giovedì 17 marzo 2016

American Queens (Bonnie Raitt & Lucinda Williams)


Questa è in qualche modo la prosecuzione del post su New York. Se la si parlava di tre dischi che evocano il suono (passato) di NYC, qui ci spostiamo alla musica americana, quella della Cotton Belt, il rock'n'roll fatto di ballate, di blues, di folk, che dalle swamp della Louisiana arriva fino ai bordi di Los Angeles. Sto pensando ai Little Feat, e me li portati alla mente Bonnie Raitt, regina di cuori, in qualche modo versione femminile della grande band che fu di Lowell George (e considerata sua candidata alla sua prematura scomparsa). Bonnie è una rocker impareggiabile, di razza come nessun altra. Io la amo dal 1977 di Sweet Forgiveness, il disco che aprì il periodo più R&B, culminato in Green Light. Prima di quello i dischi erano più folk, quelli dopo più legati alle necessità del successo di classifica, ottenuto con la collaborazione con il canadese Bryan Adams. Pur senza vendersi l'anima (o la dignità), il successo lo ottenne a scapito della qualità, con un declini artistico culminato nello scialbo Souls Alike del 2005. Dopo il quale, per sfuggire alle pressioni dell'etichetta discografica, Bonnie lasciò la Capitol per diventare una indipendente.
Una scelta ottima, se l'album successivo, Slipstream del 2012, è risultato essere un vero capolavoro. Bissato oggi con Dig In Deep. Bonnie è una Lady sessantaseienne, il che necessariamente comporta un minimo di perdita di freschezza e di originalità rispetto ai più ingenui e spontanei anni settanta ed ottanta. Ripagati con un mestiere, una capacità, una padronanza da grande blues-woman. Non solo Bonnie è la Lowell George del R&B, ma è ormai anche la John Lee Hooker. I brani non saranno i più freschi del suo repertorio, ma sono potenti, ricchi di energia, suonati perfettamente, e soprattutto suonati con l'anima. E che anima. Body & Soul.
I miei momenti preferiti sono i grandi lenti, ma poi non è vero, perché i pezzi funky hanno un tiro entusiasmante. Sono alcuni brani sono di Bonnie, altri sono cover. Per esempio, Shakin' Shakin' Shakes dei Los Lobos (altri "cugini" dei Little Feat), e una inusuale cover di Need You Tonight degli INXS, il che mi porta a raccontare una storia. Negli anni novanta un mio grande amore americano mi raccontava di usare la colonna sonora di Need You Tonight ballando nei club; ed usavamo ascoltare Tom Petty e Bonnie Raitt. C'è un TAO...

Lucinda Williams, regina di picche, è la sorella minore, in senso anagrafico (è più o meno più giovane di quattro anni) di Bonnie. Oggi come oggi Lucinda è la più potente rocker in circolazione - per quanto questa affermazione possa avere valore, parlando di rock e non di atletica leggera o di baseball. Tutti i suoi dischi sono stati magici, ma da quando anche lei, al pari di Bonnie, ha abbandonato le major per diventare indipendente, ha cambiato marcia. Il suo doppio del 2014, Down Where The Spirit Meets The Bone, è stato finalmente un disco perfetto. Un vero capolavoro a la Darkness On The Edge Of Town.
Il periodo ispirato non è venuto meno con The Ghost Of Highway 20, anzi in qualche modo si è sovrapposto se molte delle canzoni e forse delle incisioni del nuovo disco, anch'esso doppio (un'impresa degna dei Clash) risale agli stesso giorni. Il disco di due anni fa si pregiava della caratteristica di fondere i soliti temi dolenti di Lucinda ad uno stile vivace ed orecchiabile, grazie anche all'intervento degli Imposters, il gruppo che accompagna Elvis Costello. Mancava, è vero, Steve Nieve, ma solo per essere sostituito dal grande Ian "Mac" McLagan, il tastierista dei Faces, alla sua ultima incisione terrena (RIP).
Le canzoni del fantasma dell'autostrada numero 20 sono invece ballate più cupe, dolenti, tristi, lente, sofferte, sostenute da un gruppo più ristretto che gira attorno al chitarrista Bill Frisell. In qualche modo il dark side del disco precedente. A parte questo, l'album è bellissimo. A Lucinda piace piangere, e se i risultati sono questi, chi siamo noi per impedirglielo?

Due album da non mancare.