venerdì 8 gennaio 2016

David Bowie Blackstar


La creatività dura dieci anni. Come tutte le regole, è raro che conosca eccezioni, ma evidentemente se c'è qualcuno che può provarci, questo è probabilmente David Bowie. La sua decade sono stati gli anni settanta. Ripetutamente: dal glam di Ziggy Stardust, al funky elegante del Thin White Duke, al minimalismo elettronico berlinese. L'ultimo disco incisivo fu la disco music di Let's Dance con Nile Rodgers. Poi ha lasciato il campo agli Smiths mentre si confondeva fra il Pop Stardom di Sound+Vision e i tentativi d'avanguardia solo abbozzati dai Thin Machine. Negli anni novanta i suoi dischi sono diventati ininfluenti, e poi il ritiro. Che avrebbe potuto essere definitivo, ma che dopo una decade è stato interrotto dalla luce della Star che vive in lui. Accesa l'attenzione del pubblico attraverso un marketing suggestivo, che comprendeva il riciclo della copertina di Heroes (uno dei suoi dischi più amati), si è ripresentato alla grande con il disco doppio The Next Day che proprio dalla trilogia berlinese prendeva la linfa, e che si è rivelato, a sorpresa, uno dei suoi lavori più belli.
Lungi da aver esaurito l'energia con il disco del ritorno, un anno fa Bowie collaborava con la Maria Schneider Orchestra, un gruppo di jazz d'avanguardia, nella realizzazione di una canzone musicalmente agli antipodi, dal minimalismo asciutto di The Next Day ai sette minuti di jazz orchestrale e dissonante di sapore vagamente deco di Sue (Or in a Season of Crime).
Quello stesso suono nuovo sta dietro l'ispirazione del nuovo long playing, il - una volta ancora! - sorprendente Blackstar.  Registrato nell'ambiente del nuovo jazz newyorchese, con il gruppo del sassofonista Donny McCaslin, ne abbiamo avuto un'anteprima con il singolo di ben 10 minuti dell'omonima Blackstar, con annesso video fantascientifico ispirato al Major Tom di Space Oddity, un brano che ha sorpreso per la differenza con qualsiasi cosa Bowie avesse registrato nella sua carriera, ma al tempo stesso intriso del suo marchio di fabbrica. E finendo per creare una attesa marcata per l'uscita del nuovo album, annunciato da tempo per oggi, data del sessantanovesimo compleanno dell'artista.
Un compleanno all'insegna della ritrovata giovinezza.

Ho evitato di proposito di ascoltare anteprime on line dell'album, per potermelo godere nel suo pieno splendore su un impianto hi-fi dal disco ufficiale. Ed invece alla fine l'ho ascoltato alle 2 di questa mattina su Spotify, e nuovamente a ripetizione mentre facevo colazione, in auto e di ritorno a casa.
Ma mentre scrivo ora, sono seduto su un divano davanti allo stereo con le gambe sullo sgabello di una batteria, nella mansarda della "redazione", a godermelo a pieno volume. Un piacere.

Com'è dunque Blackstar, uno dei dischi più carichi di aspettativa della carriera di Bowie e certamente di questo decennio di crepuscolo del rock (di notte del rock sarebbe più appropriato)?

Lo confesso: mi aspettavo più avanguardia, più jazz, più King Crimson e più Charles Mingus. Ma se vuoi un disco su misura, te lo registri da solo, giusto? È un disco di Bowie.
Se The Next Day riportava a Heroes, l'atmosfera di Blackstar potrebbe richiamare, fra tutti, Black Tie White Noise. Che già voleva essere un disco dance intellettuale e contemporaneo. Blackstar vuole infatti essere un disco intellettuale e contemporaneo, e ci riesce molto bene.
Sassofoni, dissonanze, variazioni ci sono, ma giusto quel tanto da non comprometterne la commercialità; dopo tutto è pur sempre un disco che finirà alle vette delle classifiche, e questo è il XXI secolo. Le vette sono le due canzoni già edite come singolo, Blackstar (che dopo tutti questi ascolti non sembra ormai più strana di Space Oddity) e la bellissima Lazarus, 6 minuti e 22 secondi di puro piacere, una ballata tradizionale rivestita di eleganti sassofoni. Un gioiello.
Le cinque canzoni che restano fanno da contorno di lusso.
Tis a Pity She Was a Whore (peccato che fosse una puttana) è il rifacimento del retro di Sue con un bellissimo sax.
La stessa Sue (Or in a Season of Crime) è stata ripresa, ma è del tutto modificata e irriconoscibile: non più orchestrale e dissonante, ma il brano più dance del disco.
Definire le ultime tre canzoni, Girl Loves Me, Dollar Days e I Can't Give Everything Away come filler sarebbe poco onesto verso tre brani di impianto più tradizionale, ma davvero piacevoli, specie i sei melodici minuti della canzone finale.

La conclusione? Vale Blackstar i dollari che costa? È all'altezza delle aspettative?
Mettiamola così:
  1.  è lirico e bellissimo;
  2.  è sofisticato ed orecchiabile al tempo stesso;
  3.  è lo Hunky Dory del XXI secolo;
  4.  è seminale: mette una voglia pazzesca di ascoltarne il seguito, ed il seguito ancora;
  5.  è in una categoria di stile tutta sua: è Blackstar il primo disco del XXI secolo? Sarebbe magnifico che ispirasse qualche giovane talento all'emulazione...

Wow.

 ✭✭✭✭✭ cinque stelle (nere)