martedì 12 gennaio 2016

Ciao David Bowie


...posso così a ragione sostenere di essere stato battezzato dai Beatles, sia pure per il rotto della cuffia.
Fu forse quell’imprinting a farmi amare le ballate lente e ritmate del glam rock a venire, ed in ogni nuovo disco che usciva andavo a cercare il lento: degli Stones (Angie, Fool To Cry), di Bowie (Space Oddity, Starman, Life On Mars?), Elton John (Rocket Man, Goodbye Yellow Brick Road), Lennon (Mind Games, Stand By Me) e tutti gli altri.
In futuro non mi sarei mai appassionato alle discoteche, ma avrei sempre fatto un’eccezione per le tavernette in legno in montagna, che ho sempre vissuto come posti confortevoli ed evocativi (e dove spesso lavorano disc jockey dai gusti autenticamente rock).
Al liceo la musica aveva un posto di primo piano. Si parlava con molto rispetto dei nuovi dischi che uscivano e si accennava a gruppi di cui noi pivelli assorbivamo i nomi come fossero stati eroi classici. Chi aveva un fratello maggiore era avvantaggiato e poteva vantare informazioni che gli altri andavano elemosinando. Il mio compagno di banco Gabriele aveva un fratello giornalista che a fianco dei dischi depressi di Fabrizio De André, aveva cose eccitanti come il live dei Creedence Clearwater Revival. Le compagne di classe, che erano più mature ed avevano fidanzati più grandi, che guidavano moto rombanti come la Morini 3 ½ o la Ducati Scrambler gialla (con il fianchetto metallizzato), potevano prestare long playing capaci di aprire orizzonti nuovi, come il disco della mucca dei Pink Floyd o Pictures At An Exhibition di Emerson Lake & Palmer - anche se alla fine i dischi che andavano di più fra le ragazze erano quelli romantici e mielosi di Cat Stevens e Simon & Garfunkel. Non a caso Nick Kent del New Musical Express scrisse che, a dispetto della successiva immagine devota «…ai tempi di Tea For The Tillerman attorno a Cat Stevens girava più figa che intorno a Frank Sinatra».
Naturalmente c’era la radio. Si usciva da scuola giusto in tempo per sintonizzarsi con Alto Gradimento di Arbore e Boncompagni, che era introdotta dalla sigla di Rock Around The Clock, mentre alle otto di sera sull’assolo di In A Gadda Da Vida partiva Supersonic, che mandava in onda gli hit stranieri del momento, e anche parecchi della nuova scena italiana che valeva la pena di ascoltare. Solo più tardi avrei scoperto che dopo Supersonic, alle 21:30 si aprivano le porte del Nirvana di Pop Off, il rock del mediterraneo, un’ora di sana e solida musica rock.
Nel 1973 cominciai ad avere abbastanza soldi per comprare i miei dischi. Erano 45 giri e li portavo con me anche alle feste, organizzate nei garage o nella casa di chi l’aveva a disposizione magari perché i genitori erano via. Solo era necessario tener d’occhio che qualcuno non me li rubasse (ma fu inutile: me li rubarono). Non sto parlando del tempo delle mele: uno dei primi 45 giri che acquistai era un pezzo elettronico di Walter Carlos della colonna sonora di Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, un cult di quei giorni.
Ero affascinato da Space Oddity di David Bowie e dalla imitazione di Elton John, Rocket Man. Uno dei 45 giri più potenti era Nutbush City Limits di Ike and Tina Turner, con un assolo di sintetizzatore su un ritmo ossessivo. Non fu per caso che quella canzone entrò a far parte del repertorio di Bob Seger e dei Silver Bullet Band di Detroit. Ancora di più mi colpì il retro, un’asciutta versione soul di With A Little Help From My Friends cantata da Ike in una interpretazione radicalmente differente da quella popolare di Joe Cocker.
Mi colpì Mick Jagger che cantava il nuovo singolo degli Stones, Angie, che allora non lo sapevo, ma era di sicuro un pezzo di Keith Richards. In una discoteca di Firenze vidi il primo video clip della mia vita, gli Stones che nella imbarazzante mise glam dell’epoca cantavano la sinuosa Ain’t Too Proud To Beg, la canzone che mi diede il battesimo del soul della Motown. Allora non sapevo che fosse una cover degli stessi Temptations di cui in discoteca si ballava la psichedelica Masterpiece.
Si era in pieno glam rock, al cinema proiettavano Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma ed un amico mi raccontò di Marc Bolan. Mi disse però che c’era in atto una competizione fra Bowie e Bolan, e siccome io ero già un partigiano di Bowie mi proposi di ignorare i dischi del secondo.
In prima liceo si è alla inconsapevole ricerca di una propria identità, di qualche cosa che mostri una frattura con il pre-adolescente che alle medie montava ancora aeromodelli in plastica e non si perdeva un film con Terence Hill e Bud Spencer. Ricordo che indossavo scarpe a punta, calzoni a gamba d’elefante, cinture dalla fibbia alta e maglioni con scritte come King’s Road, ma la mia pettinatura con la riga faceva ancora molto ora di religione. Così andai dal barbiere con una foto di Bowie e gli chiesi di pettinarmi i capelli all’indietro. Il caso volle che la mattina dopo arrivai a scuola in ritardo, ed entrai in aula a lezione già iniziata e con la classe già seduta. Fui accolto da una risata fragorosa, per la sorpresa di quello che era evidentemente un look abbastanza inusuale da non passare inosservato. In quel momento immagino che la mia reazione naturale avrebbe potuto essere quella di sprofondare dalla vergogna, ma al contrario sentii l’orgoglio di essere più avanti di quel provincialismo (un difetto del mio carattere che temo non mi abbia più abbandonato). Fui grato al mio compagno Gabriele che mi accolse al banco con un: «ciao, David Bowie».