lunedì 28 dicembre 2015

La famosa lista di fine anno dei dischi preferiti (questa volta è il 2015)

Da quando ascolto musica, esistono le liste di fine d'anno dei dischi migliori (in realtà c'erano anche prima, ma, va da sé, non lo sapevo). Allora si trattava delle liste delle riviste musicali. e dei giornalisti di cui si condivideva i gusti.
Le liste pubblicate dal Mucchio Selvaggio erano molto seguite, anche da me, che ne vedevo occasione di scoprire dischi che mi erano sfuggiti, in quegli anni di rinascimento artistico.
E in cui per ascoltare per bene un disco bisognava pagarlo.
Conoscevo, io come i nostri lettori, i gusti di ogni recensore, e riuscivo così a farmi un quadro completo della scena musicale. La lista di fine anno era un momento di grande piacere, sia che la si leggesse, che la si compilasse. Ma oggi sono cambiate almeno due cose, anzi tre:
  1. Manca una scena, per cui manca una coerenza fra le varie liste che si leggono a destra e a manca.
  2. Mancano, ad essere sinceri, anche i dischi all'altezza dell'onore di una classifica
  3. Mancano anche ormai le riviste musicali e le firme di prestigio, e le liste sono diventate quelle di FaceBook, democratiche ma decisamente meno autorevoli.
Ho continuato l'abitudine di pubblicare qui su BEAT i miei dischi preferiti di ogni anno. Questo 2015 è passato davvero molto velocemente. Troppo velocemente. Mi sono successe molte cose, alcune molto belle, altre deludenti, ma non quella di ascoltare dischi memorabili. Perché se i dischi stampati nel 2015 ci insegnano una cosa, è che definitivamente il rock non c'è più. In realtà non ci sono quasi più neanche i dischi fisici, sostituiti dallo streaming di Spotify o di Apple Music.
Il rock, come il jazz, come la musica classica, sono revival di scene musicali del XX secolo (e precedenti, visto che ho citato la classica). Fanno piacere agli appassionati, ma non incidono sulla cultura dei nostri giorni (cultura? Quale cultura?).
Forse è normale che non ci sia un disco dell'anno nei giorni in cui il film dell'anno pare essere il fumetto di Guerre Stellari numero sette.

Nel corso dell'anno ho consigliato il nuovo album dei Waterboys, quello dei Decemberist e Carrie & Lowell di Sufjan Stevens. Sono molto piacevoli, ma nessuno di essi è abbastanza importante da essere nominato l'album dell'anno. Ho parlato molto bene, come lo hanno fatto tutti coloro che l'hanno ascoltato, del disco solista di Keith Richards. È bello, e ci sono legato per più di un motivo. Ma naturalmente non è Exile, né Sticky Fingers o Beggar's Banquet. Quelli erano dischi dell'anno.

Le cose più belle che ho ascoltato quest'anno, sono cose vecchie. L'antologia tripla di David Bowie, quella doppia degli Who (che stanno celebrando l'addio alle scene di quel che resta del gruppo di Townshend e Daltrey), il doppio dal vivo di Neil Young & the Blue Notes (imperdibile la lunga Tonight's The Night, ma è un concerto degli anni ottanta).

La cosa che ho preferito nel 2015 è il tour dei King Crimson, quello con tre (!) batteristi. Hanno registrato un disco dal vivo, Live At The Orpheum, che è il loro live che preferisco. Ma non posso nominare disco dell'anno quello di un gruppo nato nel 1969, anche se i musicisti che calcano i palcoscenici sono in piena forma, e non una cover band. Recensirò presto anche il loro The Elements 2015 Tour Box, che è sublime. Ma nessuna delle registrazioni (o quasi) è stata effettuata quest'anno.

P.S.: c'è una scena underground italiana, naturalmente. Ma come tale, non posso dire di aver sentito tutto quello che c'era da sentire (e forse neanche una parte). Il mio momento preferito è stato il tour della reunion dei Rocking Chairs, mitico gruppo rock nazionale. Ancora non ci sono dischi in concerto (né ristampe), ma la Route 61 ha pubblicato il bel doppio dal vivo del loro cantante, Graziano Romani, intitolato Vivo/Live. E poi c'è l'altro bel disco, Mary and the Fairy dei Cheap Wine.