sabato 12 dicembre 2015

Bowie e la stella oscura di Peter Hammill


David Bowie a lungo ha rappresentato la stella polare dell'art rock, ed anche se oggi il suo nome ricorre solo fra i palati più raffinati, ancora ogni sua uscita discografica rappresenta un evento. Un gradino sotto, anche Peter Gabriel si è costruito un mito solido nella storia della nostra musica, a dispetto di una decisa pigrizia artistica: nove dischi un quarant'anni fanno poco più di uno a decennio. Una canzone all'anno, compresi i filler.
Invece Peter Hammill, che raramente si è sottratto all'appuntamento annuale con il proprio pubblico, resta un artista da carbonari.
Bowie era uscito dai radar, senza annunci né clamori, al cambiare del millennio. Quando si è ripresentato dopo una decade, ha trovato ad attenderlo il suo pubblico fedele. The Next Day era uno splendido album, doppio addirittura, ispirato ad uno dei suoi momenti più creativi, quell'Heroes berlinese di cui citava anche la copertina. Alla fine di questo 2015 ha nuovamente stuzzicato il suo pubblico con una canzone, Blackstar, notevole per molti versi. Dura 10 minuti, un record per un singolo da classifica, ed è ricco di momenti di fascino. Una melodia aliena e sfuggente, che si modifica ed evolve nel corso del brano, senza utilizzare artifici come improvvisazioni o ritmi dance; elementi che evocano il suo passato, ma al tempo appaiono inequivocabilmente nuovi. Echi di jazz contemporaneo che vanno e vengono dai confini nebbiosi dell'arrangiamento.
Ce n'è da rimanere affascinati. Da subito, però, mi sono reso conto che il suo ascolto mi evocava altro, oltre alle melodie dello Ziggy Stardust dei primi anni settanta. C'è quel momento nella seconda parte della canzone, quando la melodia orecchiabile viene spezzata ciclicamente da un coro dissonante che ripete "I'm a Black Star", in cui non ho potuto fare a meno di pensare a Peter Hammill, ed i suoi arrangiamenti spigolosi, dove melodie e dissonanze vanno a braccetto...

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