martedì 27 ottobre 2015

Long Playing: il Rock italiano


L’Italia è per costituzione un paese poco rock. Con un passato impegnativo di musica lirica e melodramma, nel XX secolo culturalmente la nostra nazione è andata ripiegandosi su sé stessa attorno alla musica melodica e leggera. Gli ingredienti forti provenienti dalla cultura americana rimasero per l’appunto sempre solo ingredienti, non più di sfumature di sapore del pop nostrano.
Vale per lo swing, che colorò di un tocco esotico i dischi di Renato Carosone e di Fred Buscaglione, vale per il rock’n’roll onomatopeico di Adriano Celentano di Il tuo bacio è come un Rock, che imitava il furore di Little Richard e le movenze di Elvis the pelvis.
Non a caso lo stesso Adriano ci mise poco a chiamarsi fuori dagli sviluppi del rock: «Caro Beat mi piaci tanto, sei forte perché oltre alla musica hai portato dei bellissimi colori in questo mondo pieno di nebbia. Però, se i ragazzi che non si lavano, quelli che scappano di casa, e altri che si drogano e dimenticano Dio fanno parte del tuo mondo, o cambi nome o presto finirai» (Tre passi avanti).

Lucio Battisti 

In realtà anche la musica italiana ebbe la sua occasione, il suo Brian Wilson, il suo Paul McCartney: fu Lucio Battisti.
Battisti era piombato nel panorama delle canzonette italiane come un terremoto, rivoluzionando i paradigmi e svecchiandone la formula. Eppure non influenzò nessuno perché la scena musicale nostrana non lo seguì. A dispetto dell’enorme successo popolare, che non si è ancora esaurito ai giorni nostri, lo sforzo collettivo di discografici, giornalisti, del pubblico e persino del suo amico paroliere, fu costantemente quello di ricondurlo nei ranghi, di assimilarlo alle regole, di omogeneizzarlo alla scena nota ed usata. Lo sforzo riuscì a isolare Lucio Battisti, che fuggì al pubblico fino alla sua prematura scomparsa.
Battisti aveva fatto il suo esordio nel campo della musica leggera, ma con una fantasia capace di sorprendere e di distinguerlo nettamente da tutti gli altri canzonettisti. La casa discografica lo preferiva autore che cantante, cosa che permetteva di omologare le sue canzoni almeno nel modo di cantare e negli arrangiamenti, ed anche quando divenne interprete lo voleva fortissimamente solo cantante di 45 giri (di consumo), ostacolandolo per esempio in ogni tentativo di realizzare long playing. I dischi di Battisti per l’etichetta Ricordi erano raccolte di canzoni, non a caso con il titolo di vol.1, vol.2, vol.3.

Un 33 giri intitolato Amore Non Amore, ideato da Lucio come album a sé stante, fu rifiutato per un anno. Registrato nel 1970, la Ricordi lo pubblicò solo alla fine del 1971 e comunque in contemporanea all’ennesima raccolta, il vol.4. Non che si trattasse di un capolavoro: solo quattro strumentali minimalisti e quattro curiosi brani garage rock suonati con la chitarra acustica (in stile motocicletta 10hp).
Personalmente non riesco ad ascoltare oggi canzoni come Pensieri e Parole, 29 settembre, Io vivrò, Fiori Rosa Fiori di Pesco, Acqua Azzurra Acqua Chiara, forse perché il loro successo nazional-popolare fu così vasto da colorare indelebilmente i nostri anni sessanta.
Soprattutto di colorarli con le tinte della provincia, a causa dei testi di Mogol che per quanto fosse un autore dotato del talento di scrivere parole che scorrono rotonde in rime orecchiabili, era anche inzuppato di filosofia da Bar Sport di provincia, specie quanto scriveva di rapporti fra maschi e femmine.
Per sottrarsi al controllo sul processo creativo, Battisti creò la Numero 1, la propria etichetta discografica che gli permise di far vela verso tematiche musicali più proprie della mappa del rock.
Se Il Nostro Caro Angelo era puro rock con chitarra elettrica basso e batteria (Formula 3 e Camaleonti), fu Anima Latina ad essere considerato da molti il suo miglior disco tradizionale.
Fuori dagli schemi e dai percorsi battuti (tanto dalla musica italiana che da quella straniera) è un fluire senza soluzione di continuo di invenzioni ed emozioni sonore, vivide e sognanti al tempo stesso, con temi, strumenti, parole e cori che affiorano e scompaiono in un tutt’uno di musica globale, che non rinnega la musica mediterranea ma anzi la integra in una sorta di sinfonia, ricapitolazione di tutto ciò che avevamo sentito fino ad allora. Al disco non mancò il consueto successo di pubblico, ma non fu capito dai media, allora come oggi: di Anima Latina si è sempre parlato poco e non se ne è mai celebrato il ricordo.
Non appartenendo in definitiva a nessuna corrente musicale, nemmeno al rock, Lucio virò con eleganza verso i ritmi soul bianchi che si ballavano alla fine dei settanta (Una Donna Per Amico mi ha sempre portato alla mente il paragone con il coevo Double Fun di Robert Palmer), per poi separarsi dal paroliere Mogol che gli andava stretto, per tuffarsi in una esperienza che lo ripulisse alla fine dell’etichetta nazional-popolare.
Dopo un disco con parole prodotte in casa (firmate Velezia, la moglie Grazia Letizia Veronese, ma si dice scritte da lui stesso) si legò al poeta Pasquale Panella per inventare canzoni dallo stile caratterizzato da un suono sintetico, apparentemente glaciale ma proprio per questo adatte a sottolineare negli ascolti la mediterranea dolcezza della vena musicale di Lucio, con la complicità di testi a tutta prima incomprensibili, apparentemente giochi di parole, ma capaci di lasciare filtrare negli ascolti suggestioni e frasi ad effetto.
Dischi non certo mainstream, che continuarono a crescere con gli ascolti e negli anni, in particolare L’Apparenza e La Sposa Occidentale, straordinarie opere che a tutt’oggi non hanno perso nulla della loro forza innovativa e della criptica poesia.
Vertici sonori di tanto livello non ebbero alcun riflesso né alcuna influenza sulla musica italiana.

I cantautori 

Il tempo più bello della canzone italiana fu rappresentato dai giorni dei cantautori, artisti che declinavano le ballate d’oltreoceano di Bob Dylan e Leonard Cohen nell’idioma latino: i primi anni settanta di Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Antonello Venditti, Angelo Branduardi, e i più rockettari Edoardo Bennato, Eugenio Finardi e tutti gli altri (su su fino ai gruppi fusion e progressive).  Noi che eravamo già rockettari ascoltavamo la musica «della California o delle porte del cosmo», di Canterbury, dei figli dei King Crimson o di Miles Davis, e li snobbavano quei dischi cantati in italiano, ma ci fu tutta una generazione a riconoscersi in quelle pagine e a partecipare proprio attraverso quelle canzoni alla avventura del rock. E siccome tutti avevamo una fidanzata o una compagna di scuola che possedevano i long playing di Radici, Rimmel, Automobili, La Luna, Sotto Il Segno dei Pesci, quei dischi li conosciamo comunque a memoria.
All’inizio degli anni settanta i cantautori nazionali scoprirono i songwriter d’oltreoceano, in particolare Bob Dylan e Leonard Cohen. 
Fino ad allora la canzone d’autore si era ispirata altrove, per esempio Brassens e gli chansonniers francesi (Fabrizio De André). 
I cantautori si ispiravano a Bob Dylan e Leonard Cohen, ma anche ad autori più sperimentali come Tim Buckley o Nick Drake, se non addirittura ai Rolling Stones (Finardi e Bennato). 
Difficile è stilare una lista dei dischi migliori, perché i confini sono incerti verso la musica leggera, o il folk, per la presenza di grandi autori che provengono dagli anni sessanta. Non mi pare neanche che ci siano rimasti long playing che possano essere definiti capolavori: era piuttosto l’insieme di quelle canzoni, di quegli autori e di quella scena a creare una atmosfera particolarmente generosa. 

Per esempio il Francesco De Gregori (il nostro piccolo Dylan) di Alice Non Lo Sa e di Rimmel. Il suo amico Lucio Dalla dallo spigoloso scat di Anidride Solforosa e Automobili, che virò poi nel lirismo mediterraneo di Com’è Profondo il Mare e l’omonimo Lucio Dalla, con piccole gemme come Disperato erotico stomp, Cosa sarà e L’anno che verrà. Anche un autore etereo di minor peso specifico come Angelo Branduardi prima di recarsi alla Fiera dell’Est trovò il modo di registrare un lavoro fragile come La Luna, con un brano suggestivo come Confessioni di un malandrino, musicato sulla poesia del russo Esenin. Fra tutti la personalità magnetica di Francesco Guccini ne fece l’icona dei primi anni settanta: la voce e l’eskimo, gli stessi dei guru del Liceo, quelli che possedeva le verità che non trovavi il coraggio di contraddire. La voce di Guccini non poteva fare a meno di incantare anche i più rockettari: come non lasciarsi commuovere dalle sue storie? 
I suoi testi lirici sono stati con una certa esagerazione paragonati da qualcuno al Carducci e diverse canzoni sono entrate nel mito popolare. I suoi giorni di gloria furono quelli di Radici e Via Paolo Fabbri 43. 
Anche il grande Faber, padrino dei cantautori, si contaminò con gli arrangiamenti rock, collaborando con la PFM, con Massimo Bubola, Mauro Pagani, Ivano Fossati. Fu con quest’ultimo che realizzò il pulsante Anime Salve.

La musica ribelle 

Nel ribollire generale ci furono città a rappresentare in qualche modo direzioni musicali. Per esempio Napoli, dove la radio dei soldati americani della base NATO aveva diffuso il virus del jazz a disc jockey come Raffaele Cascone (vibrazioni che lui ridiffondeva tramite Per Voi Giovani e soprattutto Pop Off, assieme a Carlo Massarini, Fiorella Gentile, Paolo Giaccio e gli altri amati pirati dell’etere) e musicisti come James Senese. 
I nomi di quei musicisti erano Alan Sorrenti, Saint Just, Edoardo Bennato, Nuova Compagnia di Canto Popolare, Napoli Centrale (questi ultimi battezzati dallo stesso Cascone). 
Il disco migliore di quella scena fu Aria, anno 1972, ad opera di un ragazzo napoletano di buona famiglia di mamma gallese, Alan Sorrenti, che riuscì a farsi firmare un contratto dalla stessa etichetta Harvest dei Pink Floyd e di Kevin Ayers.
Aria è un disco che oggi sarebbe inconcepibile: ispirato al Tim Buckley più sperimentale ma anche dal Van Morrison di Astral Weeks, come dai Pink Floyd di Meddle, sviluppa l’intera prima facciata del vinile come una sola eterea suite, dove da una nebbia d’aurora compaiono, rimbalzano e spariscono strumenti delicati. Una chitarra acustica che detta il ritmo al pezzo, un flauto, una chitarra vagamente classicheggiante, un violino (niente meno che del grande Jean Luc Ponty, allora collaboratore di Frank Zappa e Mahavishnu Orchestra), le soffici percussioni di Toni Esposito, e i fiati - tromba e trombone - mentre la voce incantata di Alan solleva in arditi ghirigori sonori la melodia. Flower power, figli dei fiori, venti minuti, prima dissolti, poi organizzati dal ritmo della chitarra e delle percussioni e infine esplosi nella melodia di mellotron del finale.

Al nord, la scuola di Milano fu rappresentata da Eugenio Finardi ed Alberto Camerini. Finardi lo vidi la prima volta in una trasmissione del pomeriggio in tv. Imbracciava una chitarra elettrica nel set dello scompartimento di un treno e cantava: «Se solo avessi un Kawasaki allora si che mi farei tutte le donne che vorrei. Ma siccome un Kawasaki non ce l’ ho solo resterò (but until I get old I’ll just be singing my rock & roll)». 
Ecco finalmente un cantante italiano in cui anche un rocker adolescente poteva identificarsi! I suoi dischi migliori i primi due, funky al limite del fusion, sporchi e vitali come i Weather Report che suonassero le canzoni dei Rolling Stones, ed una grande voce ricca di personalità. Il sound milanese, un ritmo bicilindrico fra la Harley Davidson e la Guzzi (altro che Kawasaki!), da allora perduto e mai più ritrovato. Già dal terzo LP, Diesel, Finardì iniziò a virare verso un suono più convenzionale e più commerciale.

La luna nuova 

Gli anni settanta furono anche e soprattutto quelli della musica progressive italiana. Fino ai giorni del progressive la musica rock aveva intaccato pochissimo la superficie della cultura musicale italiana. 
Se il rock & roll aveva goduto di qualche popolarità era stato soprattutto per mezzo della traduzione di artisti leggeri come Adriano Celentano e anche se negli anni sessanta i nomi di Beatles e Rolling Stones erano noti, i dischi originali inglesi ed americani nel nostro paese erano pressoché introvabili; tutto il Beat arrivava riflesso nei 45 giri dei gruppi “Bit” nostrani, che banalizzavano le melodie più orecchiabili in chiave leggera.
La rivoluzione della musica Rock (che allora chiamavamo però Pop, probabilmente da Pop Art) arrivò per la prima volta di prima mano ad opera dei gruppi progressivi: King Crimson, Genesis, Van Der Graaf Generator, EL&P, Pink Floyd, così come conobbero un notevole successo il jazz rock di Weather Report e la musica elettronica tedesca di Tangerine Dream e soci.
Addirittura gruppi come i Genesis di Peter Gabriel, i VDGG di Peter Hammill ed i Gentle Giant ebbero un successo di massa superiore nel nostro paese che in patria. Cosa che si sarebbe ripetuta, in chiave minore, una generazione dopo con i Porcupine Tree. 
Forse questa sintonia del pubblico italiano con il progressive sinfonico può trovare una spiegazione nella nostra cultura di melodramma, opera ed operetta. Non solo gli italiani amavano il rock progressivo, ma ne diventarono primi attori, prima con gruppi allevati oltremanica come The Trip di Joe Vescovi, poi esportando in Inghilterra, in USA, in Giappone i nostri gruppi più belli come Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Perigeo.

PFM e Banco ebbero l’onore di un contratto discografico inglese firmato con Manticore (l’etichetta discografica di Greg Lake e soci), collaborarono strettamente con artisti come Pete Sinfield dei King Crimson e Peter Hammill dei VDGG, e tennero concerti in teatri come il Rainbow di Londra e a NYC, dove registrarono Live In USA, cogliendo l’obiettivo delle classifiche di vendita straniere.
Il gruppo jazz rock dei Perigeo fece da gruppo di spalla ai Weather Report in parte di un loro tour mondiale.
Il Banco del Mutuo Soccorso creò fra il 1972 ed il 73 alcuni fra i più creativi dischi del progressive internazionale, forti delle classiche ma effervescenti tastiere di Vittorio Nocenzi e della voce lirica e mediterranea di Francesco di Giacomo. 
Una musica complessa, densa ma al tempo stesso fruibile e melodica, che fondeva Verdi, Gentle Giant e Battisti.
La PFM realizzò sotto la produzione di Pete Sinfield (dei King Crimson) Photos Of Ghosts, il disco del 1973 considerato uno dei gioielli della musica progressive globale. 
Ma il tocco delicato e i climi fiabeschi di Sinfield misero in ombra la vocazione jam-rock della band, così come si sviluppava in concerto, soprattutto nel periodo californiano, quello di Jet Lag con l’aggiunta della notevole voce di Bernardo Lanzetti, quando il gruppo divise il palco con tutti i grandi nomi della musica fusion.
Accanto ai gruppi più celebri e celebrati era presente in Italia un underground di gruppi minori che con una certa ingenuità del suono e incerti nell’idioma anglofono, realizzarono piccoli oggetti d’artigianato ancora oggi gradevoli da ascoltare, una sorta di scena di Canterbury de noiartri: The Trip, Il Balletto di Bronzo, Il Rovescio della Medaglia, Quella Vecchia Locanda, Acqua Fragile. 
Altri gruppi più sperimentali come gli Area di Demetrio Stratos si guadagnarono un seguito di culto nel pubblico più smaliziato ed in quello più politicizzato. 
Demetrio Stratos, Francesco di Giacomo e Bernardo Lanzetti costituirono le tre più notevoli voci della nostra musica moderna. 
Franco Battiato aprì la sua carriera incidendo musica elettronica (praticamente in contemporanea a band teutoniche come i Tangerine Dream di Edgar Froese e Klaus Schulze e i Can di Jaki Liebezeit) per poi planare verso una canzone d’autore mai priva della volontà di sperimentare, per atterrare infine sul romanticismo delle canzoni d’autore.