giovedì 22 ottobre 2015

La creatività dura dieci anni


Le tre leggi della creatività:
(1) C’è chi ha una canzone, chi dieci, chi cento (Robbie Robertson)
(2) La creatività dura un decennio (sconosciuto)
(3) (La terza legge non la conosco ancora...)

Un artista di talento è creativo, affilato, innovativo, importante per dieci anni (al massimo). Alcuni musicisti saranno ricordati per una canzone (Venus; Shakin All Over; Wild Thing; Hey Joe...). Altri per un album (Willie Nile, Fleshtones, Wallflowers...). I Sex Pistols sono durati tre singoli. Ma anche gli artisti più influenti, importanti e significativi, non restano mai determinanti per la scena per più di una decade.
I Beatles stamparono Love Me Do nel ’62. Furono i guru del rock per tutto il decennio. Quando si sciolsero avevano ancora benzina nel serbatoio: George Harrison diede alle stampe All Things Must Pass nel ’70; John Lennon Imagine nel ’71; Ringo l’omonimo disco nel ’73; il Macca, Band On The Run nello stesso anno.
Dylan registrò il capolavoro di Freewheeling nel ’63. Rimase il numero 1 della scena americana fino a Blonde On Blonde nel ’66, quando si chiuse in ritiro a Woodstock (una assenza durante la quale lui e la Band inventarono il rock americano con i Basement Tapes), per ripresentarsi nel ’75 con Blood On The Tracks (e poco dopo la Rolling Thunder Revue).
Gli Stones registrarono l’esordio per la Decca nel ’64, e rimasero la più grande rock'n'roll band al mondo fino a Some Girls nel ’78 (preceduto però da due anni di silenzio).
Lou Reed 1967 > 1978, con un inaspettato ritorno di fiamma dopo una decade perduta, nel 1989. A Bowie pensiamo come un sempreverde, ma la sua decade furono gli anni settanta. Solo che ci concentrò almeno tre giravolte. John Mayall certificò la regola addirittura intitolando l'album del 1973: Ten Years Are Gone.
E così dai Pink Floyd (1967 > 1975) agli Smiths (1984 > 87), i R.E.M. (gli anni ottanta), Phish (gli anni novanta).


Non significa che dopo dieci anni gli artisti scompaiano. Di solito a questo punto sono certificati, finalmente scoperti dal pubblico mainstream e dalla stampa generalista e diventano molto più famosi, con i dischi deboli che vendono più dei migliori.  Quale rotocalco italiano avrebbe dedicato una pagina ad un disco di Bob Dylan negli anni sessanta? E quale rinuncerebbe a farlo negli anni duemila, senza mancare di usare le formule di rito “il poeta di Duluth” (come “la poetessa del rock” per Patti Smith, e compagnia cantante)?
Gli irriducibili fan, gli elogi, i premi e i soldi arrivano dopo, quando l’arte è finita e l’artista si è sfamato. I fan continueranno ad ascoltarlo qualsiasi cosa faccia, ma il cronista farà meglio a voltare il suo fiuto verso nuovi lidi e nuove cantine. La vita è troppo breve per ascoltare sempre lo stesso disco.

La creatività dura dieci anni, poi subentra il mestiere. Ci sono artisti che hanno scoperto il modo di invecchiare come vini preziosi. Le grandi american band, per esempio. I Grateful Dead hanno realizzato i loro due dischi memorabili in un solo anno, il 1970. Ma hanno continuato a portare in giro uno show leggendario per quattro decenni, e si sono interrotti solo alla morte di Jerry Garcia. Lo stesso gli Allman Brothers Band, i Los Lobos, gli Heartbreakers di Tom Petty, la Dave Matthews Band, e l’avrebbero fatto anche i Little Feat se Lowell George non se ne fosse andato troppo presto.
Altri portano in giro per il mondo un circo. Gli Stones, per esempio, recitano sé stessi da un quarto di secolo. Un ex campione del rock'n'roll, che porta in tour juke-box la famiglia e fa ballare i nonni, come Elvis a Las Vegas. O artisti bolliti come David Gilmour, che emoziona i fan suonando a Pompei. Ma non la sentite proprio la differenza?