martedì 20 ottobre 2015

Happy Birthday, Carolyne Mas


Oggi è il compleanno di Carolyne Mas, una delle più grandi rocker ad essere uscita dalla effervescente scena newyorchese del Village degli anni settanta. Ed anche, purtroppo, uno dei segreti meglio conservati del rock.
Erano gli anni del ritorno del rock. Il Max Kansas City echeggiava ancora delle note dei Velvet Underground di Lou Reed. Dalla provincia del New Jersey, il giovane e affamato Bruce Springsteen si era portato alla capitale, aveva firmato per l’etichetta discografica di Bob Dylan, messo assieme la E Street Band con la quale, concerto dopo concerto, si era conquistato un pubblico adorante. Al Mercer Arts le New York Dolls ed il duo dei Suicide sgomitavano per conquistarsi un pubblico di artisti e di sbandati. In un minuscolo locale sulla Bowery, il CBGB, nato per accompagnare le bevute di cowboy urbani con un sottofondo di musica country, le serate dei Television di Tom Verlaine e Richard Hell, di Patti Smith con Lenny Kaye, di Ramones e Blondie, inventavano la sintassi del nuovo rock.
Solo qualche anno dopo, nei baretti e ristoranti del village cercavano un loro spazio cantautori elettrici come Steve Forbert, Willie Nile e Carolyne Mas. Steve ebbe successo per un giorno, Willie registrò il capolavoro omonimo, Carolyne se la giocava con Patti  e Debby Harris per il titolo di rocker più eccitante della scena. I suoi due dischi, fra il ’79 ed l’80, le procurarono il titolo di Springsteen in gonnella: una grande voce, un carattere da rocker, una band potente (che comprendeva il chitarrista David Landau, più tardi con Warren Zevon), un carattere senza compromessi da rocker purosangue.
Ma la fortuna non era dalla sua parte: la casa discografica, la Mercury, non sapeva esattamente cosa farsene di quella scena, ed i dischi non furono distribuiti. La Mas non ne vide un dollaro, neanche per pagare la band. Naturalmente c’erano gli show, fino a che il manager non se ne fuggì con l’incasso. Saltò così il tour in Europa, il vecchio continente che avrebbe dato il successo ad un altro outsider del Village, Willy DeVille.

Carolyne, americana di radici latine, è figlia d’arte. La madre cantava, suonava la chitarra e per la sua avvenenza aveva vinto il titolo di Miss Puerto Rico. Il padre era pianista alla New York City Opera. Un destino il suo che non poteva che condurla sulla strada di musicista professionista. Dopo qualche esibizione al Troubadour di Los Angeles, dalla terra degli aranci si trasferì sull’altra costa, in un angusto monolocale al Village, dove si divideva fra il lavoro di cameriera e le esibizioni in club come il Folk City e il CBGB, ed altri ancora più piccoli che portavano il nome di Kenny’s Castaway o Liquor Room (dove la paga era 10 dollari a sera, poco anche per gli affitti di allora al Village), fino a conquistare un proprio seguito ed ottenere il posto di musicista fissa al Cornelia Street Café. Seguirono l’Other End, il mitico folk club, e un contratto per la Mercury, che la Mas onorò con il grande album del ’79, l’omonimo Carolyne Mas, che se la gioca fra rock’n’roll sfrenati come Stillsane (con il sax di xxx) e Quote Goodnight Quote, e intime ballate come Snow. Uno dei brani, Sitting In The Dark, in stile music-hall, ebbe una diffusione radiofonica in Germania, ma fu ignorato in America. Non si trovava nei negozi. L’album successivo, Hold On, era ancora più affilato e rock’n’roll, con l’esplosivo inizio del medley di Hold On e Stay True, che però non furono stampati come singoli. La cover di You Cannot Win (If You Do Not Play) testimonia l’amicizia con Steve Norbert. In Italia fu uno degli album dell’anno de Il Mucchio Selvaggio.
Il successo tedesco fece in modo che da noi in Europa venisse stampato un live, Mas Hysteria, con una copertina da bootleg. Vendette 250.000 copie e negli anni avrebbe assunto lo status di cult. Ma intanto la Mas non aveva ricevuto neppure un dollaro dai diritti d’autore, e non poteva più permettersi di pagare la band. Dovette vendere la Fender e trovarsi un lavoro durante il giorno. L’interessamento di Pete Townshend, che si proclama uno dei suoi fan, le consentì di registrare un terzo album, Modern Dreams, ma sempre per la Mercury, e nonostante un suono più mainstream non riuscì ad aprirle le porte del successo. Il punto più basso Carolyne lo toccò quando finì in ospedale dopo aver subito l’attacco di uno squilibrato armato di coltello nel suo appartamento nel New Jersey.
Negli anni successivi proseguì la carriera, sia discografica che in concerto, in Germania, dove si sposò, e registrò Action Pact e Carolyne Mas Live.


In Italia non si spense la sua fama di rocker di culto, e negli anni duemila dopo un tour organizzato dal Roots Music Club, registrò per l’etichetta Route 61 di Ermanno la Bianca l’intimo Across The River, un disco pieno di amore che la vede recuperare lo stile dei giorni del Cornelia Street Café, dove la voce piena da entertainer è accompagnata da pianoforte e chitarra acustica, con il tocco di un Hammond ed il violoncello (e in un’occasione con l’accompagnamento della Working Class Band di Daniele Tenca). Una New York cinematografica, fra swing, il soul dei Drifters e cover dei giorni del Village, fra Willie Nile, Steve Forbert e persino una intensa New York City Serenade di Springsteen (che la Mas all’epoca aveva in repertorio, perché Bruce piaceva ad un ragazzo che piaceva a lei).
Una grande anima soul.


(si parlerà di Carolyne Mas su Long Playing Il ritorno del Rock - Blue Bottazzi - in uscita entro la fine dell'anno...)