martedì 7 luglio 2015

Fare Thee Well: il concerto di addio dei Grateful Dead al Chicago Soldier Field il 5 luglio 2015


In una commedia all’italiana intitolata “Sono Fotogenico”, Renato Pozzetto cercava di fuggire dalla provincia del Lago Maggiore per spostarsi a Roma, per realizzare il sogno di lavorare come attore. Alla fine si ritroverà di nuovo nella sua home town, sconfitto.
Un concerto di addio dopo cinquant’anni di carriera (una vita) non può fare a meno di suggerire bilanci, e così, mentre guardo le immagini in streaming dal Soldier Field, lo stadio di Chicago riempito di persone in ogni centimetro quadrato per la quarta sera consecutiva, mentre in contemporanea lo show viene trasmesso nei cinema di tutto il mondo compreso quello della mia home town di provincia profonda sul Po dove gli spettatori sono due di numero, non posso fare a meno di domandarmi com’è che, a così tanti anni dall’acquisto del mitico Live Dead dei Grateful, io sia ancora qui e non dove ho sognato, e francamente avrei immaginato.
Com’è che non sono un celebrato giornalista della controcultura a Los Angeles o a Londra? Se continui a vivere in una città culturalmente e socialmente in coma, beh, mi sa che la colpa non è della città ma tua.


Malinconie a parte, quando le luci si spengono ed entrano i cavalieri di questo strano e lungo viaggio, un po’ di identificazione con il pubblico dell’Illinois scatta comunque: Sweet home Chicago…
Bob Weir sembra il Drugo Lebowski con una luce folle negli occhi, le braghe corte e le ciabatte. Nessuna stilista gli ha curato il look della serata di gala. Phil Lesh assomiglia a Jack Casady che assomiglia a Pierangelo Valenti: l’imprinting del basso elettrico (ma con due corde di troppo sul manico). Trey Anastasio, in prestito dai Phish per coprire il ruolo dell’insostituibile Jerry Garcia, è proprio un nerd, con la bocca aperta dall’inizio alla fine. Chissà quanti moscerini si è mangiato. Bill Kreutzmann e Mickey Hart sono i rhythm devils, e chiudono il gruppo Bruce Hornsby al piano e Jeff Chimenti all’organo, che sembra Steven Wilson un po’ più in salute.
Mentre la memoria corre all’ultimo valzer di The Band, già un quarto di secolo fa, la band saluta e attacca con China Cat Sunflower e siamo in pieno trip Grateful Dead. Dicono che fosse l’ultima canzone suonata dal gruppo proprio qui al Soldier Field vent’anni fa, nell’ultimo concerto con Garcia, a pochi giorni dalla sua morte improvvisa.


Trey canta la parte del chitarrista mancante; pizzicando la chitarra sembra un po’ un pesce fuor d’acqua, ma nel primo pezzo ci sta. Nel corso del concerto diventerà invece evidente come stia facendo la parte dell’ospite, cercando di riprodurre il più possibile il ruolo del chitarrista di cui tiene il posto, con l’effetto collaterale di restare frenato: né carne né pesce, né Trey né Jerry. Il migliore al suo strumento si rivelerà, è il mio parere, Chimenti all’organo.
Seguono I Know You Rider, il reggae di Estimated Prophet e Built to Last, tutti classici, che raccontano lo stile che ci aspetta: un suono molto rilassato, troppo, fino alla sedazione. Ipnotico più nel senso del Tavor che in quello psichedelico.
Non c’è abbastanza potenza nei motori per far decollare l’aereo, né scattare la magia. Le voci sono tutte fragili e sottili, quella di Bob, quella di Phil, di Trey e persino di Bruce. Gli strumenti sono pizzicati, ma non si aprono mai verso il climax. Il fantasma di Jerry Garcia, definitivamente l’anima e il leader del gruppo, pur evocato dallo show non si materializza.
Samson and Delilah e Mountains of the Moon sono letteralmente un buco nella strada, e comincio a temere di non farcela a tenermi sveglio per tutta l’annunciata durata del concerto. Forse non è poi una gran sfortuna essere seduto comodo all’aria condizionata, anziché in piedi sull’erba di uno stadio.
Fortunatamente la classicissima Truckin’ infonde un po’ di vita, e Althea (non avrei sperato di ascoltarla) apre un po’ il gas. Terrapin Station scivola nel temibile momento dell’assolo di tamburi: Drums > Space, il punto che classicamente sui CD spingo avanti con il telecomando. Ma qui non si può. Durerà venti minuti, se non mezz’ora, con abbastanza elettronica da evocare i Tangerine Dream. In vita mia non sarei in grado di ascoltarlo una seconda volta.


La ripresa dello show alza un po’ le sorti del concerto. Unbroken Chain con Phil Lesh alla voce regala almeno un bel dialogo fra le chitarre di Trey Anastasio e Bob Weir, mentre Days Between, un oscuro brano di Bob, ha un suo fascino, benché il cantato sia tirato davvero troppo in lungo.
Infine Not Fade Away ci ricorda perché siamo qui, ed a cosa doveva servire questo concerto. Ma proprio quando ci si dispone ad ascoltare finalmente i Dead, pregustando qualche classico magari come Saint Stephen e Friend Of The Devil, dopo sole tre ore la serata danzante si scopre essere già in chiusura. Saluti e baci, i musicisti, nonostante l’ipocinesia sul palco, sono sfiniti.

Un bis sindacale con l’hit di Touch Of Grey, un secondo con il coro acapella di Attics Of My Life, e poi, incredibilmente, è tutto finito. Un viaggio molto lungo e molto strano che si conclude su una nota decisamente minore, complice forse la necessità (o la scelta) di favorire il materiale del chitarrista e del bassista su quello più celebre e celebrato.
I saluti, con Mickey Hart, il più emozionato, che invita il pubblico a portarsi a casa le buone vibrazioni che si respirano nell’arena (con un pubblico davvero freak nostalgico di tempi migliori, per noi e per il mondo). “Be Kind”.

Con le note di Attics Of My Life è davvero finita la grande avventura, bruscamente, e senza rimpianti. Tranne che per gli anni che sono passati per noi tutti.


setlist del concerto