martedì 7 aprile 2015

Elliott Murphy > Aquashow Deconstructed


Elliott Murphy è uno dei tanti grandi outsider del rock’n’roll, quei musicisti importanti che avrebbero potuto divenire star, ma il cui lavoro è rimasto oggetto di culto solo per appassionati autentici. Destino condiviso per esempio da Big Star, Willy DeVille, Rockpile, Runaways, Carolyne Mas, Fleshtones, ma anche Dirk Hamilton, Willie Nile e molti altri... 
Aquashow deconstructed è un punto di svolta, o in qualche modo chiude un ciclo. Aquashow fu il suo primo acclamato lavoro, nel lontano 1973, quando Murphy aveva 24 anni, e viene registrato nuovamente oggi, prodotto da suo figlio Gaspard, che ne ha 24. Distribuito come sempre in America ed in Europa, in Italia è stampato dalla Route 61 di Ermanno Labianca, che si conferma l’etichetta più vivace del nostro paese per il rock anglofono. Un disco da avere, non più rintracciabile nella versione originale, e delizioso nel suo remake. 
Per questa occasione mi piace pubblicare qui il paragrafo che ho dedicato a Murphy nel mio prossimo libro, intitolato Il Ritorno del Rock, che sarà stampato in qualche momento di quest’anno. Murph the Surf: 


Di tutto il gruppo dei cantautori del Village degli anni settanta, Elliott Murphy fu il primo, e perciò il meno omologabile, il più differente. Elliott era nato a New York, a Long Island, da una famiglia che si muoveva nell’ambiente dello spettacolo. Il padre portava in un circo itinerante spettacoli acquatici accompagnate dalla musica di Big Band dello swing come quella di Duke Ellington, che prendeva il nome di Aquashow, che segnò l’immaginario del piccolo Elliott al punto che quando mise assieme il suo gruppo rock, gli diede il nome di Aquashow, così come quello scelto come titolo per il suo primo album. Come hostess della Pan Am, la sorella Michelle gli procurò il biglietto per un volo per l’Europa, che Elliott visitò come giovane, biondo hippie americano. A Roma fece la comparsa nel film “Roma” di Fellini, ad Amsterdam e Parigi faceva il musicista da strada, scrivendo le canzoni dei suoi futuri album. Tornò a New York deciso a diventare una rock’n’roll star. La scena underground della città ribolliva dell’energia di nomi come le New York Dolls ed i Suicide. Murphy mise assieme la sua band, gli Aquashow, con il fratello Matthew al basso, il batterista dei Byrds Gene Parsons e Frank Owens alle tastiere. Una serie di show al Mercer Arts gli guadagnò una recensione sulla rivista Variety. Incuriosito dal pezzo, lo venne ad ascoltare il giornalista Paul Nelson, che negli anni sessanta era stato il curatore di una rivista sulla scena folk del Village, e che ora cercava di guadagnarsi di che vivere come talent scout. Fu lui a mettere sotto contratto le Dolls con la Mercury Records; il loro insuccesso, ci scherza Elliott, gli sarebbe costato il posto. Elliott e Nelson divennero amici, e fu il giornalista a portare Elliott ad un concerto di questo giovane scatenato rock’n’roller romantico del New Jersey, Bruce Springsteen, al Max Kansas City, il locale che era stato il tempio dei Velvet Underground. Lou Reed ed i Velvet Underground erano la principale ispirazione di Murphy, che adorava dischi come Loaded e i suoi epigoni europei come David Bowie. Fu Murphy a scrivere le note di copertina del disco Velvet Underground 1969 Live, stampato nel ’72. Elliott finì per firmare per la Polydor, che era un’etichetta dalle radici europee, quella per cui aveva registrato i propri dischi Jimi Hendrix, e che aveva una scarsa influenza negli States. La stessa cosa si poteva in effetti dire per la Mercury, a cui non riuscì di lanciare né le New York Dolls, né Carolyne Mas. Murphy e la sua band registrarono il primo disco, intitolato per l'appunto Aquashow, ai Record Plant, dove le Dolls stavano registrando il proprio secondo album, che si sarebbe rivelato anche l’ultimo. L’anno precedente nelle mani di David Bowie e del suo chitarrista Mick Ronson, il disco Transformer aveva alla fine fatto di Lou Reed una star; il disco di Murphy era invece in mano al produttore Peter Siegel, che era più dentro la scena folk. Le canzoni erano ottime, come la Last Of Rock Stars che apriva l’album, ma non erano ovviamente in quel mood elettrico che sarebbe divenuta la cifra stilistica del rock di New York nel decennio. Fu Paul Nelson a scrivere una recensione piena di entusiasmo sulla rivista Rolling Stone, un pezzo in cui il suo disco era accoppiato a The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle di Bruce Springsteen, con l’appellativo di “i nuovi Dylan”. A parte il fatto che Dylan aveva solo trentacinque anni ed era in procinto di registrare uno dei suoi album migliori con Blood On The Tracks, e che John Hammond in effetti vedeva davvero Springsteen come il possibile rimpiazzo di Dylan, che aveva temporaneamente lasciato la Columbia per la Asylum, nessuno dei due aveva molto a che fare con il suono folk rock. Anche se il disco di Springsteen cercava di ispirarsi al romanticismo di Astral Weeks di Van Morrison, il talento del musicista del Jersey era quello di portare a nuova vita il rock’n’roll, mentre le canzoni di Elliott Murphy appartenevano di più all’art rock decadente di Lou Reed, sia pure già allora ammantate di uno spirito più europeo, addirittura già precursori del futuro suono british anni ottanta, in un deciso anticipo sui tempi. A dispetto delle aspettative, e della obbiettiva bellezza, nessuno di quei due dischi ebbe un successo di classifica; ma mentre la Columbia raddoppiò i suoi sforzi su Springsteen, che avrebbe registrato il newyorchese Born To Run per la produzione di John Landau, la Polydor lasciò cadere il contratto di Murphy. In realtà fu proprio Lou Reed, che una sera era ad ascoltare Murphy al Max Kansas City, a proporgli la sua casa discografica, la RCA, che accettò di rilevare il suo contratto per due album.
Per Lost Generation, nel ’75, Elliott sembrò pensare che il successo lo aspettasse nella terra dove gli aranci maturano tutto l’anno, la California, ed abbandonò la scena di New York per Los Angeles, su una Ford Thunderbird scoperta assieme alla compagna Geraldine. Come un perfetto poeta decadente, si piazzò a vivere al Beverly Hills Hotel (quello di Hotel California) a spese della casa discografica, si mise a frequentare il Troubadour ed i suoi artisti, come Tom Waits, e scelse di collaborare con leggende del rock come il produttore Paul Rothschild dei Doors ed il batterista Jim Gordon (quello schizofrenico) dei Derek & The Dominos. Il brano con cui si apriva il disco si intitolava Hollywood (anche se sul lato B c’era comunque un Manhattan Rock). Paradossalmente, più che gli Eagles o Jackson Browne, Lost Generation con le sue incisioni di piano, organo e sax, mi porta alla mente l’atmosfera naive di E Street Shuffle. Comunque, al pari del disco della east coast, anche quello del west non ce la fece ad entrare in classifica.
Per Night Lights, Murphy fece il figliol prodigo. Registrato agli Electric Lady di Manhattan, gli stessi in cui Patti Smith aveva registrato Horses, fu prodotto da Steve Katz (il produttore di Rock’n’roll Animal), con Doug Yule dei Velvet Underground di Loaded, e Ernie Brooks e Jerry Harrison dei Modern Lovers. La canzone Lady Stiletto era dedicato proprio a Patti Smith, la prima star del nuovo rock.
Evidentemente troppo irrequieto per battere a lungo sullo stesso tasto, nel ’77 Murphy lasciò ancora una volta casa discografica e città, questa volta per sbarcare oltreoceano, a Londra. Con Mick Taylor chitarra solista in un brano e Phil Collins alla batteria, registrò per la stessa Columbia di Springsteen, l’album Just A Story From America, che probabilmente si rivelò il suo lavoro più a fuoco del primo periodo. La canzone Anastasia ebbe un certo successo in Francia. Ma mentre era a Londra gli capitò di ascoltare i Sex Pistols, che gli diedero la sgradevole sensazione di essere già fuori moda. Fu la fine del periodo degli sforzi delle major discografiche per Murphy. Lo show biz aveva puntato su di lui, ma evidentemente si era sbagliato. Il flusso dei dollari si fermò, mentre iniziò quello dell’alcol.
Ma all’artista che nella prima canzone si era promosso come “l’ultima delle rock star” ci voleva ben altro per perdersi d’animo. In totale autoproduzione fondò un’etichetta che battezzò Courtisane, per cui registrò prima un EP, e poi, nel 1982, un long playing intitolato Murph The Surf, che distribuì quasi di persona nei negozi di dischi. Negli anni ottanta le letterarie, delicate e decadenti canzoni di Murphy erano alla fine diventate attuali, ed il disco, stampato anche in Francia ed in Italia, ebbe da noi una certa risonanza. In Italia fu parecchio spinto dal Mucchio Selvaggio, la più autorevole rivista rock nazionale, e da allora Murphy divenne un beniamino del nostro pubblico, per restarci. Della sua band facevano parte Richard Sohl, ex pianista del Patti Smith Group, Tony Machine e Ernie Brooks, da allora collaboratore inseparabile. Anche i dischi successivi continuarono ad avere più seguito in Europa che in America, tanto che un live fu registrato in Svizzera. Alla fine Elliott si innamorò di una ragazza francese, l’attrice Francoise Viallon che divenne sua moglie, e decise definitivamente di spostarsi a vivere da New York a Parigi, supportato da una etichetta discografica locale, la New Rose. A Parigi registrò dal vivo su un registratore digitale Panasonic in un loft vicino alla Bastiglia, le canzoni di quello che sarebbe diventato 12, un album nudo, crudo, essenziale, minimale ma con canzoni affascinanti come Sicily (Tropic Of Separation) e Unreal City (On Elvis Presley’s Birthday), il suo pretenzioso Blonde On Blonde. Un album con un budget più sostanzioso fu Selling The Gold, con Bruce Springsteen che gli fa da controcanto in Everything I do (Leads me back to you).
A metà degli anni novanta Elliott incontrò il chitarrista Olivier Durante, che da quel momento non solo divenne un suo collaboratore fisso alla chitarra e coautore di molte canzoni, ma portò anche al suo suono un po’ di quel rock’n’roll che talvolta aveva fatto difetto alle sue canzoni e che gli era costato forse il successo. Si dice che ogni musicista abbia un periodo produttivo di una decade, ma forse perché il grosso successo di pubblico gli era mancato, assieme a Olivier Murphy registrò alcuni delle sue canzoni migliori. Un bel mazzo di long playing che sono riassunti efficacemente in una antologia intitolata Never Say Never (the best of 1995-2003). E così negli anni duemila, Elliott ci è arrivato conservando energia e verginità, in tour perenne per i club europei con una gran band, con un blended di vecchie canzoni e di canzoni nuove, che non ha smesso di scrivere. Forse anche per questo, nel 2015 ha considerato che il ciclo si fosse chiuso ed i tempi fossero maturi per registrare di nuovo il suo primo album, Aquashow,  con un suono aggiornato ai tempi ed alla maturità (“I wish I knew then what I know now”), ma con la giovane produzione del figlio Gaspard, che ha 24 anni come aveva il padre quando registrò il disco nel ’73.

album da ascoltare:
Murph The Surf (1982)
Never Say Never (2005)
Aquashow Deconstructed (2015)

tratto da: Il Ritorno del Rock - Blue Bottazzi (Ciclostile, in pubblicazione nel 2015)