domenica 18 gennaio 2015

The Lunatics Tutte le canzoni dei Pink Floyd


Ieri sera ho letto il nuovo libro sui Pink Floyd della Giunti, curato (o supervisionato) da Riccardo Bertoncelli. È stata una lettura piacevole, accompagnato in tempo reale dall’ascolto dei loro dischi, almeno fino a Meddle. È un libro ricchissimo di informazioni, precise ed attendibili, e non a caso si rivolge al fan club, i lunatici, per l’appunto.
Leggendolo mi sono reso conto di un mio mutamento emozionale personale, come lettore, nel corso dello scorrere delle pagine: dall’eccitazione inevitabilmente trasmessa dal periodo psichedelico della Summer Of Love, alla sensazione del cupo deja vu degli anni settanta del periodo cosmico Pompei, al fastidio del periodo pop di Waters prima, di Gilmour dopo. I curatori del libro hanno dimostrato molta professionalità evitando i tranelli dei giudizi critici sull’opera, sia pur mantenendo sempre un livello libero da cadute di stile, perché evidentemente il target è l’appassionato del gruppo, compreso la massa di acquirenti dei recenti nastri di Endless River: non a caso il sottotitolo editoriale è Il Fiume Infinito.
Però, si sa, Fans is a four-letter word...

Mi piace però fare qualche considerazione personale sulla band.
Ci sono stati 3 gruppi a portare il nome di Pink Floyd, radicalmente differenti dal punto di vista stilistico, sociale e culturale.

Mark I: ça va sans dire, il gruppo psichedelico di Barrett, in quell’anno di mito del rock che fu il 1967. Incisioni elettrizzanti, che ancora oggi comunicano un’urgenza, un’espressione che fa di queste canzoni dei gioielli di arte concettuale. Peccato solo che il CD di The Piper At The Gates Of Dawn non copra interamente il periodo Barrett. A mio vedere i singoli dovrebbero essere compresi definitivamente nell’album, perché i PF psichedelici “registrati” sono rappresentati definitivamente da Arnold Layne e See Emily Play, mentre Apple and Oranges è una buona metafora del fading di quel periodo.

Mark II: i Pink Floyd cosmici. Forse nessun altro gruppo mi rievoca la prima metà degli anni settanta come il quartetto fotografato nella copertina interna di Meddle. C’è qualche cosa di epico in A Saucerful Of Secrets, l’energia della Fenice che rinasce dalle proprie ceneri. Un gruppo di musicisti considerati - a buona ragione - condannati dalla dipartita del loro incontenibile leader, che impercettibilmente ma anche irresistibilmente slittano nello stile fra le folli oblique favole in rock ancora ben rappresentate dalle canzoni di Wright e Barrett (alcune delle quali assolutamente meravigliose: la mia preferita in assoluto la successiva Summer of ’69), verso quello stile immobile, stupito, lisergico, onirico, che sarà di album come Ummagumma (live, ché la parte in studio è, a conti fatti, un gioco antico del ‘69), Atom, Meddle, Wish, e le ballate di More. Uno stile magico ma anche definitivamente anacronistico, legato indissolubilmente alla colonna sonora di quegli anni, e spazzato via con soddisfazione dalla new wave, un po’ come film come La Montagna Sacra o Il Fiore delle Mille e Una Notte, o quelli di Alain Delon...

Mark III: i Pink Floyd popolari, dal sapore di plastica, quelli omologabili ai gruppi da stadio, che siano i Queen, i Supertramp, gli U2, gli Eagles o quelli che volete. I Pink Floyd “commerciali”, per usare un aggettivo che non ha mai perso il suo significato. Qualcuno ha scritto una frase molto bella che ho fatto mia (e mi scuso con l’autore, che non ricordo): i PF erano generati dalla tensione fra lo Yin di Waters e lo Yang di Gilmour. Con il valore aggiunto del sapore intenso e determinante di Wright e di Mason. Da soli non funzionano: Waters è nevrotico, Gilmour bollito. Wright si è chiamato fuori, Mason si è spento. Atom, Meddle, Wish (per quanto enormemente più elementari di quanto ci sembrassero da adolescenti) sono lavori nati dalla fusione nucleare dei quattro elementi. I PF Mark III non sono una band; quelli di Waters sono un gruppo di accompagnamento alle storie del bassista, registrati con un suono glamour (che mi fa trovare insopportabile The Dark Side Of The Moon, ma che ha fatto la loro fortuna commerciale), quelli di Gilmour sono scontati e vuoti fino all’imbarazzante (e quando ha un ritorno di fiamma, un feedback lisergico lo definirei, come la bella High Hopes oppure On A Island ti rendi conto di cosa sto dicendo).

Sapete cosa mi piacerebbe? Non gli effetti sonori radiofonici di Endless River, ma l’apertura dell’archivio live dei primi anni settanta. Avrebbe lo stesso sapore di un cineforum, come rivedere i film di Alexander Yodorowky... Ancora quindicenni per un giorno...