martedì 27 gennaio 2015

La recensione di Paolo Vites


« Raramente mi sono divertito tanto a leggere un libro di musica. No, non è l'ennesima enciclopedia o storia del rock. E' un libro che dovrebbe essere adottato nelle scuole, distribuito nelle biblioteche di tutta Italia per far capire ai giovani e giovanissimi cosa voleva dire crescere con il sogno della musica. A quei giovani persi in un oceano digitale e liquido, dove la musica è diventata impalpabile, frammentata, buttata come un sacchetto di spazzatura ai bordi della strada, dove ognuno raccoglie qualcosa e se lo porta via senza sapere di cosa si tratta.
Blue Bottazzi, che non ha bisogno di presentazioni, racconta la sua storia e insieme a quella la storia di una generazione e di un paese intero. Quando comprare dischi aveva una valenza culturale, politica, sociale, e soprattutto umana: quel desiderio di ignoto e di bellezza che accomuna tutti gli uomini si identificava in quegli oggetti rotondi e misteriosi. 
Ci sono capitoli entusiasmanti, ad esempio quello sulle cassettine dove viene descritto l'uso che se ne faceva e anche le marche che ai tempi si usavamo, dalle mitiche Tdk ai nastri al cromo, quelli per veri amanti dell'alta fedeltà. Blue spiega con dovizia di particolari come si registravano: una C60 era perfetta per l'album intero, sulla C90 si mettevano due dischi, si scriveva con cura e con colori diversi i titoli e il genere musicale. E poi le compilation a tema naturalmente. Erano archivi in attesa di avere i soldi abbastanza per comprare il disco vero e proprio: prima si ascoltava il nastro registrato e se il disco ci piaceva abbastanza allora si comprava il vinile... 

... questo libro è una goduria, un gran divertimento, come quando si racconta dell'avvento del cd: c'erano sprovveduti che giravano il dischetto per mettere il lato B… Regalatelo ai vostri figli che sappiano quello che si sono persi, regalatelo a voi stessi per rivivere quei giorni meravigliosi quando tutto sembrava possibile. »

Paolo Vites - leggi tutto su Red River Shore