giovedì 22 gennaio 2015

L’arte difficile dell'antologia


Antologie, The Best Of, Greatest Hits. Chi non c’è passato?
Scrivevo su Perché non lo facciamo per la strada, che: «partire da una antologia azzeccata, per poi zoomare dentro ogni canzone, un disco alla volta, non è un brutto di modo di viaggiare, in autostop, attraverso la musica dell’artista. Se sono ben fatte le antologie sono come una cartina stradale. Una volta le antologie le registravo io su una C 90, a modo mio». 

Ho acquistato la recente antologia di Bowie in tre CD, Nothing Changed, ed è forse il disco che ho lasciato suonare più spesso nell’ultimo mese. A parte la trovata vincente di farla procedere a ritroso, dalla canzone più recente, via via indietro fino ai memorabilia degli anni sessanta, nei tre CD presenta tre Bowie diversi, quello degli anni 2000, quello degli ’80, quello dei ’70. È come vedere un grande documentario.
Così mi sono lasciato trascinare anche da The Who Hits 50! in edizione doppia da 42 canzoni. Naturalmente avrei potuto crearmela da solo, artigianalmente, masterizzando un paio di CD, o più modernamente mettendo le canzoni su un iPod. Ma vuoi mettere comprare in negozio il disco nuovo (un doppio al prezzo di singolo), con la copertina, togliere il cellophane, salire in auto e infilare il CD con il la coccarda tricolore blu bianca e rossa nella fessura del CD? Sì, lo so, queste parole sembrano i testi di Heroin dei Velvet Underground...


In effetti il senso dell’antologia, anche se alla fine spesso ad acquistarla sono i fan (anche per avere il brano raro che la casa discografica ha pensato bene di farci scivolar dentro), sarebbe quella di raggiungere l’ascoltatore vergine, il neofita che non conosce l’artista. Una volta valeva per il pubblico popolare, oggi meno perché la gente non acquista più i dischi. Però può darsi che io non abbia neanche un disco di John Martyn o di Nick Drake o di Tim Buckley o di Tim Hardin, e pensi di rimediare con un disco. La dibattuta questione è: scopro qual è a furore di popolo il suo disco migliore, o prendo la scorciatoia di una antologia?
La risposta definitiva, ça va sans dire, non c’è: dipende.
L’antologia non è mai paragonabile al disco vero, al capolavoro. Però può essere un buon punto di partenza, un assaggio, una cartina stradale. Una antologia fatta con amore potrebbe essere una guida personale alla scoperta dell’artista, da proseguire poi, nel caso, con la propria sensibilità.



Prendi Bowie. Da teenager io partii con il vinile di ChangesOneBowie (che più tardi conobbe anche un ChangesTwoBowie, ed un CD di ChangesBowie). Lo ascoltai fino a consumarlo
Certi Greatest Hits furono talmente dei classici da diventare motu proprio capitoli a tutti gli effetti della storia discografica dell’artista. Prendi il caso di Simon & Garfunkel, il cui Greatest Hits ai tempi dei vinili fu ininterrottamente per anni il loro best seller, presente universalmente in tutte le collezioni. E lo stesso valeva per i doppi rosso e blu dei Beatles.
Ci sono poi raccolte che per certi artisti potrebbero essere tutto quanto ci serve nella nostra discoteca. Per esempio quella bella serie di doppi The Essential. Magari The Essential Jaco Pastorius, certo non The Essential Bruce Springsteen...


Negli anni sessanta in Inghilterra non stampavano le canzoni dei 45 giri anche sui 33. Dovevi acquistare gli uni e gli altri. Ristampando i CD, alcune volte i singoli sono stati aggiunti, altre volte no. Per esempio non nei dischi dei Beatles né in quelli dei Pink Floyd (non concepisco neanche che si possa non conoscere Arnold Layne o See Emily Play).
Erano presenti invece nella discografia americana dei Rolling Stones.
Per cui le antologie dei singoli sono diventate parti non solo integranti, ma addirittura necessarie, delle loro discografie. Vale per London Years, antologia dei singoli americani (l’etichetta discografica si chiamava, appunto, London) dei Rolling Stones. Ai tempi dei vinili era Rolled Gold della Decca.
Vale per Past Masters dei Beatles, nonostante la funebre copertina davvero detestabile.
Vale per Relics dei Pink Floyd (su vinile possiedo anche un raro Masters Of Rock). E vale per gli Who. Il disco dei singoli era Meaty Beaty Big and Bouncy, a cui sono affezionatissimo.

Poi ci sono le antologie di inediti, a volte scarti, a volte gustose (Bounced Checks di Tom Waits), a volte essenziali (Tracks di Springsteen).
E le antologie tematiche, come The Byrds play Dylan, e l’analoga dei Grateful Dead.


A un ragazzo che mi chiedesse un disco degli Who, consiglierei di acquistarsi il singolo CD di Hits 50! E se poi diventa un fan, di integrare con Who’s Next, Quadrophenia e Live At Leeds.
E Dylan? «Non ho neanche un disco di Dylan, cosa posso ascoltare?». I capo-capolavori sono Blonde On Blonde e Blood On The Tracks. Tutto lo sterminato songbook è nei dischi Columbia degli anni sessanta, ma è un assaggio tosto, non per principianti. E allora magari perché non un Greatest Hits?

P.S.: un’ultima domanda. Vale ancora parlare di antologia in tempi di Spotify e musica liquida?